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18 Febbraio 2026 - 22:18
Senza stipendio, senza futuro: i postini dimenticati di Postalcoop alzano la voce
C’è un gruppo di lavoratori piemontesi che da mesi vive in bilico tra la speranza di tornare a guadagnare uno stipendio e la frustrazione di sentirsi abbandonato. Sono i dipendenti di Postalcoop, corrieri e impiegati che fino a settembre 2025 si alzavano ogni mattina con la divisa addosso per consegnare pacchi. Era il loro mestiere. Oggi, a distanza di settimane, si trovano con l’onta di salari non pagati, prospettive sospese e la sensazione di essere stati scaricati nel momento in cui più avevano bisogno di certezze.
Postalcoop non è solo un nome: era un’azienda di logistica con sedi operative nell’area metropolitana di Torino — da Grugliasco a Ciriè, da Settimo Torinese a Verolengo — che si occupava di consegne per conto di committenti di grande rilievo nel settore postale e logistico. Per anni, i suoi dipendenti hanno lavorato in prima linea per far arrivare pacchi e documenti alla porte di migliaia di famiglie e imprese: un lavoro spesso faticoso, fatto di ritmi serrati, ma sempre svolto con impegno e professionalità.
La svolta è arrivata all’improvviso: nell’ambito di un’inchiesta giudiziaria che ha portato l’azienda sotto amministrazione giudiziaria, le attività operative sono state sospese. I mezzi sono fermi, gli uffici silenziosi, i terminal logistici svuotati. E più di tutto, quello che si è fermato — e in molti casi non ha mai più ripreso — sono stati gli stipendi.
Da settembre 2025, una trentina di lavoratori si è ritrovata a casa senza alcun salario, senza ammortizzatori sociali immediati, e con un futuro lavorativo incerto: niente cedolini, niente garanzie, solo il ricordo di un mestiere che prima li definiva e ora li lascia in una sorta di limbo. Non sono numeri, sono volti: persone che facevano consegne sotto la pioggia, che conoscevano ogni angolo delle province, famiglie con affitti da pagare, figli da crescere, bollette da affrontare. Persone che oggi descrivono quel periodo come il freno brusco alla loro quotidianità.
La reazione dei lavoratori non si è fatta attendere. Presidi, proteste e flash-mob si sono susseguiti davanti alla sede di importanti committenti del settore postale, con cartelli, striscioni e slogan che invitano a non dimenticare chi ha garantito — fino a quando ha potuto — il servizio di consegna sul territorio. «Siamo professionisti, non fantasmi», è una delle frasi più ricorrenti nei discorsi dei lavoratori, che con dignità chiedono di essere ascoltati sul serio.
Le richieste avanzate da questi dipendenti sono semplici ma cruciali: attivazione immediata della cassa integrazione straordinaria, come misura di sostegno in attesa di sviluppi, e chiarezza sulla responsabilità di committenti e appaltatori. C’è chi propone che, vista la stretta dipendenza operativa da aziende come quelle per cui Postalcoop eseguiva le consegne, i rapporti di lavoro possano essere riconosciuti direttamente dalle committenti stesse — un passaggio che per molti significherebbe non solo una boccata d’ossigeno economico, ma la conservazione della dignità professionale.
Sindacati e istituzioni regionali si sono mossi per sollevare il caso a un livello istituzionale, chiedendo un confronto, l’attivazione di ammortizzatori sociali e tutele adeguate. Ma per quanto siano arrivati segnali di apertura, la sensazione tra i lavoratori è ancora quella di trovarsi in un terreno incerto, dove le promesse si scontrano quotidianamente con la realtà di buste paga vuote.
Ed è proprio su questo terreno incerto che oggi la vertenza compie un passo in avanti. La mobilitazione si intensifica e si apre ufficialmente un fronte politico-sindacale e legale. Nella giornata odierna si è svolto un incontro con i rappresentanti della CGIL di Torino, durante il quale è stata condivisa la necessità di avviare un’azione più incisiva per ottenere risposte concrete sulla situazione occupazionale e sulle prospettive future dei lavoratori coinvolti. Non più soltanto proteste simboliche, dunque, ma un percorso strutturato che punta a coinvolgere direttamente le istituzioni.
