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Esteri
02 Marzo 2026 - 19:00
A mezzogiorno, all’ombra dell’Azadi Tower, un altoparlante ha gracchiato slogan mentre il vento ha piegato le bandiere nero-verdi che invocano vendetta. Le telecamere della TV di Stato iraniana hanno cercato l’inquadratura più compatta. A pochi chilometri, intanto, si sono sentite nuove esplosioni. È il terzo giorno di bombardamenti sull’Iran da parte di Stati Uniti e Israele. Il governo ha convocato la popolazione a Teheran per “difendere la Repubblica Islamica” e onorare la memoria della Guida Suprema Ali Khamenei, morto, secondo l’annuncio ufficiale, nella mattina di sabato 28 febbraio 2026. La sua scomparsa ha aperto una fase senza precedenti. Mentre la capitale ha messo in scena un rito collettivo, da Washington e Gerusalemme sono arrivati segnali di possibile intensificazione dei raid. Da Teheran sono giunte nuove rivendicazioni legate a “True Promise”, la campagna missilistica di ritorsione.
All’indomani dell’annuncio, le autorità hanno proclamato quaranta giorni di lutto e una settimana di sospensione delle attività. È stato istituito un Consiglio di guida provvisorio composto dal presidente Masoud Pezeshkian, dal capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i e dal religioso Alireza Arafi, in attesa delle decisioni dell’Assemblea degli Esperti, l’organo costituzionale incaricato di nominare la nuova Guida. La struttura transitoria è stata riportata da media regionali e internazionali, che hanno descritto un equilibrio fragile dopo la scomparsa del leader ottantaseienne.
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Le agenzie vicine alle autorità, tra cui WANA, hanno diffuso immagini di folle radunate in Enghelab Square e Azadi Square, con slogan contro Stati Uniti e Israele. Testate indipendenti hanno ricordato che nelle settimane precedenti lo Stato aveva enfatizzato la portata delle manifestazioni filogovernative. L’11 febbraio 2026, anniversario della Rivoluzione del 1979, la partecipazione era stata descritta come “decine di milioni” di persone. Una stima contestata da emittenti come Iran International e da osservatori indipendenti.
La mobilitazione ha superato i confini nazionali. Cortei di condoglianze si sono svolti in Libano, Iraq, Pakistan e India. Nella diaspora, da New York a Los Angeles, da Londra a Sydney, si sono alternati cordoglio e proteste. In alcune comunità in esilio si sono visti anche festeggiamenti per la fine del lungo dominio di Khamenei. Le immagini hanno restituito il ritratto di una società divisa.
Sul piano militare, le operazioni congiunte di Stati Uniti e Israele sono entrate nel terzo giorno. Fonti americane e israeliane, riprese da testate come Washington Post, Associated Press e Guardian, hanno descritto una campagna iniziata con attacchi coordinati su Teheran e su altre città, con l’obiettivo dichiarato di colpire l’apparato di comando iraniano, i sistemi di difesa aerea e le capacità missilistiche. Tra i bersagli indicati figura il quartier generale Tharallahdel Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC, Islamic Revolutionary Guard Corps) nella capitale. A Washington si è parlato di operazione destinata a proseguire finché ritenuto necessario.
Nei primi due giorni sarebbero stati uccisi diversi esponenti di vertice. Le autorità iraniane hanno confermato la morte di Ali Khamenei nella notte tra il 28 febbraio e il 1° marzo 2026. La sequenza degli eventi — attacco, conferma ufficiale, proclamazione del lutto — ha definito il quadro politico interno.
Il bilancio delle vittime civili è rimasto incerto. Tra gli episodi più discussi c’è stato l’attacco alla scuola femminile di Minab, nella provincia di Hormozgan, durante il primo giorno di raid. Le autorità iraniane hanno parlato di un numero elevato di vittime. Alcune immagini sono state verificate da media internazionali, ma manca ancora un conteggio indipendente definitivo. Il 2 marzo nuovi attacchi hanno colpito Niloofar Square a Teheran. Le accuse si sono incrociate, mentre sono arrivate richieste di indagini internazionali.
