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Boschi nella pianura padana
Boschi nella pianura padana

SETTIMO. La foresta padana

«Storie di Val Padana» è il titolo dell’opera di Vito Fumagalli, un medievista insigne, deceduto nel 1997, che Il Mulino ha ripubblicato sette anni or sono. Il sottotitolo puntualizza: «Campagne, foreste e città da Alboino a Cangrande della Scala», cioè dal sesto al quattordicesimo secolo. Con straordinaria chiarezza, lo storico illustra il rapporto quotidiano fra l’uomo e la natura, soffermandosi soprattutto sui sentimenti e i comportamenti che ne derivavano.

«La foresta, amata e temuta, frequentata dagli uomini nel Medioevo e dopo a lungo, era una realtà del paesaggio – scrive Fumagalli – alla quale si sentivano fortemente legati. «Per moltissimo tempo la foresta padana – aggiunge – ospitò briganti ed eremiti, pastori con i loro greggi, cacciatori, servi fuggiti dai loro padroni: non era certo spopolata, in lunghi suoi tratti, la foresta. Attirava e respingeva le persone».

A quel tempo, anche buona parte del territorio di Settimo Torinese era ricoperta da fitti boschi. Il «Liber expensæ» di Pietro Panissera, soprintendente di Filippo I d’Acaia, attesta che notevoli quantità di legname furono tagliate a Settimo per ricostruire il castello torinese di Porta Fibellona (ora Palazzo Madama), a partire dal 1317. Gli Statuti medioevali del Comune menzionano il bosco di Cantababbio, lungo la riva del Po, nei pressi del confine con San Mauro. Altri boschi fiancheggiavano la strada per Brandizzo e quelle per Volpiano e Torino.

Documenti d’archivio dei secoli tredicesimo e quattordicesimo menzionano la località «Poponetum» sulla sinistra orografica del Po, in zona di confine tra Gassino e Castiglione. Variante di «Popoletum» che in latino significa pioppeto, il toponimo si richiama esplicitamente a un tipo di vegetazione tuttora diffuso a Mezzi Po e nei territori limitrofi. In modo specifico ci ricorda che i Mezzi hanno sempre fornito abbondante legname da costruzione e da ardere. Non a caso, nel 1732, quando la confraternita dello Spirito Santo di Gassino decise di porre mano ai lavori di completamento dell’omonima chiesa, si rivolse all’amministrazione comunale affinché le fosse concesso di utilizzare la legna dei boschi di Mezzi Po per la cottura dei mattoni. Nella domanda si precisa che occorrevano «alberi di poca crescita, come si trovano nella regione della Rea che, essendo distante dal paese, le piante sono di notte tempo tagliate e trasportate altrove, quando non sono divelte dalla piena del Po».

Querce, acacie, noci, salici, pioppi e ontani («verne», in piemontese) fornivano il legno per l’edilizia, il mobilio e gli utensili di uso più comune, tanto per la vita domestica come per l’agricoltura. Né mancavano i prodotti del sottobosco: innanzi tutto i funghi, ma anche gli asparagi, i lamponi, le more di rovo, le fragoline, i mirtilli, ecc. Con il luppolo («luvërtin»), il cerfoglio, il dragoncello, il crescione e la rucola si preparavano frittate e insalate; i topinambur («ciapinabò») erano adatti per la «bagna cauda»; la cicoria sostituiva il caffè; l’aglio selvatico e l’ortica insaporivano le minestre; alle foglie di betulla si ricorreva per le loro virtù diuretiche, a quelle di sambuco per aromatizzare le marmellate di frutta.

Dopo la pestilenza e le guerre della prima metà del diciassettesimo secolo, allorché una parte dei settimesi abbandonò il vecchio borgo per trasferirsi in campagna, creando un’intricata rete di strade e di viottoli che univano i cascinali al primitivo nucleo abitato, iniziò una lenta opera di disboscamento. In tempi non troppo lontani, tuttavia, i boschi erano ancora molto estesi. Non mancavano neppure le paludi, ovviamente circondate da boscaglie, ad esempio in regione Proglia, verso Volpiano.

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