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Cronaca

"Mandami un messaggio quando arrivi": l’ultimo ricordo di Jacopo, morto nell’esplosione di via Nizza. In aula il dolore dei genitori

In aula il racconto della madre e del padre del 33enne di Mazzè: «Era un bravo ragazzo, vive ancora nei nostri pensieri»

Chiusa l’indagine

Chiusa l’indagine sull’esplosione di via Nizza: giudizio immediato per Zippo, il tubo del gas tagliato e la benzina dietro la morte di Jacopo Peretti

L’ultimo messaggio, arrivato puntuale, come sempre. Poi il silenzio. È da quel dettaglio semplice e quotidiano che si apre il racconto più difficile, quello di una normalità spezzata in pochi istanti. In aula, davanti ai giudici, la voce di Marzia Grua si incrina mentre ripercorre le ultime ore trascorse con il figlio Jacopo Peretti, 33 anni, morto nella notte tra il 29 e il 30 giugno 2025 nell’esplosione che devastò un palazzo in via Nizza, a Torino.

«L’ho visto l’ultima volta il 29 giugno – racconta la madre –. Era domenica, era venuto a pranzo da noi, con il nonno. Poi si era riposato un po’, ma non si era fermato per cena. Gli avevo preparato una borsa con qualcosa da mangiare e gli avevo detto: mandami un messaggio quando arrivi». Un gesto consueto, una raccomandazione come tante. «E lui il messaggio me l’aveva mandato».

Il giorno dopo, però, tutto cambia. «La mattina del 30 mi ha chiamato un amico di famiglia per dirmi dell’esplosione. Mi sono vestita e sono corsa in via Nizza. Jacopo era disperso». L’attesa, le ore sospese tra speranza e paura, fino alla notizia che nessun genitore dovrebbe mai ricevere: «Verso le 11.30 mi hanno detto che lo avevano trovato».

In quell’istante, dice la madre, il tempo si è fermato. «Da allora non c’è più nulla. Non esagero quando dico che vedere Jacopo mi svoltava la giornata. Senza di lui nulla ha più senso». Parole che riempiono l’aula, mentre il processo prova a ricostruire responsabilità e dinamiche di una tragedia che ha colpito un innocente.

Jacopo dormiva nel suo appartamento al quinto piano quando la deflagrazione lo ha travolto. Secondo gli inquirenti, l’esplosione sarebbe stata provocata da un incendio doloso sviluppatosi nell’alloggio accanto. Per quei fatti è imputato Giovanni Zippo, accusato di omicidio volontario, disastro doloso e lesioni. L’ipotesi dell’accusa è che l’uomo abbia appiccato il fuoco nell’appartamento della sua ex compagna, per motivi legati alla fine della relazione. La donna non era in casa. A morire, invece, è stato il vicino, estraneo alla vicenda.

Il corpo di Peretti è stato recuperato solo diverse ore dopo, al termine delle operazioni di ricerca tra le macerie. Un dettaglio che rende ancora più cruda la dimensione della tragedia.

In aula prende la parola anche il padre, Paolo Peretti. Il suo è un ricordo che prova a restituire il volto umano, prima ancora che giudiziario, della vicenda. «Jacopo ve lo descrivo con tre parole – dice –. Un bravo ragazzo. È quello che mi hanno detto tutti: amici, colleghi, dipendenti».

Un giovane che aveva costruito il proprio percorso passo dopo passo. Dopo il diploma al liceo Newton di Chivasso e la laurea in economia a Torino, aveva fondato Jphonia, un’azienda attiva nella consulenza e assistenza nel settore della telefonia. Un progetto cresciuto nel tempo, con diversi punti operativi anche nel capoluogo.

«Pensava agli altri prima che a sé stesso – continua il padre –. Credeva nelle persone che assumeva, le formava. Aveva iniziato da ragazzo, in parrocchia, aiutando i bambini e facendo l’animatore». Un tratto che, secondo chi lo conosceva, non aveva mai abbandonato.

Neppure le difficoltà legate alla pandemia lo avevano fermato. «Dopo il Covid voleva allargare l’attività anche al settore dell’energia – spiega –. Avevamo già pensato a tutto, anche al nome: Tlg, telefonia luce e gas. Era riuscito perfino a registrare il dominio».

Progetti, idee, prospettive. Tutto interrotto in una notte. Eppure, per il padre, Jacopo non è solo un ricordo. «Io ho sempre parlato al passato delle persone che ho perso – confida –. Ma con lui non ci riesco. Per me è presente. Non riesco a immaginare che non ci sia più. Questo è lo stimolo per andare avanti, per costruire quello che lui avrebbe voluto».

Il processo prosegue, mentre resta il peso di una vicenda che intreccia giustizia e dolore, responsabilità penali e vite spezzate. E al centro, la storia di un giovane che non c’entrava nulla, travolto da un gesto che, secondo l’accusa, non era destinato a lui, ma che ha cambiato per sempre la vita di chi gli voleva bene.

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