Tra le ipotesi al vaglio vi è l’apertura di un tavolo istituzionale con la Regione Piemonte oppure con la Città di Torino, con l’obiettivo di portare formalmente la vertenza all’attenzione delle istituzioni locali e regionali. Inoltre, potrebbe essere richiesto un incontro con l’Assessore regionale al Lavoro Elena Chiorino, affinché la situazione dei dipendenti ex Postalcoop venga affrontata anche a livello politico, con la ricerca di soluzioni concrete a tutela dell’occupazione.
Parallelamente, i lavoratori stanno valutando l’organizzazione di una trasferta a Roma per chiedere un confronto diretto con Poste Italiane e Nexive, ritenute parti centrali nella vicenda. L’obiettivo è ottenere chiarimenti e impegni concreti rispetto alle richieste avanzate. Gli ex dipendenti sottolineano di possedere competenze ed esperienza tali da essere già pronti per un eventuale inserimento nella rete corriere di Poste Italiane, rappresentando una risorsa immediatamente operativa per il servizio: non un problema da gestire, ma una professionalità già formata e disponibile.
Contestualmente, è stata intrapresa anche la strada legale, con l’obiettivo di tutelare i diritti dei dipendenti ex Postalcoop in tutte le sedi competenti. L’azione giudiziaria procederà in parallelo a quella sindacale e istituzionale, rafforzando il percorso complessivo della vertenza. È un cambio di passo significativo: la vicenda non resta confinata a una crisi aziendale, ma diventa una questione che investe responsabilità, tutele e rapporti contrattuali nel sistema degli appalti del settore postale.
In un momento storico in cui il valore del lavoro — soprattutto quello manuale e di servizio — è al centro di dibattiti politici e sociali, la vicenda di Postalcoop solleva interrogativi più ampi: che cosa significa davvero tutela del lavoro? Come può uno Stato, come possono i grandi committenti, garantire che chi svolge un servizio essenziale non si ritrovi senza stipendio nel giro di un weekend? E soprattutto, qual è il confine tra un’azienda che si ferma e la responsabilità collettiva di non lasciare indietro chi ha contribuito con fatica e dedizione?
La vertenza entra così in una nuova fase, caratterizzata da un’azione coordinata su più livelli — sindacale, istituzionale e legale — con l’obiettivo dichiarato di arrivare a soluzioni concrete e garantire tutele e prospettive occupazionali ai dipendenti ex Postalcoop. Questa resta, prima di tutto, una storia di diritti ma anche di persone. Persone che non chiedono favori, ma giustizia, certezze e rispetto. Perché non c’è nulla di più destabilizzante di un lavoro che svanisce, mentre le bollette restano lì, ad aspettare.




L’operazione “Epicentro” è scattata il 10 settembre 2025, con il sequestro preventivo di beni, conti e quote societarie per oltre 26,5 milioni di euro. Sotto indagine ci sono 38 persone, accusate a vario titolo di associazione per delinquere, dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture false, intermediazione illecita di manodopera, omesso versamento di imposte e frodi fiscali.
Il provvedimento porta la firma del gip Lucia Minutella, che nelle carte parla di un meccanismo illecito “reiterato e collaudato”, tanto radicato che il rischio di reiterazione è “non solo probabile, ma certo”. A coordinare l’indagine il procuratore Giovanni Bombardieri e il pm Giulia Marchetti, mentre a condurre le operazioni è il Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Torino.
Secondo gli investigatori, il sistema si basava su una catena di società con ruoli ben precisi. In basso, le società “serbatoio”, scatole vuote create per accumulare debiti fiscali e contributivi e sparire senza lasciare traccia. A metà, le società “filtro”, che rifatturavano i servizi ripulendo le operazioni. In cima, i committenti finali, che usufruivano di manodopera a basso costo senza doversi sporcare le mani. Un sistema che tra il 2018 e il 2023 avrebbe generato un volume di fatture false superiore ai cento milioni di euro, producendo profitti illeciti per 26 milioni e coinvolgendo in media oltre duemila lavoratori.
