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Storia del partigiano Aldo Porta, un eroe normale. Il tragico epilogo a Caluso

Un articolo di Mauro Bianchetti per la rivista Canavèis

Storia del partigiano Aldo Porta, un eroe normale. Il tragico epilogo a Caluso

NEL RIQUADRO La tessera del dopolavoro di Aldo Porta fu Emerico

La storia di Aldo Porta è quella di un «eroe normale», un uomo il cui eroismo sta appunto nella sua normalità. Nato a Torino il 19 gennaio 1922, egli seguì quelli che una volta si chiamavano i Corsi Magistrali Inferiori e, finiti gli studi, il 20 giugno 1938 si impiegò presso la Banca Popolare di Novara; posto di lavoro che perse a seguito della chiamata alle armi nel gennaio 1942. Chiamato in servizio militare, ebbe presto i galloni di Caporale Maggiore nel Corpo d’Artiglieria, ove servì lo Stato fino al settembre 1943.

La sua è la storia di un ragazzo come tanti altri, che null’altro avrebbe voluto, se non una vita normale, fatta di amori, di studio, di amicizie, di lavoro. È la storia di una vita breve, che è stata tragicamente spezzata a ventidue anni dal fuoco delle armi di un plotone fascista, contro il bastione che contorna il parco Spurgazzi, di fronte all’ex Ospedale di Caluso, il 7 aprile 1944.

Aldo era sicuramente un ragazzo sensibile, un «cuore tenero». Nel suo diario, di cui ci avvarremo in questo scritto, il 20 maggio 1942 scrive da Moncalieri, dove, dopo tre mesi di naja trascorsi nel Primo Reggimento Artiglieri di Armata a Torino e poi appunto a Moncalieri, dopo l’arruolamento avvenuto il 29 gennaio 1942: «Signorina Giuseppina (ndr.: era la ragazza che egli aveva eletto a sua madrina, ovvero a sua corrispondente attraverso un indirizzo datogli da un suo compagno di batteria) sappiate che a militare, non basta avere solamente l’affetto della famiglia, ma anche un animo gentile che ci ricorda, il che incoraggia e rende piú leggero il pesantore della vita militare... Forse riderete del mio modo di esprimermi, ma fareste male, perché se volete far contento un animo, di quella contentezza sincera che fa prendere alla leggera ogni avversità, risponderete a questo mio scritto che ne sarete contraccambiata con affezionata sincerità».

Che fosse un generoso lo si coglie dal fatto che non lesini disinteressatamente prestiti ai colleghi in difficoltà («Avanzo dieci lire dal mio amico Babuscio e altre dieci da De Poli, miei compagni di batteria»). Era un amante del calcio e quindi, ovviamente, del Toro. Il 24 maggio del 1942 scrive: «Era da un po’ di tempo che non vedevo più una partita e mi sono soddisfatto. Il Torino ha vinto per 9 reti a 1 contro l’Atalanta. Bel gioco degli attaccanti torinesi che entusiasmava a vedere».

Era persona precisa ed ordinata, cosí che quando viene assegnato in fureria osserva che «il lavoro non è molto faticoso ma bisogna avere buona memoria e farsi un sistema di lavoro, per poter sbrigare tutto senza dimenticarsi di niente, ci vuole molta precisione in tutto». Egli viveva tutti gli ardori giovanili, esattamente come qualunque ragazzo della sua età, e quando viene assegnato a Coazze passa in rassegna le donne locali.

Una cartolina postale per le forze armate inviata da Aldo alla madre a Torino. Si noti l’invito scritto in basso a sinistra: denuncia lo sconosciuto che si dimostra troppo curioso su ciò che riguarda il servizio.

«Una senza essere esageratamente bella si rende simpatica con il suo modo di fare, gentile e sempre con buona parlantina. Già dai primi giorni ho pensato di fare relazione ma purtroppo ho saputo che è già fidanzata e non c’è niente da fare. C’è stato qualcuno che ha voluto oltrepassare i limiti ma l’ha subito avvertito di mantenersi calmo e di stare giù con le mani. Un’altra di queste signorine invece la si può anche accarezzare un po’ ma se si esagera scappa. La terza invece, candida, ci sarebbe da divertirsi ma c’è Quadri che se la lavora e più che qualche bacio non sono riuscito a portarci via».

