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Trump apre all’invio di truppe in Iran mentre la guerra accelera e gli Stati Uniti contano i primi morti

Il presidente non esclude soldati sul terreno dopo tre giorni di attacchi di Operation Epic Fury. Quattro militari americani uccisi, Iran e Hezbollah rispondono, consenso interno fermo al 27%

Trump apre all’invio di truppe in Iran mentre la guerra accelera e gli Stati Uniti contano i primi morti

Trump apre all’invio di truppe in Iran mentre la guerra accelera e gli Stati Uniti contano i primi morti

In una domenica sera che ha accompagnato Washington verso un lunedì di tensione, nella sala stampa della Casa Bianca sono scorse mappe del Golfo Persico e grafici sulle rotte aeree sospese. Nelle stesse ore il New York Post ha pubblicato una frase destinata a segnare il dibattito: alla domanda sull’eventuale invio di soldati in Iran, il presidente Donald Trump ha risposto che, “se necessari, ci saranno”. Non ha annunciato un dispiegamento, ma non lo ha escluso. Ha aggiunto che la campagna in corso, denominata Operation Epic Fury, ha proceduto “molto in anticipo rispetto alla tabella di marcia”. Al 2 marzo 2026 la linea ufficiale è rimasta questa: nessuna decisione sulle truppe di terra, opzione aperta.

L’affermazione ha ampliato il perimetro politico dell’operazione. Dopo tre giorni di attacchi, Washington ha indicato obiettivi precisi: neutralizzare la capacità missilistica iraniana, ridurre le forze navali di Teheran, impedire l’accesso all’arma nucleare e colpire le reti alleate considerate ostili. Sono i punti che il presidente ha ribadito negli interventi pubblici e nei comunicati dell’amministrazione.

Sul fronte israeliano, le autorità hanno confermato che l’azione è stata pianificata congiuntamente con gli Stati Uniti ed è scattata il 28 febbraio 2026 con il nome in codice Roaring Lion. Da Tel Aviv hanno parlato di un’operazione senza precedenti per ampiezza, iniziata con attacchi simultanei contro vertici del sistema militare iraniano e proseguita con centinaia di missioni aeree su oltre 500 obiettivi. Secondo i briefing militari, sono stati impiegati circa 200 velivoli e più di 550 munizioni in poche ore.

Nel colloquio con il New York Post, Trump ha sostenuto che i risultati sono arrivati prima del previsto. Diverse testate internazionali hanno riferito dell’eliminazione di figure di alto livello dell’apparato iraniano. Molte informazioni restano difficili da verificare in tempo reale e la dimensione informativa accompagna quella militare. La Casa Bianca, però, ha insistito sul concetto di avanzamento rapido.

Il conflitto ha già prodotto vittime americane. Tra il 1° e il 2 marzo il Pentagono ha confermato la morte di tre militari, poi diventati quattro dopo il decesso di un soldato ferito. Erano assegnati a unità logistiche in Kuwait e sono stati colpiti durante le ritorsioni iraniane seguite ai raid. Il presidente ha espresso cordoglio e ha avvertito che potrebbero esserci altre perdite.

Sul piano interno, l’operazione ha diviso il Paese. Un sondaggio Reuters/Ipsos condotto tra il 28 febbraio e il 1° marzo 2026 ha rilevato che il 27% degli intervistati approva gli attacchi contro l’Iran, il 43% li disapprova e il 29% non ha espresso un’opinione. Tra i Democratici la contrarietà ha raggiunto il 74%, tra i Repubblicani il sostegno si è attestato al 55%. Il 56% del campione ha definito il presidente troppo incline all’uso della forza. Il dato fotografa un consenso fragile mentre l’amministrazione ha parlato di una campagna che potrebbe durare quattro o cinque settimane, con la possibilità di un’estensione.

Dal punto di vista operativo, Operation Epic Fury ha combinato attacchi a lunga distanza, operazioni cibernetiche e azioni contro le difese aeree e le infrastrutture missilistiche. Washington ha indicato anche la riduzione delle capacità navali iraniane nello Stretto di Hormuz come priorità strategica. Israele, attraverso lo Stato Maggiore delle Israel Defense Forces (IDF, Forze di Difesa Israeliane), ha spiegato che la decisione è arrivata dopo valutazioni di intelligence su un’accelerazione del programma nucleare e sull’incremento della produzione di missili.

L’Iran ha reagito con lanci di missili e droni contro obiettivi statunitensi e israeliani nella regione, prendendo di mira installazioni in Kuwait, Bahrein, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Le autorità coinvolte hanno confermato alcuni attacchi e ne hanno smentiti altri. Dal Libano, Hezbollah ha intensificato le operazioni contro Israele. Da Gerusalemme è stato reso noto l’impiego operativo di sistemi laser per intercettare lanci su larga scala. Il rischio di un’estensione regionale è diventato un elemento concreto della crisi.

Le ripercussioni si sono viste anche sui mercati energetici. Il prezzo del gas europeo ha registrato forti oscillazioni, superando i 40 euro per megawattora. In diverse capitali europee sono state rafforzate le misure di vigilanza su infrastrutture sensibili per timore di possibili ritorsioni.

In questo contesto si inserisce la frase sulle truppe di terra. “Se necessari, ci saranno” è stata formulata in modo condizionale. Può essere letta come deterrenza, per segnalare che Washington non si è posta limiti preventivi, oppure come opzione concreta nel caso in cui gli attacchi aerei e cibernetici non producano gli effetti dichiarati. L’intervista non ha fornito dettagli su numeri, regole d’ingaggio o missioni eventuali.

Restano interrogativi centrali: quale livello di indebolimento delle capacità iraniane verrà considerato sufficiente; come verrà verificato l’arresto di eventuali progressi verso l’arma nucleare; quali strumenti diplomatici potranno contenere l’escalation. La Casa Bianca sostiene che l’operazione procede secondo i piani. Il margine politico interno è limitato e l’evoluzione militare, insieme alla reazione iraniana, determinerà le prossime scelte.

Fonti: Pentagono; comunicati ufficiali della Casa Bianca; dichiarazioni delle Israel Defense Forces (IDF, Forze di Difesa Israeliane).

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