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Contadini a Mezzi Po

L’intera storia della frazione potrebbe essere letta alla luce degli sforzi compiuti nel corso dei secoli per rendere fertili nuove aree

Contadini a Mezzi Po

«Tali contadini bisogna vederli rincasare la sera, quando sul quadrante si sono succedute ben quattordici o sedici ore di fatica, per valutare di qual tempra sia fatto il loro organismo e di quale spirito è alimentato il loro cuore. […] Continuano a contare le ore del giorno dall’alba al tramonto, a giudicare il corso della giornata dal corso del sole, a osservare il mondo dall’alto del loro abbaino. Bisogna vederli da vicino […]. Bisogna vederli, insomma, nella loro interezza, barba incolta e scarponi di cuoio solido, giubba di fustagno e camicia di tela ruvida, cappello sdrucito e cravatta di sghimbescio».

La figura del contadino delineata con tanta «pietas» da Carlo Trabucco (1898-1979), giornalista, politico e scrittore poliedrico, bene si adatta alla gente di Mezzi Po, dove lo scorso 9 settembre il locale Gruppo spontaneo ha organizzato un pomeriggio di riflessione storica dal titolo «Vita di noi dei Mezzi», invitando l’autore di questa rubrica a chiacchierare sulle vicende della borgata, un luogo dove le attività rurali ebbero, in altra epoca, un ruolo dominante.

In tempi remoti come in periodi più recenti, i mezzesi si dimostrarono capaci di autogestire le risorse naturali, superando non poche difficoltà di ordine pratico.

L’intera storia della frazione potrebbe essere letta alla luce degli sforzi compiuti nel corso dei secoli per rendere fertili nuove aree e proteggere il territorio agricolo dalle piene del Po, per favorire l’oculata e sapiente irrigazione dei campi, per ottenere maggiori rese dalle sementi e migliorare le tecniche di concimazione, per incrementare il patrimonio bovino e così via.

In foto Il Po e il territorio non ancora urbanizzato dei Mezzi; in primo piano Gassino

I contadini dei Mezzi erano tutt’altro che benestanti. Piogge torrenziali, grandine, siccità e gelate li esponevano costantemente alla miseria, obbligandoli a rinunce e sacrifici.

La famiglia era una sorta di microcosmo abbastanza autonomo, anche se stretti vincoli la univano agli altri nuclei della borgata.

Luogo della produzione e del consumo, unità sociale di base e unione di forze lavorative, essa s’identificava con l’azienda agricola. Come la totalità della gente di campagna, anche i mezzesi conoscevano – per dirla ancora con Carlo Trabucco – «l’arte di bastare a se stessi e di bastare alla loro terra». Tutti lavoravano: uomini e donne, bambini e vecchi. Lo stesso nucleo familiare si strutturava in funzione delle esigenze di lavoro, cioè della terra a disposizione, tendendo a un equilibrio talvolta difficile. In tale contesto, la donna contadina doveva ingegnarsi in mille modi per quadrare il bilancio settimanale e sorreggere una famiglia di ampie dimensioni (sino a nove o dieci componenti, ma talvolta anche dodici o tredici).

Ai Mezzi, nel 1929, ancora figuravano diversi ragazzi di età compresa fra i tredici e i sedici anni, nonché uno appena decenne, alle dipendenze dei contadini in qualità di garzoni..

Attestata sino al periodo fra le due guerre mondiali, l’usanza di collocare i figli giovanissimi a servizio nelle cascine, in cambio di vitto, alloggio e un abito, più raramente di qualche soldo, rispondeva a una dura logica economica; per i fanciulli si trattava del primo incontro con la realtà del lavoro in campagna.

Ai Mezzi, nel 1929, ancora figuravano diversi ragazzi di età compresa fra i tredici e i sedici anni, nonché uno appena decenne, alle dipendenze dei contadini in qualità di garzoni. La loro vita non era facile, specie se la famiglia affidataria non brillava per saggezza e sentimenti umanitari.

Naturalmente l’elusione dell’obbligo scolastico era elevatissima. Al termine dell’anno 1897-98 il professor Giuseppe Cerutti aveva ottime ragioni per segnalare il «numero incredibile di assenze» nella scuola dei Mezzi che si apriva, di regola, all’inizio di novembre in modo da terminare entro aprile e lasciare liberi gli alunni in vista dei grandi lavori agricoli. «Ho motivo di credere» – scrisse in una sua relazione – che il profitto dei ragazzi di Mezzi Po «sia assai problematico e fittizio, perché esso risulta sempre in ragione diretta della frequenza ed in rapporto inverso delle assenze».

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