In una frazione di Coazze conosce una biondina e scrive: «Ho creduto di convincerla a scrivermi e a tenere relazione con me»; ma, trasferito ad Imperia, e scrittole molte volte senza ricevere risposta, apprende poi «che era tornato a casa un suo vecchio amore, che erano due anni che era in Albania». E commenta infine: «Così è finita la fiamma di Coazze».

Dal 24 dicembre 1942 Aldo è a Capo Berta ed in una trasferta sul camion viene colpito alla testa dal ramo di un albero, per cui viene ricoverato all’Ospedale di Imperia dove trascorre il Natale.

Dimesso, osserva un sottomarino inglese «colpire nostre navi di passaggio vicino alle nostre coste. È una bella presa in giro ai padroni del mare Mediterraneo». Da Capo Berta apprende che «Torino è stata ridotta in cattivissimo stato dai bombardamenti e pure casa mia è stata colpita, fortunatamente solamente da uno spezzone incendiario che ha dato fuoco a un po’ di roba».

Il 25 gennaio 1943 scrive: «Mia madre continua a scrivermi se andrò a casa, povera donna, con mio fratello che la fa arrabbiare non aspetta altro che vedermi tornare a casa». Il 15 febbraio 1943 scrive da Genova Quinto, dove sta frequentando un corso da telemetrista: «Ieri sono stato a Genova, ma non la metto certamente in pari a Torino come bellezza, le strade ne ha solamente qualcuna un po’ belle, ma la maggior parte della città è un dedalo di vie strette e corte, che sembrano fatte per far sperdere il povero visitatore».

È sempre generoso, non ha più denaro e commenta: «Non mi rimangono che 100 lire che ho prestato a Cambursano e 20 lire che mi deve Mandrino della sesta brigata». Il primo marzo 1943, finalmente, è a casa a Torino in licenza e, dopo un tremendo viaggio in treno, «alle 7,30 ero a casa fra le braccia di mia madre, tutta contenta». Rientrato in Liguria, Aldo assiste all’affioramento dei sottomarini, che sparano su Imperia causando quattro morti.

Il 10 marzo 1943 egli è molto nervoso e scrive: «In questi giorni avrei dovuto scrivere diverse lettere ma non ho scritto a nessuno, ho un nervoso addosso che non parlo più quasi con nessuno, altrimenti mi prendo a pugni. Ho sentito delle novità che non fan certo venire la voglia di fare il soldato e che fan pensare per chi noi facciamo la guerra. Sul fronte russo, i tedeschi, si son ritirati lasciando gli italiani a cercare di ritardare l’avanzata russa. Tutte, o quasi, le nostre unità sono state distrutte o fatte prigioniere, e quei pochi che son riusciti a ritornare in patria han portato a casa dei ricordi che a sentirli raccontare fan rizzare i capelli, sia i russi che i nostri alleati tedeschi uccidono a migliaia i prigionieri inabili al lavoro, i feriti, etc. Un nostro ufficiale, che doveva raggiungere le prime linee, mentre che attendeva il passaggio di una colonna di automezzi che doveva portarlo a destinazione, in un comando di tappa tedesco, dopo essere stato invitato a pranzo, veniva invitato a una partita di caccia. Quale fu il suo orrore nel vedere che la selvaggina preferita dai tedeschi non era altro che bambini e donne indifese russe, che essi uccidevano senza nessuna misericordia. In altro luogo, si doveva evacuare un campo, dove c’era un ospedaletto. I medici tirarono a sorte a chi doveva restare, e quando i nostri rioccuparono la posizione nell’ospedaletto, trovarono i feriti tutti uccisi a revolverate e l’ufficiale medico impiccato a gambe all’insù con una pietra al collo. Viva i popoli civili».