La risposta iraniana si è concentrata su “True Promise”, descritta dai media di Stato come una serie di ondate missilistiche. Nelle ultime ore la televisione pubblica ha parlato di una nuova fase, indicata da alcuni canali come undicesima, diretta contro “centri di intelligence” e “depositi di supporto” nella regione del Golfo Persico. Le informazioni diffuse provengono in gran parte da organi vicini all’IRGC e non hanno trovato finora conferme indipendenti. In passato la numerazione delle ondate è stata utilizzata anche come strumento di comunicazione politica.
Il Golfo Persico e lo Stretto di Hormuz sono diventati punti sensibili. Sono circolate segnalazioni di restrizioni al traffico marittimo e di avvisi radio attribuiti ai Guardiani della Rivoluzione. Lo Stretto di Hormuz è attraversato da circa il 20 per cento del greggio mondiale. Anche ipotesi di limitazioni parziali hanno inciso sui mercati e sulle rotte commerciali. Alcune compagnie avrebbero sospeso temporaneamente i transiti nel Golfo di Oman. Il quadro resta in evoluzione.
La morte di Khamenei ha avuto effetti istituzionali immediati. La Costituzione iraniana prevede che, in caso di vacanza della Guida, un Consiglio provvisorio assuma le funzioni fino alla nomina del successore da parte dell’Assemblea degli Esperti. La pressione militare esterna e la perdita di figure chiave della sicurezza hanno reso questa transizione la più delicata dalla Rivoluzione del 1979. Nelle cancellerie occidentali si sono aperte consultazioni per evitare un allargamento del conflitto.
Anche all’interno del Paese la situazione è apparsa frammentata. Accanto alle manifestazioni filogovernative, video diffusi sui social hanno mostrato festeggiamenti notturni in alcune città. Le immagini non sono sempre verificabili, ma indicano una frattura tra sostenitori del sistema e oppositori, in particolare tra i giovani e nella diaspora. La convocazione di massa a Teheran ha avuto una funzione politica: esibire continuità e misurare il consenso in un momento di vulnerabilità.
La gestione dell’informazione è diventata parte dello scontro. La TV di Stato iraniana e le agenzie ufficiali hanno parlato di mobilitazione nazionale. Media indipendenti e organizzazioni non governative hanno analizzato video e fotografie attraverso strumenti di geolocalizzazione e immagini satellitari commerciali. Molte rivendicazioni, da entrambe le parti, richiedono verifiche incrociate.
Sul piano internazionale si è riunito il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Governi europei hanno adottato toni prudenti. Russia e Cina hanno condannato i raid. Australia e Canada hanno espresso sostegno agli Stati Uniti. I canali diplomatici restano aperti per evitare un’escalation che coinvolga Libano, Iraq, Siria, Yemen e gli Stati del Golfo.
Le prossime ore saranno decisive. Molto dipenderà dalla coesione tra Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica, governo, magistratura e clero, dalla continuità dei bombardamenti e dall’effettiva portata delle operazioni “True Promise”. Il traffico nello Stretto di Hormuz sarà un indicatore chiave, così come l’andamento delle manifestazioni nelle città iraniane.
La crisi ha implicazioni dirette anche per l’Europa. Un’interruzione prolungata nello Stretto di Hormuz inciderebbe sui prezzi di petrolio e gas e sulle catene di approvvigionamento. Aziende energetiche come Eni e grandi compagnie di navigazione monitorano l’area. L’Unione Europea e il G7 sono chiamati a bilanciare deterrenza, assistenza umanitaria e iniziative diplomatiche.
Teheran ha tentato di mostrare compattezza attorno alla figura di Ali Khamenei. Ma sotto le immagini ufficiali si muovono tre dinamiche: la pressione militare esterna, la risposta iraniana accompagnata da una comunicazione difficile da verificare, e una società attraversata da divisioni profonde. L’esito della mobilitazione dirà se il sistema riuscirà a consolidarsi o se la combinazione di raid e tensioni interne cambierà gli equilibri costruiti negli ultimi decenni.
Fonti: Iran International, TV di Stato iraniana, comunicati ufficiali del governo iraniano, dichiarazioni del governo degli Stati Uniti, dichiarazioni del governo di Israele, dati pubblici sul traffico nello Stretto di Hormuz.
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