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Cronaca
04 Marzo 2026 - 17:25
Caso Pifferi, la difesa ricorre in Cassazione a Milano: “Non fu omicidio volontario” (foto: Alessia Pifferi)
La difesa di Alessia Pifferi ha presentato ricorso in Cassazione contro la sentenza con cui la Corte d’Appello di Milano ha condannato la donna a 24 anni di carcere per la morte della figlia Diana, la bambina di appena 18 mesi lasciata sola in casa e deceduta nel luglio del 2022.
Secondo l’avvocato Cristian Scaramozzino, che rappresenta l’imputata, il fatto non dovrebbe essere qualificato come omicidio volontario con dolo eventuale, ma al massimo come omicidio colposo con colpa cosciente oppure come abbandono di minore. Nel ricorso si sostiene inoltre che la pena inflitta sia sproporzionata e che non sia stato adeguatamente considerato il disagio psichico della donna.
Il legale contesta in particolare la qualificazione giuridica del reato e la mancata applicazione delle attenuanti generiche, che secondo la difesa avrebbero dovuto prevalere sull’aggravante contestata. Nel ricorso si sottolinea inoltre che i giudici milanesi hanno riconosciuto la presenza di un disturbo psichico strutturato e di un funzionamento cognitivo compromesso, senza però arrivare a riconoscere neppure un vizio parziale di mente.
La difesa richiama anche la storia personale dell’imputata, segnata – secondo quanto documentato in sede processuale – da un’infanzia difficile, isolamento sociale, difficoltà emotive e da una violenza sessuale subita a undici anni. Elementi che, secondo gli avvocati, avrebbero dovuto incidere sulla valutazione della responsabilità penale e sulla misura della pena.
Uno dei punti centrali del ricorso riguarda la presunta assenza di volontarietà nella morte della bambina. Per sostenere questa tesi, la difesa ricorda che Pifferi in passato aveva già lasciato la figlia da sola per brevi periodi e che, nella sua percezione, la piccola sarebbe stata in grado di restare sola per alcune ore. Proprio per questo, secondo l’avvocato, non sarebbe dimostrata la consapevole accettazione del rischio di morte, elemento necessario per configurare il dolo eventuale.

Tribunale di Milano
Nel ricorso si richiama anche la reazione della donna al momento del ritrovamento del corpo della figlia. La Corte d’Appello aveva definito “sconcertanti e irrazionali” i tentativi della madre di rianimare la bambina ormai morta. Secondo la difesa, proprio questa reazione dimostrerebbe l’assenza di un’intenzione omicida.
Il caso di Alessia Pifferi ha scosso profondamente l’opinione pubblica fin dall’inizio. La vicenda risale al luglio del 2022, quando la donna lasciò la figlia Diana, di appena un anno e mezzo, sola nell’appartamento di Milano per sei giorni per raggiungere il compagno in un’altra città. La bambina morì di stenti e disidratazione.
Quando Pifferi tornò a casa trovò la figlia senza vita e diede l’allarme. Le indagini ricostruirono rapidamente quanto accaduto e portarono all’arresto della donna con l’accusa di omicidio volontario aggravato.
Nel processo di primo grado la Corte d’Assise di Milano aveva riconosciuto la responsabilità dell’imputata, infliggendo una pesante condanna poi confermata in appello con la pena di 24 anni di reclusione. La sentenza aveva stabilito che la donna, lasciando la figlia sola per giorni senza assistenza, accettò il rischio della sua morte.
Ora la vicenda approda davanti alla Corte di Cassazione, dove si confronteranno le diverse interpretazioni giuridiche del caso: da una parte l’accusa, che ritiene configurabile l’omicidio volontario, dall’altra la difesa, che chiede di ridurre il reato e di riconoscere maggior peso alla condizione psicologica dell’imputata.
Sarà la Suprema Corte a decidere se confermare la sentenza oppure disporre un nuovo processo di appello. Una decisione destinata a incidere su uno dei casi giudiziari più discussi degli ultimi anni in Italia.
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