Il 12 marzo annota: «Si è parlato di partire per la Russia oggi, ma per adesso è soltanto una voce che circola, non una cosa sicura». Descrive i suoi ufficiali, i tenenti Tricoli (troppo giovane e troppo confidenziale), Fasano (uno dei pochi che si possa chiamare ufficiale) e Cottino (è un buonissimo ufficiale ma ha un difetto bruttissimo: lui tratta i soldati come se tutti fossero al suo servizio).

Il 17 marzo annota: «Ho ricevuto oggi novità da Torino, per mezzo di un mio compagno che è rientrato dalla licenza. Sta cominciando una mezza rivoluzione, alla Fiat e nelle maggiori fabbriche hanno fatto una specie di sciopero, dimostrazioni e cortei hanno sfilato per Torino, le linee tranviarie sono state interrotte, ecc. Alla Fiat sono stati fermi tre giorni. I Tedeschi sono presi di mal›occhio per il cattivo trattamento che hanno fatto ai prigionieri. I prigionieri sono governati con la frusta alla mano e dice che si prendono botte da orbi, per delle robe da niente. Ora è nuovamente tutto tranquillo, ma per le strade e sui muri compaiono continuamente manifesti e disegni inneggianti al comunismo. La vedremo come va a finire questa roba, perché pare che questi movimenti e questo fermento sia comandato da comandi superiori. Se ne deve veder delle belle adesso a Torino. Forse sarà per questo che non ricevo più posta da parecchi giorni. Ho scritto nuovamente a mia madre oggi».

Il 18 marzo scrive: «Dopo tanto tempo incomincio a ricevere posta, ma da Torino o per meglio dire da casa niente, e quasi sto in pensiero perché so le idee che ha mia madre e con i movimenti che c’è a Torino ho paura che gli sia capitato qualcosa. Da quando mi hanno detto che devo andare a casa dopo i tiri, ci penso sempre così ogni volta che li rimandano mi aumenta il nervoso, al punto che non accetto più nessun scherzo dagli amici, e continuamente litigo con loro».

Emerge dal diario la figura eroica della madre, antifascista dall’omicidio di Matteotti, aderente fin dalla fondazione all’UDI (Unione Donne Italiane, associazione delle donne progressiste), rimasta vedova con tre figli piccoli da allevare, l’uno morto a quattordici anni per un incidente, Aldo che morirà a ventidue anni fucilato e Gigi, l’unico sopravvissuto, fedele cultore della memoria di famiglia, grazie al quale possiamo trascrivere questo diario. Aldo, conoscendo le tendenze politiche della madre, teme che ella possa essere coinvolta nei disordini sociali e sindacali in corso nel capoluogo piemontese. Ma Maria Alchera meriterebbe da sola un capitolo intero, nel pantheon dei Giusti che hanno donato ad una Patria spesso ingrata il dono più prezioso, il sangue del loro sangue.

Il 20 marzo a Diano Gorleri si festeggia l’onomastico del tenente Fasano. Ma Aldo scrive amaramente: «Ho ricevuto posta da mia madre, che dice che mi aspetta a casa per lasciare la portineria, che mio fratello la fa arrabbiare e per poter andare avanti deve andare a fare la serva. Questo è il guadagno che ho ad essere militare; dopo aver lavorato per dieci anni al solo scopo di mantenere mia madre, ora sono ridotto a farmi mantenere i vizi da lei; senza pensare che quando ritornerò a casa, chissà quando?, dovrò ricominciare nuovamente dal principio». E poi: «È due giorni che piove e tira vento. Ho una umidità addosso che se fossi a casa avrei paura di prendere qualche accidente, invece qua nemmeno il raffreddore. È proprio vero, salvo qualche caso, sotto la naia di malattia non si muore».

