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Cronaca
19 Febbraio 2026 - 09:01
Tesoro nascosto tra quadri e conti correnti, maxi sequestro da 1,5 milioni scuote il mercato dell’arte torinese
Un patrimonio da 1,5 milioni di euro bloccato tra conti, investimenti e beni riconducibili a un commerciante d’arte torinese. È il risultato di un’indagine della Guardia di finanza di Torino, che ha eseguito un sequestro preventivo disposto dal giudice per le indagini preliminari su richiesta della Procura del capoluogo. L’uomo è indagato per dichiarazione infedele e autoriciclaggio, reati che, secondo l’ipotesi accusatoria, si intrecciano in un sistema di gestione dei proventi maturati nel mercato delle opere d’arte.
L’inchiesta, condotta dal Nucleo di polizia economico-finanziaria, ha preso forma attraverso una lunga serie di accertamenti bancari e finanziari. Gli investigatori hanno passato al setaccio movimenti, procure, deleghe e intestazioni di conti correnti, ricostruendo un quadro che, secondo la ricostruzione accusatoria, avrebbe consentito al commerciante di incanalare somme ingenti al di fuori delle dichiarazioni fiscali.
Uno dei punti centrali dell’indagine riguarda alcuni conti correnti intestati ai genitori dell’indagato. Formalmente non a suo nome, ma – stando a quanto emerso – gestiti direttamente dal commerciante grazie a procure speciali rilasciate dal padre, da tempo residente all’estero e deceduto nel 2020, e dalla madre, oggi 96enne. Proprio su quei rapporti bancari sarebbero transitati flussi di denaro ritenuti incompatibili con i redditi dichiarati.
Secondo gli accertamenti, le movimentazioni individuate non troverebbero giustificazione nelle entrate ufficialmente comunicate al Fisco. Le somme sarebbero riconducibili, sempre secondo l’ipotesi investigativa, a vendite non dichiarate di opere d’arte, effettuate anche attraverso note case d’asta. Un segmento del mercato, quello delle aste, che negli ultimi anni ha visto crescere il volume di affari e che rappresenta uno snodo delicato per i controlli fiscali, proprio per la complessità delle transazioni e per il valore elevato delle opere trattate.

Il quadro ricostruito dagli inquirenti parla di profitti complessivi per circa 3,4 milioni di euro, maturati nel tempo e non integralmente dichiarati. L’evasione dell’Irpef sarebbe stata quantificata in circa 1,5 milioni di euro, cifra che coincide con il profitto del reato contestato di dichiarazione infedele e che ha determinato l’entità del sequestro preventivo.
Ma non si tratterebbe solo di omesse dichiarazioni. Parte delle somme, secondo l’accusa, sarebbe stata successivamente reimpiegata in operazioni finanziarie e patrimoniali, configurando l’ipotesi di autoriciclaggio. In particolare, circa un milione di euro sarebbe confluito nella sottoscrizione di polizze vita, strumenti spesso utilizzati per finalità di pianificazione patrimoniale ma che, in determinati contesti, possono diventare veicoli per schermare la provenienza del denaro.
Non solo. Un’ulteriore quota, pari a 160 mila euro, sarebbe stata destinata a un investimento immobiliare in una località della riviera ligure di ponente. Un acquisto che, sempre secondo gli inquirenti, rappresenterebbe un ulteriore passaggio nella strategia di reinvestimento delle somme ritenute di provenienza illecita.
Il sequestro preventivo disposto dal gip ha una funzione cautelare: serve a congelare beni e disponibilità finanziarie in vista di una eventuale confisca definitiva, qualora le responsabilità penali venissero accertate in sede processuale. Si tratta di uno strumento ormai consolidato nella lotta ai reati tributari, rafforzato negli ultimi anni da un quadro normativo che punta a colpire direttamente il profitto dell’evasione.
Il settore del commercio d’arte non è nuovo a verifiche di questo tipo. La combinazione tra valore elevato delle opere, frequente utilizzo di intermediari e dimensione internazionale delle transazioni rende il comparto particolarmente esposto a rischi di irregolarità fiscali. La normativa impone obblighi stringenti in materia di tracciabilità dei pagamenti e adeguata verifica della clientela, proprio per prevenire fenomeni di evasione e riciclaggio.
In questo caso, la ricostruzione della Guardia di finanza si è basata su un’analisi incrociata di movimenti bancari, flussi finanziari e dichiarazioni fiscali. L’elemento ritenuto decisivo sarebbe stato il divario tra le somme transitate sui conti riconducibili all’indagato e i redditi ufficialmente dichiarati. Un disallineamento che, secondo l’accusa, non troverebbe spiegazioni plausibili se non nell’omessa dichiarazione di parte dei proventi.
L’indagine è ancora nella fase preliminare. L’imprenditore è indagato e avrà modo di far valere le proprie ragioni nelle sedi opportune. Il principio di presunzione di innocenza resta fermo fino a eventuale sentenza definitiva.
Resta però il dato economico dell’operazione: un patrimonio significativo sottoposto a vincolo giudiziario e un presunto sistema che, se confermato, avrebbe sottratto al Fisco risorse rilevanti per diversi anni.
Nel frattempo, la Guardia di finanza prosegue l’attività di controllo sul territorio torinese, con particolare attenzione ai settori ad alta movimentazione di capitali. Il caso del commerciante d’arte si inserisce in un filone investigativo più ampio, volto a contrastare l’evasione fiscale e le successive condotte di reimpiego del denaro. Un’azione che punta non solo a individuare le irregolarità, ma a recuperare concretamente le somme ritenute frutto di reato, colpendo il patrimonio accumulato.
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