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Pianeta Sanità
20 Febbraio 2026 - 20:29
Tumore al seno avanzato, chi fa screening vive di più (foto di repertorio)
Il tumore al seno metastatico è, per definizione, la forma più avanzata della malattia. È lo stadio IV, quando il carcinoma si è già diffuso oltre la sede originaria, raggiungendo altri organi come ossa, fegato, polmoni o cervello.
Eppure, anche in questa fase, la differenza può farla lo screening.
Una ricerca condotta dal King’s College e dalla Queen Mary University di Londra, in collaborazione con l’Università della Danimarca meridionale, e pubblicata sul Journal of the National Cancer Institute (JNCI), dimostra che le donne con tumore al seno metastatico individuato attraverso la mammografia di routine hanno una probabilità di sopravvivenza a 10 anni che può arrivare al 60%.
Un dato nettamente superiore rispetto alle pazienti che scoprono la malattia al di fuori dei programmi di prevenzione oncologica. In questi casi, la sopravvivenza a 10 anni scende sotto il 20%.
Lo studio ha analizzato i dati degli screening mammografici effettuati in Danimarca tra il 2010 e il 2019, confrontandoli con i decessi registrati fino al 2022. Le ricercatrici e i ricercatori hanno messo a confronto tre gruppi: donne con tumore scoperto tramite screening, donne che non si erano mai sottoposte a esami preventivi e donne che avevano effettuato controlli in passato ma la cui malattia non era stata intercettata durante gli esami di routine.
Per le pazienti con tumori in stadi iniziali o intermedi, la differenza in termini di sopravvivenza non è risultata significativa. Il divario emerge invece in modo netto nello stadio IV.
Nelle donne che hanno scoperto il tumore metastatico durante una mammografia programmata, la prognosi risulta paragonabile a quella di un tumore al III stadio, cioè localmente avanzato ma non ancora diffuso ad altri organi. In termini concreti, la possibilità di sopravvivere dieci anni dalla diagnosi è risultata tre volte superiore rispetto alle pazienti che avevano ricevuto la stessa diagnosi metastatica ma al di fuori dei programmi di screening.
Il motivo di questa differenza non è ancora del tutto chiarito, ma emerge un elemento rilevante: nelle pazienti il cui tumore era stato individuato durante lo screening, la diffusione, pur presente, risultava più circoscritta e tale da consentire un intervento chirurgico efficace. In altre parole, si apriva una finestra terapeutica che in altri casi non sarebbe stata disponibile.
Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha migliorato in modo significativo le prospettive per il carcinoma mammario metastatico. Le terapie mirate, l’immunoterapia e la medicina personalizzata hanno quasi triplicato le aspettative di vita rispetto al passato. Ma questo studio suggerisce che non è solo la terapia a fare la differenza: è anche il momento in cui la malattia viene intercettata.
Anche quando il tumore si è già diffuso, intercettarlo all’interno di un percorso strutturato di prevenzione può significare accedere a cure più tempestive e a strategie terapeutiche più efficaci.
In Italia, lo screening mammografico gratuito è rivolto alle donne tra i 50 e i 69 anni, con una mammografia ogni due anni. In alcune Regioni, in linea con le raccomandazioni europee più recenti, l’offerta è stata estesa alla fascia 45-74 anni. Le donne vengono informate tramite lettera dell’ASL di appartenenza.
Il messaggio che emerge dalla ricerca non riguarda soltanto la diagnosi precoce nelle forme iniziali. Riguarda anche la possibilità di cambiare radicalmente la traiettoria della malattia persino nelle sue fasi più avanzate.
Lo screening, anche quando il tumore è metastatico, può fare la differenza tra una prognosi chiusa e una possibilità concreta di lungo termine.

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