Il 30 marzo lamenta: «Domenica, giornata più balorda non si è vista, il tempo continua ad essere brutto, così si è finito di andare a letto alle cinque. Pensare che quando ero a casa, alle cinque del pomeriggio ero nel più bello e certamente non con la malinconia di veder mia madre finire di fare la serva». E lamenta l’esistenza di «gente come il tenente Cottino, che sotto la naia non gli manca niente, solo le donne gli mancano, e quando ha bisogno di licenze o di qualcos’altro ha solamente da telefonare a un generale suo conoscente che gli fa ottenere tutto quello che vuole». Finalmente arriva la licenza. Il 13 aprile è a Torino e riflette: «Ad essere a casa ci sarebbe da guadagnare e anche da divertirsi. A Torino ci sono tante donnine da non potersele immaginare e, forse sarà un’illusione ottica, tutte con un lusso spaventoso».

Poi il rientro all’osservatorio di Diano Gorleri. Il 16 aprile annota: «Incomincia a farsi sentire anche da queste parti la guerra, ora che in Tunisia abbiamo solamente più poco. Verso l’una è suonato l’allarme aereo, e così per quattro ore abbiamo dovuto sentire gli aeroplani passare avanti e indietro con un rombare di motori tremendo, da non poter dormire, forza che erano bassi. Credo abbiano bombardato Savona, Genova e La Spezia». In una lettera inviata alla famiglia compare Rosa: è bella, ha i capelli rossi, è una brava ragazza, quando lui le parla appare timida, l’ha incontrata casualmente per le vie di Diano Gorleri, prima uno sguardo sfuggente, ricambiato: poi un breve colloquio, ma una promessa: «Tornerò, aspettami». Aldo scrive alla madre che vorrebbe fargliela conoscere e le confida la propria intenzione, finita la guerra, di tornare al paese e di sposarla.

Il diario si ferma per alcuni mesi, e riprende il 18 novembre 1943. Aldo annota: «Quante cose sono passate da allora. Il fascismo l’han sbattuto via, hanno firmato un armistizio con l’Inghilterra, ma in guerra ci siamo ugualmente, è rientrato al potere nuovamente il fascismo, senza che nessuno glielo permettesse. L’esercito è stato tradito, così chi ha potuto tornarsene a casa non sta troppo bene e c’è chi è stato preso prigioniero dai tedeschi. C’è anche chi è andato a formare delle bande in montagna, ma non è la vita adatta per me. Ora che ho visto tutte le falsità e le ingiustizie e più che altro le mangerie che si sono fatte sia sotto un governo che sotto un altro, ho pensato che la mia pelle vale un po’ di più di quel che ho calcolato fino ad ora. Per ora sono a casa e non ho lavoro, ma spero di trovarne presto». 

Non sto lì a raccontare ciò che ho visto e sentito in questi ultimi tempi, perché ne avrei da fare un romanzo.

E poi, la scelta che sarà, più tardi, la sua condanna a morte. «Oggi è l’ultimo giorno per potersi presentare al podestà ma non ne ho nessuna voglia; mi considerino quello che vogliono, io sono per la casa, e siccome sono riuscito ad arrivarci non vado certo a buttarmi in mezzo a loro. Non sto lì a raccontare ciò che ho visto e sentito in questi ultimi tempi, perché ne avrei da fare un romanzo. Alcuni fatti però mi resteranno impressi nella mente per un po’ di tempo.

L’esultanza di un popolo oppresso, il 25 luglio, quando Mussolini ha presentato le dimissioni, l’8 settembre, data dell’annuncio della firma dell’armistizio, l’esultanza di questo popolo stufo di fare la guerra, e i giorni seguenti la fuga di un esercito tradito e consegnato in mano ai tedeschi. La fuga della famiglia reale e di Badoglio, il rientro al potere del fascismo, non più nazionale ma repubblicano, con il contorno dello scoprirsi a vicenda di tutte le mancanze e di tutte le ruberie dell’uno e dell’altro governo».

Il diario si conclude così il 30 novembre 1943: «Sono ancora in casa se Dio vuole; mi sono presentato il 25 in Municipio per vedere di poter avere del lavoro. Ma per ora niente completamente e così non va. La politica è la solita».

