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Cronaca

Preti piemontesi bloccati a Gerusalemme: aeroporto chiuso dopo l’escalation in Medio Oriente

Sedici sacerdoti e un diacono della Diocesi di Torino impossibilitati a rientrare: contatti continui con consolato e Farnesina

Preti piemontesi

Preti piemontesi bloccati a Gerusalemme: aeroporto chiuso dopo l’escalation in Medio Oriente

Doveva essere il momento del rientro, dopo giorni di pellegrinaggio nei luoghi simbolo della cristianità. Invece si è trasformato in un’attesa carica di tensione. Sedici preti e un diacono piemontesi, in gran parte appartenenti alla Diocesi di Torino, sono attualmente bloccati a Gerusalemme a causa della nuova escalation militare tra Israele, Stati Uniti e Iran, che ha portato alla chiusura dell’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv.

Il gruppo avrebbe dovuto imbarcarsi proprio dallo scalo internazionale israeliano per fare ritorno in Italia. Ma la decisione delle autorità di sospendere i voli, in seguito all’inasprimento del conflitto e al timore di ulteriori attacchi, ha congelato ogni partenza. Una misura di sicurezza che ha coinvolto centinaia di viaggiatori stranieri, tra cui i religiosi piemontesi.

Secondo quanto si apprende, i sacerdoti stanno bene e sono ospitati in strutture sicure. Non risultano situazioni di pericolo immediato, ma il clima resta incerto. Le tensioni nella regione hanno provocato un rapido irrigidimento delle misure di sicurezza e un aumento della presenza militare nei punti sensibili.

A seguire la situazione passo dopo passo è l’Opera Diocesana Pellegrinaggi, che mantiene contatti costanti con il consolato italiano, con la compagnia aerea incaricata del volo di rientro e con il ministero del Turismo israeliano. L’obiettivo è individuare una finestra utile per il ritorno, non appena lo spazio aereo sarà riaperto o verranno predisposte soluzioni alternative.

La Farnesina monitora l’evoluzione del quadro internazionale, che nelle ultime ore si è fatto più complesso. L’escalation tra Israele e Iran, con il coinvolgimento degli Stati Uniti, ha riacceso un fronte già fragile, alimentando timori di un allargamento del conflitto. In questi scenari, la chiusura temporanea degli aeroporti rappresenta una delle prime misure preventive adottate per garantire la sicurezza dei civili.

Per i sacerdoti piemontesi si tratta di un imprevisto che prolunga un’esperienza nata con tutt’altro spirito. Il pellegrinaggio in Terra Santa è uno dei momenti più significativi per il clero e per i fedeli, un’occasione di preghiera e approfondimento spirituale nei luoghi evangelici. Ora, però, la dimensione spirituale lascia spazio alla prudenza e all’attesa.

Dalle prime informazioni non emergono criticità logistiche gravi. I religiosi sono in contatto con l’Italia e aggiornano costantemente le rispettive comunità. Le diocesi piemontesi seguono con apprensione ma anche con fiducia l’evolversi della situazione, consapevoli che la priorità è la sicurezza.

Il blocco dei voli a Tel Aviv rappresenta un segnale della delicatezza del momento geopolitico. L’aeroporto Ben Gurion è uno degli snodi principali del traffico internazionale nell’area e la sua chiusura incide su collegamenti strategici. Le autorità israeliane stanno valutando le condizioni per una riapertura graduale, ma tutto dipenderà dall’andamento delle operazioni militari e dal livello di rischio.

Nel frattempo, resta attiva la rete diplomatica italiana, pronta a intervenire qualora fosse necessario organizzare rientri straordinari o assistenza consolare rafforzata. Episodi analoghi in passato hanno visto l’attivazione di voli speciali o corridoi protetti.

La speranza è che la crisi si stabilizzi rapidamente, consentendo ai religiosi di fare ritorno in Piemonte senza ulteriori complicazioni. Per ora, l’unica certezza è l’attesa. Un’attesa che si misura con le notizie che arrivano dal fronte e con la consapevolezza di trovarsi in un’area dove la storia, troppo spesso, si intreccia con il conflitto.

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