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17 Febbraio 2026 - 12:58
GustiAmo: ridare sapore alla vita delle pazienti in chemioterapia
La lotta contro il tumore non si gioca soltanto sul fronte della malattia, ma anche su quello degli effetti collaterali che accompagnano le terapie. Tra questi, uno dei più sottovalutati ma più invasivi nella quotidianità è la disgeusia, l’alterazione del senso del gusto. È proprio su questo aspetto che si concentra “GustiAmo”, uno studio pilota promosso dalla struttura di Nutrizione clinica e disturbi del comportamento alimentare dell’Asl Cn2, all’ospedale Michele e Pietro Ferrero di Verduno.
Il progetto è uno studio osservazionale prospettico, monocentrico, farmacologico e no profit. Un’iniziativa che nasce dalla consapevolezza di quanto le terapie chemioterapiche possano modificare la percezione del cibo, incidendo non solo sull’alimentazione ma anche sul benessere psicologico e sociale delle pazienti.
Negli ultimi anni l’interesse scientifico per la disgeusia è cresciuto, ma i dati disponibili restano limitati. Eppure le testimonianze cliniche parlano chiaro: molte donne sottoposte a chemioterapia riferiscono cambiamenti marcati nel gusto, fino alla perdita del piacere di mangiare o alla comparsa di sapori metallici persistenti. Un sintomo che può portare a riduzione dell’appetito, perdita di peso, malnutrizione e peggioramento della qualità della vita.
“GustiAmo” punta a misurare e analizzare in modo sistematico questi cambiamenti nelle pazienti affette da carcinoma mammario non metastatico, sottoposte a trattamento chemioterapico. L’obiettivo è valutare, in termini qualitativi e quantitativi, l’impatto dei farmaci sul gusto e sulle abitudini alimentari.
Il protocollo prevede quattro momenti di valutazione. Il primo prima dell’inizio della chemioterapia, per avere un quadro di riferimento. Il secondo a metà del trattamento, il terzo al termine del ciclo terapeutico e il quarto due mesi dopo la conclusione delle cure. Una scansione temporale che consente di osservare l’evoluzione del sintomo e di verificare eventuali recuperi o persistenze nel tempo.
In ciascuna fase vengono raccolti dati anamnestici e vengono eseguiti test gustativi standardizzati sulle cinque qualità fondamentali: dolce, salato, amaro, acido e umami. A questi si aggiunge la valutazione della percezione chemestesica del piccante, ossia la risposta sensoriale legata agli stimoli irritativi che coinvolgono le terminazioni nervose orali.

Parallelamente viene analizzato lo stato nutrizionale delle partecipanti secondo criteri condivisi a livello internazionale. Le pazienti compilano inoltre questionari specifici per misurare l’intensità delle alterazioni del gusto e il loro impatto sulla qualità della vita. Non si tratta solo di dati clinici, ma di un’indagine che intreccia dimensione biologica, nutrizionale e psicologica.
La disgeusia, infatti, non è un semplice fastidio. Per molte persone rappresenta un cambiamento radicale nel rapporto con il cibo. Sapori alterati, preferenze che mutano improvvisamente, difficoltà a tollerare determinati alimenti. Mangiare, da gesto quotidiano e conviviale, può trasformarsi in un’esperienza faticosa o sgradevole.
Comprendere meglio questo fenomeno significa poter intervenire in modo mirato. Se si individuano pattern ricorrenti nelle alterazioni gustative, sarà possibile predisporre interventi nutrizionali personalizzati, suggerendo modifiche nella preparazione dei cibi, nella scelta degli ingredienti o nella distribuzione dei pasti. Strategie che possono aiutare a mantenere un adeguato apporto calorico e proteico durante le terapie.
Lo studio coinvolge, oltre alla struttura di Nutrizione clinica, anche la Senologia oncologica, la Direzione delle professioni sanitarie e progetti e l’area Ricerca e innovazione dell’Asl Cn2. Un lavoro di squadra che integra competenze diverse. Tra i contributi scientifici, quello del ricercatore Davide Risso, impegnato nell’analisi dei dati e nell’elaborazione dei risultati.
L’attenzione agli effetti collaterali delle cure oncologiche rappresenta oggi un capitolo centrale della medicina moderna. Se in passato l’obiettivo primario era esclusivamente la sopravvivenza, oggi si parla sempre più di qualità della vita durante e dopo le terapie. La nutrizione è parte integrante di questo percorso.
Il carcinoma mammario non metastatico, oggetto dello studio, rappresenta una delle diagnosi oncologiche più frequenti nelle donne. I protocolli terapeutici hanno raggiunto livelli elevati di efficacia, ma gli effetti collaterali restano una sfida clinica. Intervenire sulla disgeusia significa ridurre uno dei fattori che possono compromettere l’aderenza alla terapia e il benessere complessivo.
“GustiAmo” si inserisce in questo scenario come progetto pilota, con l’ambizione di produrre dati utili per la comunità scientifica e per la pratica clinica quotidiana. I risultati potranno contribuire ad ampliare la letteratura su un tema ancora poco esplorato e a costruire linee guida di supporto nutrizionale più efficaci.
In un ospedale che negli ultimi anni ha investito su ricerca e innovazione, l’attenzione al gusto assume un valore simbolico. Perché mangiare non è solo nutrirsi. È identità, relazione, memoria. E quando il gusto cambia, cambia una parte della quotidianità.
Lo studio di Verduno parte da qui: dall’idea che anche un sintomo apparentemente secondario meriti attenzione, misurazione e risposte concrete. Perché curare significa anche accompagnare, sostenere e proteggere la qualità della vita in ogni fase del percorso oncologico.
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