Aldo scrive una lettera commovente alla Banca Popolare di Novara, ove ha lavorato dal 1938 al 1942. È molto arrabbiato, è partito per il servizio militare con un buon lavoro ed una situazione famigliare discreta, è tornato, si trova senza lavoro e con la famiglia in una situazione che egli, forse per l’emozione, definisce curiosamente «un po’ molto disastrosa». Cerca di essere molto diplomatico, di toccare tutte le corde… Chiede di poter lavorare ma, se ciò non fosse possibile, «in qualche modo un sussidio per la sua famiglia, anche sotto forma di prestito, al quale il sottoscritto farà fronte, appena l’attuale situazione avrà preso un andamento che gli permetta di riprendere il lavoro».

Come nasce l’Aldo Porta partigiano? Nasce una sera nella soffitta, la sufia di via San Secondo a Torino, ove Aldo abitava con la mamma ed il fratello Gigi, con la compagnia di alcune galline sul balcone, preziose per la carne e le uova con cui ci si sfamava. Il 25 luglio 1943 è caduto il fascismo, l’otto settembre vi è stato lo sbandamento dei militari. Aldo rientra tra i soggetti al bando di reclutamento della Repubblica di Salò. La divisa della RSI è pronta, perfettamente stirata sulla sedia. Aldo deve presentarsi l’indomani al distretto militare.

Osservando la divisa e riflettendo per qualche secondo, Aldo pronuncia la frase che segnerà il proprio destino: «Mama, mi cola divisa lì e la vesto pròpe nèn». Egli non era né avrebbe voluto essere un eroe, ma non avrebbe mai potuto condividere nulla con il fascismo e con tutto quello che esso aveva rappresentato e rappresentava. Nel proprio diario aveva scritto che la vita partigiana sulle montagne non era fatta per lui, ma ora, di fronte ad una scelta di vita, o pro o contro, non avrebbe potuto che far quella della lotta partigiana. Salirà in montagna, ove si unirà ai Garibaldini operanti nella Valle Luserna.

Scrive alla mamma: «Cara mamma, …forse avrai già sentito parlare di un paio di colpi di mano che abbiamo fatto lì vicino a Torino, dei quali il sottoscritto è uno dei protagonisti». Caduto in un’imboscata il 23 marzo 1944, viene catturato insieme ad altri venti partigiani, causa la delazione di un compagno, sulle falde della Romella. Trascinato scalzo sulla neve a colpi di calcio di fucile nelle reni, viene condotto ad Airali, dove patisce fame e percosse. Condotto alle carceri Nuove di Torino il 29 marzo, viene assegnato ai famigerati Buchi, sezione Tedesca. Dopo un’altra settimana di sofferenze, si avvicina la morte.

Il pretesto, secondo la versione ufficiale della Prefettura di Aosta resa il 15 aprile 1944 è il rinvenimento, sulla stradale Germagnano-Traves, in data 30 marzo, dei cadaveri di sei militari del XI Battaglione Milizia Armata, fermati e catturati da una formazione partigiana sulla stradale per San Giusto, a cinquecento metri da Caluso. In seguito a ciò il Comando Tedesco richiede la fucilazione di sessanta partigiani, poi ridotti a sedici. Le ultime ore sono descritte nel Diario di Oscar, al secolo Giovanni Borca, l’unico sopravvissuto alla strage.

«Venerdì 7 aprile 1944. Veniamo caricati su un camion ed inviati verso ignota destinazione; e giungiamo a Caluso. Qui veniamo portati nella Caserma dei Carabinieri, ove altri 4 prigionieri vengono uniti a noi che così raggiungiamo il numero di 16. Alcuni chiedono al Maresciallo di avere l’assistenza del Sacerdote, ma questi si rifiuta in modo insolente. Dopo due ore di attesa veniamo portati in una via del paese dietro l’Ospedale, ove è pronto un plotone d’esecuzione. Il plotone è composto di 16 militi, 16 SS. All’ordine di “Puntare le armi”, si nota un po’ di indecisione fra i militari, tanto che deve essere ripetuto. E questa volta è eseguito con prontezza. Poi l’ordine di fuoco. Io mi sento fischiare la pallottola all’orecchie e nello stesso istante mi sento trascinare verso terra dalla caduta dei miei compagni di fianco. Poi non so più nulla. Quando rinvengo mi trovo in una legnaia con accanto due suore. Chiedo dove sono ed esse mi dicono di essere all’ospedale, di avere una ferita alla testa e di stare tranquillo, che fra poco sarebbero giunti i Partigiani a prendermi. Infatti verso le sette giunse una vettura scortata da un camion che mi prelevò e mi trasportò a Coazze nell’Albergo Italia».

