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Cronaca

Il pm antimafia Woodcock avverte: “Scontri di Torino usati per fini elettorali, la magistratura resta autonoma”

Il pm antimafia interviene dopo le misure decise dal gip: “Le decisioni del giudice dimostrano indipendenza totale dal pubblico ministero”

Il pm antimafia Woodcock avverte: “Scontri di Torino usati per fini elettorali, la magistratura resta autonoma”

Il pm antimafia Woodcock avverte: “Scontri di Torino usati per fini elettorali, la magistratura resta autonoma” (foto: il pm Woodcock)

Le dichiarazioni di Henry John Woodcock sui fatti di Torino non arrivano dal nulla e non possono essere lette come una semplice opinione personale. Quando il pm antimafia parla di “strumentalizzazione per fini elettorali”, lo fa da magistrato con una lunga storia di inchieste ad alta tensione istituzionale, spesso collocate proprio sul confine tra giustizia, politica e ordine pubblico.

Woodcock è uno dei magistrati più conosciuti e controversi del panorama italiano. Pubblico ministero a Napoli, ha costruito la sua carriera occupandosi di criminalità organizzata, terrorismo, rapporti opachi tra apparati dello Stato e poteri esterni. Il suo nome è legato a inchieste che hanno segnato il dibattito pubblico negli ultimi decenni, attirandogli consensi e critiche trasversali. Figura divisiva, ma difficilmente ignorabile, ha sempre difeso con forza il principio dell’autonomia della magistratura e dell’indipendenza del giudice rispetto a qualsiasi pressione esterna.

I fatti di Torino a cui Woodcock fa riferimento sono quelli legati agli scontri durante una manifestazione culminata con l’arresto di tre manifestanti. Dopo gli episodi di violenza, la procura aveva chiesto per tutti la custodia cautelare in carcere, ritenendo elevate la gravità delle condotte e il rischio di reiterazione. Il gip di Torino, invece, ha adottato una linea diversa, disponendo arresti domiciliari per uno degli indagati e l’obbligo di firma per gli altri due. Una scelta che ha immediatamente acceso il dibattito politico e mediatico, trasformando una decisione giudiziaria in un terreno di scontro simbolico sul tema della sicurezza.

È proprio questo passaggio che Woodcock indica come centrale. Secondo il magistrato, la decisione del gip rappresenta una prova concreta della piena autonomia del giudice rispetto alle richieste del pubblico ministero. Il fatto che il carcere non sia stato disposto dimostra, nella sua lettura, che il sistema delle garanzie funziona e che il giudice non è subordinato all’accusa. In questa chiave, l’episodio diventa anche una risposta indiretta a chi sostiene la necessità di riforme drastiche della magistratura per ridurne il potere o ricondurla sotto l’influenza dell’esecutivo.

Ma il punto più delicato del ragionamento riguarda l’uso politico degli eventi. Woodcock mette in guardia dal rischio che episodi di violenza urbana come quelli di Torino vengano utilizzati per alimentare una narrazione utile a raccogliere consenso, soprattutto in una fase di forte esposizione mediatica e potenziale competizione elettorale. Parlare di ordine pubblico è legittimo; trasformare fatti giudiziari in strumenti di propaganda, avverte, può invece minare la credibilità delle istituzioni e trasmettere l’immagine di uno Stato diviso al proprio interno.

Nel suo intervento, Woodcock richiama anche la storia italiana, ricordando come le stagioni più dure del terrorismo e della violenza politica siano state affrontate con efficacia solo quando tutte le istituzioni hanno agito in modo compatto, senza contrapposizioni pubbliche. La lotta alla violenza, secondo il pm, non si vince alimentando conflitti tra magistratura, forze dell’ordine e politica, ma rafforzando la distinzione dei ruoli e il rispetto reciproco.

Il riferimento finale a una società in cui “c’è un sacco di gente che non ha nulla da perdere” allarga ulteriormente il quadro. Non si tratta solo dei singoli arresti o delle misure cautelari, ma di un contesto sociale segnato da disagio, marginalità e crescente radicalizzazione. In questo scenario, anche solo dare la sensazione di divisione o di strumentalizzazione può diventare un fattore di rischio, perché indebolisce la percezione di uno Stato capace di agire in modo coerente.

Letto nel suo insieme, l’intervento di Henry John Woodcock non difende né condanna i manifestanti coinvolti, ma riafferma un principio chiave: la giustizia deve restare autonoma, le decisioni dei giudici vanno rispettate e i fatti di cronaca – soprattutto quando sono gravi – non dovrebbero diventare merce elettorale. Un messaggio che parte da Torino ma parla, in realtà, all’intero sistema istituzionale italiano.

Woodcock

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