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Cronaca
24 Marzo 2026 - 16:06
Esplosione in via Nizza, a processo l’ex guardia giurata: “Era formato sui rischi che avrebbero causato la tragedia” (a sinistra: Jacopo Peretti)
Conoscere i rischi per mestiere e finire sotto accusa per averli, secondo l’impianto investigativo, trasformati in tragedia. È su questo cortocircuito che si muove il processo in corso a Torino per l’esplosione di via Nizza, uno degli episodi più drammatici degli ultimi anni in città.
Quel giorno, un’esplosione devastante ha sventrato una palazzina, provocando la morte di Jacopo Peretti, 33 anni, originario di Mazzè, e il ferimento di alcune persone, tra cui anche dei bambini. Un boato che ha segnato non solo le famiglie coinvolte, ma un intero quartiere, ancora oggi in attesa di risposte definitive.
Al centro del procedimento c’è un’ex guardia giurata, accusata di aver provocato l’esplosione tentando di appiccare un incendio nell’appartamento dell’ex compagna. Una ricostruzione che dovrà essere accertata in sede processuale e che resta, allo stato attuale, un’ipotesi accusatoria.
Secondo quanto emerso nelle indagini, il rogo si sarebbe trasformato in una deflagrazione ben più ampia, con conseguenze imprevedibili e devastanti. Un’escalation che ha portato al crollo parziale dell’edificio e alla morte di Peretti, che si trovava all’interno della palazzina.
Nell’ultima udienza, a catalizzare l’attenzione sono state le testimonianze dei colleghi dell’imputato, dipendenti di Securitalia. Le loro parole hanno contribuito a delineare il profilo professionale dell’uomo, mettendo in evidenza un elemento destinato a pesare nel processo: la sua formazione tecnica sui rischi.
«Aveva concluso il corso di gestione delle emergenze», hanno spiegato in aula. Ma non solo: tra le certificazioni risultano attestati antincendio, formazione sul rischio elettrico, sulle esplosioni e su sostanze chimiche e biologiche. Un bagaglio di competenze che, in un contesto come quello delineato dall’accusa, assume un significato particolarmente delicato.
Tra le testimonianze più forti, quella di Fabio Caputo, collega e amico di lunga data dell’imputato. «Ci conosciamo da trent’anni», ha raccontato, visibilmente provato. Poi il momento in cui ha iniziato a sospettare: «L’appartamento esploso era di una persona che lui conosceva, per due ore è mancato a lavoro e alla fine del turno era tutto bruciato: ho fatto uno più uno».
Parole che hanno restituito anche il peso umano della vicenda. Lo stesso Caputo ha ricordato con commozione «i bambini rimasti feriti e il ragazzo che ha perso la vita», riportando al centro dell’aula non solo i fatti, ma le conseguenze.
Il caso di via Nizza, infatti, non è solo un processo tecnico. È una ferita ancora aperta: un giovane di 33 anni morto, famiglie coinvolte, un edificio distrutto e una comunità che si è trovata improvvisamente catapultata dentro una tragedia.
Nel corso delle indagini, gli inquirenti hanno lavorato per ricostruire con precisione la dinamica dell’esplosione, analizzando cause, modalità e responsabilità. Tra gli elementi al vaglio, proprio la possibile volontarietà dell’innesco e il contesto relazionale tra l’imputato e la persona che viveva nell’appartamento da cui sarebbe partito l’incendio.
Il processo dovrà ora chiarire se si sia trattato di un gesto intenzionale con conseguenze sfuggite di mano o di una dinamica diversa. Saranno decisive le prossime udienze, con ulteriori testimonianze e consulenze tecniche.
Nel frattempo resta il dato più difficile da elaborare: la morte di Jacopo Peretti, una vita spezzata in modo improvviso, lontano da qualsiasi responsabilità diretta. Una storia che continua a chiedere verità, mentre la giustizia prova a ricomporre i frammenti di una tragedia che ha lasciato segni profondi.
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