 I Partigiani criticano la ricostruzione dei fatti avvenuta su alcuni organi di stampa, evidentemente ispirata da fonti vicine alla RSI ed in particolare in un comunicato recante il titolo I Patrioti non devono dimenticare la campagna infame fatta dalla Stampa e dalla Gazzetta del Popolo e boicottare entrambi i giornali, richiamano quanto scritto a proposito della strage: Fucilazione di 16 banditi a Caluso. «Giorni or sono un forte nucleo di banditi nei dintorni di Caluso fermava un camioncino della Guardia Nazionale Repubblicana, massacrando i sei occupanti. La pronta reazione della forza pubblica ha permesso di compiere numerosi arresti di persone indiziate per la partecipazione e la connivenza nel delitto. A seguito di ciò sono stati passati per le armi 16 banditi trovati in possesso di armi: l’esecuzione ha avuto pubblicamente luogo a Caluso».

Aldo Porta, nome di battaglia Cirillo, muore a Caluso il 7 aprile 1944 (il destino vuole che fosse un Venerdì Santo) alle ore 15, proprio quando (osservando il rito secondo cui le campane suonano tre volte per poi tacere fino alla veglia pasquale) il campanile ha battuto tre rintocchi. Nelle ore precedenti i fascisti ed i repubblichini erano passati per le vie del paese per radunare la popolazione ad assistere all’esecuzione.

Aldo è senza scarpe, perché ha i piedi congelati e fasciati con pezze di stoffa. Il più anziano dei caduti ha 44 anni, il più giovane 19. Oscar si salva perché il cervello spappolato del compagno a lui vicino lo ricopre in modo da farlo sembrare in condizioni tali da non richiedere neppure il colpo di grazia. I caduti saranno seppelliti in un’unica fossa, seduti uno dietro l’altro, per non occupare troppo spazio, coperti solo dalla terra, all’esterno del cimitero di Caluso. Sul muro esterno i nazi-fascisti-repubblichini scrivono «Banditi», ma nella notte la scritta viene cancellata e sostituita dagli antifascisti con «Martiri d’Italia».

A guerra finita, i parenti andranno a riconoscere i cadaveri ed a riprendersi i loro cari. Aldo verrà riconosciuto dalla madre dai capelli e da una tasca segreta che ella gli aveva cucita nella giacca. Fra i parenti c’è chi, pur certo della presenza del proprio figlio, rifiuta fino all’ultimo di accettare la tragica verità: non mamma Maria, che si getta disperata sul corpo di Aldo.

Tenterà vanamente, con un commovente esposto-denuncia al Procuratore del Re presso il Tribunale di Torino, in data 27 dicembre 1945, di ottenere che la Giustizia Penale sanzioni i responsabili dell’eccidio: il figlio era stato fucilato «senza nemmeno il simulacro di un processo, ma non poteva essere né autore né connivente degli esecutori del crimine a lui addebitato, perché in quei tempi era in tutt’altra località (Pinerolese e non Canavesano)»; e chiede «un’azione di piena giustizia» contro i responsabili, «perché si sarebbero macchiati di un orrendo delitto su persone assolutamente innocenti, a quest’atto tratti da una foia di vendetta e da una sete insaziabile di sangue». Dal 20 maggio 1945 Aldo riposa nel Campo della Gloria presso il Cimitero Monumentale di Torino.

