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SETTIMO TORINESE. 17 marzo 1946, la prima volta delle donne

All’inizio del 1946 la pace era una realtà, anche se le ferite del secondo conflitto mondiale stentavano a rimarginarsi. In marzo buona parte degli italiani si recò alle urne per scegliere gli amministratori locali. La legge di riferimento era il testo unico del 1915, riveduto in gran fretta sulla base dei dibattiti in Parlamento, prima che Benito Mussolini assumesse il potere, e delle posizioni politiche espresse dai partiti del Comitato di liberazione nazionale. Evidente era l’importanza delle consultazioni amministrative che si configurarono subito come una verifica del consenso goduto dai diversi partiti, sino a quel momento rappresentati in modo paritetico nel Cln.

Sin dal febbraio 1945, il cosiddetto decreto De Gasperi-Togliatti aveva esteso il diritto di voto alle donne, introducendo così il criterio del pieno suffragio universale, obiettivo di tante lotte per l’emancipazione femminile e ovvio corollario della democrazia. Per l’elettorato femminile passivo, a causa di una banale dimenticanza, occorrerà attendere il decreto numero 74 del 10 marzo 1946, essendo ormai imminente la consultazione per i comuni.

A Settimo Torinese le liste in competizione furono tre. Socialisti e comunisti fecero causa comune, candidando vecchi esponenti della sinistra (Luigi Raspini, Stefano Rovasetti, Giovanni Battista Gilardi, Giovanni Caudano) e giovani entusiasti e solerti (Giampiero Vigliano, Giovanni Boccardo, ecc.), alcuni dei quali avevano combattuto coi partigiani: in testa alla lista non figuravano la falce e il martello, ma un’incudine con libro, vanga e covone di grano, a simboleggiare il lavoro. La Democrazia cristiana attinse soprattutto all’ambiente della parrocchia, presentando l’ingegnere Angelo Aragno, Lorenzo Garabello e il maestro Giovanni Soragna; candidò pure Antonio Ossola, il figlio di Carlo Ossola, figura storica del cattolicesimo democratico in Settimo. Liberali, azionisti moderati, repubblicani e indipendenti d’ispirazione laica proposero una propria lista, con Ugo Moglia, Giuseppe Aprà, Vittorio Bardo e altri: era chiaro che la nuova compagine non avrebbe potuto sostituire il vecchio Partito liberale, forza soprattutto di opinione, ma con appoggi in ambito governativo. Alla vigilia del voto, il rinnovamento del ceto politico settimese era una realtà compiuta. Cominciava la stagione dei partiti di massa.

Avvicinandosi l’appuntamento elettorale del 17 marzo, la giunta si trovò alle prese coi problemi organizzativi. Il Comune non possedeva neppure le cabine da collocare nei seggi: il falegname Antonio Canova ne fabbricò ventotto in tutta fretta, a prezzi concorrenziali.

Com’era prevedibile, la campagna propagandistica assunse toni molto aspri, però non si registrarono violenze. Il novanta per cento delle persone si recò alle urne, non deludendo le attese della sinistra che ottenne poco meno di quattromila voti (63,5 per cento dei suffragi), contro i duemila della Democrazia cristiana (32,5 per cento) e i duecentoquaranta dei liberali (3,9).

L’assemblea civica si riunì la mattina del 31 marzo, tre domeniche prima di Pasqua, in un clima di euforia e di entusiasmo. Come larghissima parte della gente auspicava, Luigi Raspini fu eletto sindaco. «Noi – dichiarò – ci sentiamo onorati di derivare la nostra carica non dal prefetto o dal ministero o dal re, bensì […] unicamente dal popolo».

Silvio Bertotto

 

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