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Cronaca
18 Febbraio 2026 - 17:03
“Cecchini del weekend” a Sarajevo, spunta anche un piemontese. Il suo bersaglio preferito? Le donne (repertorio)
C’è una parola che, da sola, basta a far saltare il banco: “safari”. Perché a Sarajevo, negli anni dell’assedio, non si cacciavano animali. Si sparava sulle persone. L’ipotesi che oggi torna a imporsi nel dibattito pubblico — e che la Procura di Milano sta provando a mettere a fuoco con un’indagine avviata negli ultimi mesi — è quella di una forma di “turismo criminale” in cui civili stranieri avrebbero pagato per affiancare postazioni serbo-bosniache sulle colline attorno alla città e colpire la popolazione intrappolata sotto il fuoco. È la storia dei cosiddetti “cecchini del fine settimana”, una definizione che non attenua l’orrore: lo rende più nitido.
La notizia è rimbalzata in Italia in queste ore dopo un articolo de Il Fatto Quotidiano, rilanciato anche da diverse agenzie stampa: tra gli italiani che avrebbero partecipato a quelle “spedizioni” ci sarebbe anche un piemontese, un ex dipendente pubblico tra i 65 e i 70 anni, appassionato di caccia. Il suo nome non è stato reso noto e, proprio per questo, è necessario tenere il punto fermo che vale per chiunque: siamo nel campo delle verifiche e delle ipotesi investigative, con la presunzione d’innocenza intatta finché non intervengano atti e riscontri solidi.
L’inchiesta milanese nasce da un esposto presentato nel novembre 2025 dallo scrittore e giornalista Ezio Gavazzeni e, secondo quanto riportato, è coordinata dal pm Alessandro Gobbi. In sostanza, l’ufficio sta provando a capire se e come cittadini italiani abbiano preso parte a condotte che, se confermate, non sarebbero “folklore da guerra” ma fatti gravissimi: uccisioni di civili e atti compiuti con finalità di crudeltà o di puro “divertimento”, come descritto in alcune testimonianze circolate negli anni e tornate alla ribalta grazie a un documentario.
Il film si chiama “Sarajevo Safari” (2022), del regista sloveno Miran Zupanič. È uno dei detonatori mediatici del caso: raccoglie racconti e ricostruzioni su presunti gruppi di stranieri che, protetti da militari serbo-bosniaci, avrebbero partecipato a sessioni di tiro contro la città. Proprio dopo la visione del documentario, Gavazzeni ha avviato ulteriori ricerche e ha deciso di formalizzare l’esposto, chiedendo verifiche su persone e circostanze che, secondo la sua ricostruzione, sarebbero identificabili.
È qui che spunta il profilo del presunto piemontese: sempre secondo il resoconto rilanciato, anni fa avrebbe raccontato davanti a conoscenti di essere stato a Sarajevo e di avere “preferenze” agghiaccianti sui bersagli, con un riferimento alle donne. Un dettaglio, questo, che — se mai fosse riscontrato e collocato con precisione — spiegherebbe anche perché l’indagine, nella sua impostazione, guardi alle condotte più gravi e non a un generico “andare in zona di guerra”. Ma il punto è proprio la parola “riscontro”: senza prove, restano racconti che la magistratura deve verificare, smentire o confermare.
C’è un altro elemento già emerso pubblicamente: al momento risulta indagato un ottantenne ex camionista di Pordenone, che durante l’interrogatorio si è dichiarato estraneo ai fatti. Sul “piemontese”, invece, non è chiaro — almeno dalle informazioni pubbliche disponibili — se sia stato formalmente iscritto nel registro degli indagati o se venga citato come figura attenzionata nell’attività di ricostruzione.

Tribunale di Milano
Per capire perché la storia faccia così male, bisogna tornare a cosa fu Sarajevo tra il 1992 e il 1996: una città assediata, con quartieri interi esposti al tiro dalle alture circostanti, e una quotidianità trasformata in roulette russa — attraversare una strada, cercare acqua, portare un bambino a scuola, diventava un azzardo. In quel contesto, la “campagna di terrore” fatta di sniping e bombardamenti contro i civili non è un’opinione: è materia di sentenze e documentazione internazionale. Proprio il caso ICTY “Prosecutor v. Galić” è uno dei riferimenti più citati quando si parla dell’uso sistematico di cecchini e artiglieria contro la popolazione sarajevese.
Ed è anche per questo che l’idea di stranieri arrivati per “sparare un weekend” non suona come una provocazione giornalistica, ma come una possibile estensione criminale di quel sistema: non più soltanto soldati in guerra, ma civili che, in cambio di denaro, avrebbero trasformato l’assedio in un’esperienza da brivido. La Procura di Milano, stando a quanto riportato dalla stampa internazionale, starebbe valutando un impianto accusatorio durissimo, ipotizzando reati come omicidio volontario aggravato da crudeltà e motivi abietti, se le condotte e i protagonisti venissero identificati e collegati a fatti specifici.
Il quadro, però, è pieno di trappole investigative: la distanza di trent’anni, la necessità di attribuire singoli colpi a singoli soggetti, la credibilità delle testimonianze, l’incrocio con movimenti, presenze, fotografie, registri, racconti ripetuti nel tempo. Non basta dire “c’ero”: bisogna dimostrare cosa si è fatto, dove, quando, con chi, e con quali conseguenze. Ed è qui che si misura la differenza tra un caso mediatico e un fascicolo capace di reggere in aula.
In controluce, resta un altro dato: l’inchiesta non vive nel vuoto. In questi mesi la vicenda ha prodotto anche iniziative e denunce incrociate a livello internazionale, e perfino riferimenti a figure politiche dei Balcani chiamate in causa da altre parti e respinte al mittente. Materiale che può alimentare rumore, ma che per gli inquirenti vale soltanto se si trasforma in prova.
La domanda che rimane, per l’Italia, è semplice e scomoda: se davvero ci furono italiani sulle colline di Sarajevo non per salvare, documentare o aiutare, ma per colpire civili, è possibile ricostruirlo fino in fondo? La Procura di Milano, oggi, sta provando a dare una risposta con gli strumenti della giustizia e con i tempi — inevitabilmente lenti — delle verifiche. Nel frattempo, l’unica cautela che non è mai “prudenza di maniera” è attenersi ai fatti: un’inchiesta è aperta, un indagato noto ha negato, un presunto piemontese viene citato da una ricostruzione giornalistica, e il resto lo diranno gli atti.
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