Siamo all’atto finale. È una calda mattina dell’agosto 1999. Il fratello di Aldo, Gigi, quello che faceva arrabbiare la mamma, si aggira per le strade di Diano Gorleri. Partigiano anch’egli, con il nome di Parabellum dal 3 settembre 1944 al 7 giugno 1945 nella 105° Brigata Garibaldi come il fratello Aldo, che ne era Comandante di Brigata. Ha partecipato alla liberazione di Torino, quando, a seguito della parola d’ordine diffusa dal Comitato di Liberazione Alta Italia, che, ironia del destino, era «Aldo dice 26x1», tutte le formazioni partigiane arrivarono insieme dalle montagne, dalle valli e dalle campagne; cosa che egli ricordava sempre commuovendosi, e dicendo vantandosi: «Torino l’abbiamo liberata noi, quando sono arrivati gli Americani l’avevamo già liberata noi»; così come si commuoveva quando ricordava i funerali del Grande Toro.

Egli avrebbe sempre voluto, prima di morire (mancherà nel 2002) far sapere a Rosa che il fratello Aldo non si era dimenticato di lei, che non era tornato da lei perché era morto.

Transitando nella via centrale, vede in lontananza un’anziana signora con i capelli bianchi che avanza a piedi. Gigi, prendendo il discorso molto alla lontana, chiede alla signora se è del posto e se può indicargli la strada per raggiungere la postazione antiaerea che dopo la guerra era stata chiusa. Avuta tale indicazione, Gigi le chiede se ricordava un distaccamento di soldati che avevano operato a Diano Gorleri nel tempo di guerra. Avuto conferma di ciò, le chiede se per caso ricordasse un giovane soldato di nome Aldo. Alla sua risposta affermativa, le chiede ancora se lei avesse conosciuto una ragazza di nome Rosa, dai capelli rossi, spiegandole che il fratello Aldo era innamorato di lei e che non aveva più potuto ricongiungersi perché era morto in guerra. La signora, a quel punto, ascolta e con la voce rotta per l’emozione che l’aveva assalita, dice soltanto: «La Rosa sono io» e si allontana.

Questa è la storia di un eroe normale, con tutti i suoi dubbi, i suoi travagli interiori, ed anche le sue paure. Quando la vita pareva cominciare a sorridergli, la violenza bruta della belva nazifascista ha reciso la sua esistenza ed il suo sogno d’amore. Questa è una delle tante vicende vere che hanno contrassegnato la Storia del nostro Paese.

Se vi capita di transitare davanti alla lapide che si trova in Caluso, sappiate che insieme ai nomi che vi si trovano scritti vi è, dietro la storia di tanti altri eroi normali, anche quella di Aldo Porta, il Partigiano che non poté coronare il proprio sogno d’amore, quello che disse alla sua Rosa, come tanti altri alla propria amata, «bella ciao» non sapendo che sarebbe stato un addio. Deponete un fiore, «il fiore del Partigiano caduto per la libertà» o rivolgetegli soltanto un pensiero; può esservi di aiuto quando vi troverete a dover scegliere, semplicemente, fra ciò che è ingiusto e ciò che è giusto od, anche, a dover rispondere a chi sostiene che i morti sono tutti uguali, da una parte e dall’altra, e li si dovrebbe parificare, dimenticando chi ha scelto, come Aldo, la via della montagna per difendere anche la nostra libertà.

I partigiani, nelle prime tre righe del testo a fianco, commentano la ricostruzione dei fatti di Caluso così come pubblicati sui giornali piemontesi

E vorrei concludere ricordando il famoso discorso che Piero Calamandrei tenne nel 1955 agli studenti milanesi: «…Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i Partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione».

Ecco, dopo avere letto questo racconto, andate, anche solo per un attimo con la vostra mente, sui monti della Val Luserna dove combatté Aldo, alla lapide di Caluso ove venne trucidato, al Campo della Gloria del cimitero di Torino ove egli riposa: così il suo sacrificio non sarà stato vano.

Con la collaborazione della famiglia Porta.

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