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Cronaca
07 Febbraio 2026 - 09:13
Delitto di Cristina Mazzotti, ergastolo in primo grado per Giuseppe Calabrò. Era pronto a fuggire (foto: Mazzotti)
Una prenotazione aerea all’alba, una condanna all’ergastolo pronunciata solo tre giorni prima e un passato che affonda in una delle vicende più nere della cronaca giudiziaria italiana. Nella notte tra il 6 e il 7 febbraio la Squadra Mobile di Milano ha fermato Giuseppe Calabrò, già condannato in primo grado per l’omicidio aggravato di Cristina Mazzotti, la ragazza sequestrata e uccisa nel 1975. Il provvedimento, disposto dai pubblici ministeri Paolo Storari, Pasquale Addesso e Stefano Ammendola, nasce dal timore concreto e attuale di una fuga, aggravato – secondo gli inquirenti – dal peso criminale dell’uomo e da una rete di appoggi pronta a garantirgli copertura.
Calabrò era a piede libero nonostante la sentenza della Corte d’Assise di Como, che il 4 febbraio lo aveva condannato all’ergastolo. In attesa dei successivi gradi di giudizio, nulla impediva formalmente la sua libertà di movimento. Ma nella notte il quadro è cambiato: gli investigatori hanno accertato che l’uomo aveva prenotato un volo Milano–Reggio Calabria per le 8.35 del mattino successivo. Un dettaglio che, letto alla luce delle indagini parallele della Direzione distrettuale antimafia di Milano, ha fatto scattare il fermo.
Il nome di Cristina Mazzotti resta inciso nella memoria collettiva. La giovane, 18 anni, venne rapita il 1° luglio 1975 a Eupilio, nel Comasco, da un commando legato all’Anonima sequestri. Fu segregata per giorni in una buca a Castelletto Ticino, in condizioni disumane: senza sufficiente aerazione, senza possibilità di muoversi, sottoposta – secondo la ricostruzione giudiziaria – a massicce dosi di tranquillanti ed eccitanti. Morì durante la prigionia e il suo corpo venne ritrovato a Galliate, nel Novarese. Un sequestro che scosse l’Italia e che per decenni ha continuato a generare strascichi giudiziari.
Giuseppe Calabrò è stato indicato come uno dei componenti del commando responsabile del rapimento. Dopo una lunga e complessa vicenda processuale, la Corte d’Assise di Como ha riconosciuto la sua responsabilità penale, infliggendo l’ergastolo per omicidio aggravato. Una sentenza non definitiva, ma di estrema gravità, che ha riaperto il dibattito sulla gestione cautelare degli imputati condannati in primo grado per reati di tale portata.
A pesare sul fermo, però, non c’è solo il passato. Il nome di Calabrò compare anche nell’inchiesta “Doppia Curva”, coordinata dalla DDA di Milano, sulle infiltrazioni della criminalità organizzata calabrese nel tifo organizzato di Inter e Milan. Un’indagine che ha messo in luce rapporti, equilibri e gerarchie tra ambienti ultras e ’ndrangheta. Secondo i magistrati, Calabrò “vantava e vanta, nella sua attualità, una fama criminale” tale da consentirgli di interloquire “su un piano di sovraordinazione” con esponenti di primo piano della criminalità calabrese, sia al Nord sia in Calabria.
È proprio questa posizione, spiegano i pm nel provvedimento di fermo, a rendere concreto il rischio di fuga. Una fama che si tradurrebbe in appoggi logistici e patrimoniali, immediatamente attivabili, capaci di garantirgli latitanza e impunità. In questo contesto, la prenotazione del volo per Reggio Calabria assume il valore di un segnale inequivocabile, sufficiente – secondo la Procura – a giustificare un intervento urgente.
Il fermo notturno riporta al centro dell’attenzione un caso che attraversa mezzo secolo di storia giudiziaria italiana. Da un lato il sequestro Mazzotti, simbolo della stagione dell’Anonima sequestri e della ferocia di quei delitti; dall’altro un presente in cui le dinamiche criminali si intrecciano con mondi apparentemente lontani, come quello delle curve degli stadi. Due piani che, per gli inquirenti, si saldano nella figura di Calabrò.
Ora la parola passa ai giudici chiamati a valutare il fermo e alle prossime tappe del processo. Resta un dato: a cinquant’anni dal rapimento di Cristina Mazzotti, la sua storia continua a produrre atti giudiziari, decisioni drastiche e interrogativi sulla capacità delle reti criminali di sopravvivere al tempo e alle sentenze. Una ferita mai davvero chiusa, che riaffiora ogni volta che un nome, una condanna o un volo all’alba riportano alla luce una delle pagine più oscure del Paese.

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