Al centro di questa trama c’è un nome: Postalcoop. Con sede legale a Ciriè, la società nata nel 1986 come cooperativa si vantava di una rete di servizi che spaziavano dal recapito di posta ordinaria e raccomandata alla distribuzione last mile, dalla manutenzione di impianti sportivi alla gestione di aree verdi, dalle pulizie tecniche alla logistica integrata, con anche un magazzino a Verolengo. Non mancavano persino riferimenti al settore della ristorazione, dove Postalcoop aveva iniziato a investire. Una realtà che, sulla carta, sembrava cresciuta passo dopo passo fino a diventare un interlocutore affidabile per privati, aziende e pubbliche amministrazioni.
Dietro quella facciata, la procura di Torino racconta però un’altra storia. Nelle carte compare Daniele Goglio, 58 anni, originario di Settimo Torinese, descritto dai dipendenti come “il capo di tutto”. Non era solo l’amministratore di fatto di Postalcoop, ma anche di una costellazione di società oggi finite nel mirino: Post Al Copp Global Service, Team Service, Consulting Prime System, Conficere Costruzioni, Global Service, Euroservice, Sir4. Dal 2016, anno in cui Postalcoop si è trasformata da cooperativa a srl, il reticolo sarebbe stato utilizzato per consolidare il meccanismo illecito: le società serbatoio emettevano fatture false a favore della società filtro Postalcoop, che a sua volta forniva manodopera sottocosto ai committenti. Così i contributi previdenziali restavano a carico delle scatole vuote che non li versavano, Postalcoop maturava crediti IVA e riduceva gli utili, e i committenti beneficiavano di tariffe ribassate.
Il mosaico diventa ancora più inquietante quando emergono i rapporti con grandi nomi della logistica. Nelle carte si leggono riferimenti a contratti con SDA, GLS e persino a società riconducibili ad Amazon. Secondo i magistrati, alcune fatture avrebbero consentito ad Amazon Italia Transport di evadere l’IVA tra il 2019 e il 2022. Amazon ha smentito ogni coinvolgimento, ma i documenti sequestrati sembrano indicare un legame che avrebbe contribuito alla crescita vertiginosa di Postalcoop negli ultimi anni.
La rete non si fermava alla logistica. L’inchiesta ha travolto anche partecipazioni societarie in locali storici e ristoranti torinesi. Sono finiti sotto la lente d'ingrandimento il Caffè Norman tra via Pietro Micca e piazza Solferino, due Suki Sushi in via Rodi e via Amendola, il Lagrange in via Lagrange, il Sushi del Manzo tra via Roma e via XX Settembre, oltre al Parkamion di Settimo Torinese e a un bar in via Po. In molti casi i sequestri non hanno colpito direttamente i locali, ma le quote societarie riconducibili a Postalcoop. Il tribunale ha disposto che le attività restino aperte, congelando i beni ma salvaguardando i posti di lavoro.
Il nome di Goglio non è nuovo alle cronache. Già nell’inchiesta “Carminius” della Dda di Torino era emerso in relazione ai rapporti con Antonino Defina, boss della ’ndrina di Sant’Onofrio trapiantata in Piemonte e condannato in via definitiva per mafia. All’epoca, le indagini bancarie avevano registrato movimenti sospetti a favore di Goglio per oltre 60 mila euro, sproporzionati rispetto ai suoi incarichi ufficiali. Più recentemente, Goglio era stato amministratore di fatto della cooperativa Marmodiv, legata a Tiziano Renzi e Laura Bovoli, i genitori dell’ex premier Matteo Renzi. In quel procedimento era accusato di aver contribuito al dissesto con l’iscrizione a bilancio di crediti inesistenti per oltre 370 mila euro. In un’intercettazione, affermava: “quel buco non me lo accollo”, riferendosi a un passivo di circa 300 mila euro. L'inchiesta, in primo grado, si è poi conclusa con una sentenza che ha assolto dalle accuse di bancarotta ma condannato per false fatture sia i genitori di Matteo Renzi sia altri imputati come Goglio, pur restando il procedimento in una fase che potrà essere ancora modificata dal secondo grado di giudizio
Di fronte a questo scenario, la voce dei sindacati si fa ancora più forte. La Filt Cgil ricorda che le denunce sulla logistica non sono una novità: da anni si parla di un settore permeato da illegalità diffusa, con appalti e subappalti gestiti al ribasso, con cooperative usa e getta create per abbattere i costi e scaricare le
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