Due ore di camera di consiglio sono bastate alla Corte d’Assise di Novara per smontare mesi di contestazioni e sospetti. Nicolas Davanzo, 34 anni, di Borgo Ticino, e l’ex fidanzata Francesca Dattoli, 29, oggi trasferita nel Foggiano, sono stati assolti dalle accuse di omicidio volontario premeditato e rapina per la morte di Fadili Charaf, 28 anni, senza fissa dimora, trovato ucciso a botte e coltellate nella notte tra il 25 e il 26 luglio 2024 nei boschi di Oleggio, in Valle Ticino. La decisione ha avuto un effetto immediato: la scarcerazione. All’uscita dal tribunale, tra abbracci e lacrime, la frase più ripetuta è stata una sola, sussurrata alla madre: «È finita».
Il verdetto segna uno spartiacque netto in un processo nato per dare un nome e un volto a un delitto consumato in un’area che da anni fa i conti con traffici e frizioni sotterranee. La Procura aveva costruito un impianto accusatorio che descriveva una spedizione punitiva: secondo quella ricostruzione, Davanzo e Dattoli avrebbero attirato Charaf nel bosco per vendicarsi e derubarlo. L’ipotesi, però, non ha retto all’esame del dibattimento e alla valutazione finale dei giudici, che hanno pronunciato l’assoluzione facendo cadere il cuore dell’accusa.
A sostenere la tesi della Procura c’erano soprattutto due elementi, ritenuti centrali nella fase delle indagini. Da un lato i messaggi attribuiti a Dattoli, interpretati come un incitamento alla “vendetta” dopo un presunto episodio di violenza sessuale che la donna avrebbe riferito e ricondotto a Charaf in un contesto legato all’acquisto di eroina. Dall’altro i tabulati telefonici, letti come un riscontro di presenza: la cella agganciata dal telefono di Davanzo lo collocava nella zona dei boschi proprio nella notte del delitto. Un mosaico che, per l’accusa, disegnava movente, avvicinamento e opportunità.
La linea della difesa, però, è stata opposta e coerente dall’inizio alla fine. Davanzo e Dattoli hanno sempre negato di aver ucciso Charaf. Hanno ammesso uno sfogo verbale e hanno parlato di un incontro degenerato in un’aggressione fisica, sostenendo poi l’allontanamento dell’uomo prima che si arrivasse a qualcosa di più grave. Le difese, rappresentate dagli avvocati Roberta Ferloni per Davanzo e Amanda Cattaneo per Dattoli, hanno insistito su un punto che ha fatto breccia nel processo: la possibilità che gli investigatori abbiano seguito una sola pista, trascurando la trama di contrasti e violenze che da tempo attraversa quei boschi, dove gruppi diversi si contenderebbero spazi e controllo.
A incrinare in modo decisivo l’ipotesi dell’accusa è stato soprattutto il nodo scientifico, quello che in aula spesso fa la differenza tra intuizioni e prova. Nel quadro probatorio è emersa una traccia di DNA riconducibile a una terza persona, estranea agli imputati, un dato che ha aperto una faglia profonda nella ricostruzione iniziale. A quel punto, anche la lettura dei tabulati ha perso la pretesa di essere univoca: la geolocalizzazione tramite celle può suggerire una presenza in un’area, ma non equivale alla dimostrazione del gesto omicidiario, soprattutto quando il contesto è complesso e l’arco temporale coincide con una zona dove i passaggi possono essere molteplici.
Fuori dall’aula, la sentenza ha avuto l’impatto di una liberazione, non solo giuridica. L’immediata scarcerazione ha consegnato ai familiari un epilogo che fino a poche ore prima sembrava tutt’altro che scontato. Eppure, mentre per gli imputati il processo si chiude con una formula che spazza via i reati contestati, per la morte di Charaf resta aperta la domanda più pesante: chi lo ha ucciso davvero, e perché, in quella notte tra il 25 e il 26 luglio?
L’assoluzione di Davanzo e Dattoli non cancella il delitto. Riapre, semmai, l’urgenza di una ricostruzione alternativa che tenga insieme analisi forense, lettura corretta dei dati telefonici e comprensione del contesto dei boschi di Oleggio e della Valle Ticino. La traccia di DNA attribuita a terzi, le tensioni tra gruppi rivali evocate in aula e le dinamiche di un’area dove la violenza può esplodere senza preavviso indicano piste che vanno oltre la coppia processata. Il processo si è chiuso, ma il caso Charaf, a livello investigativo e di verità, sembra tutt’altro che archiviato.