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Cronaca

Violenze sull’ex: il campione di karate Cristian Arlotti condannato dal Tribunale di Torino

La sentenza del Tribunale di Torino chiude un processo duro, tra accuse, testimonianze contraddittorie e una vicenda che ha travolto sport e vita privata

Violenze sull’ex

Violenze sull’ex: il campione di karate Cristian Arlotti condannato da Tribunale di Torino

La caduta è netta, senza attenuanti simboliche né sconti mediatici. Cristian Arlotti, volto noto del karate torinese e atleta di livello internazionale, è stato condannato a due anni e tre mesi di carcere dal Tribunale di Torino per maltrattamenti e lesioni nei confronti dell’ex fidanzata. Una pena che ricalca in pieno la richiesta formulata dalla pm Barbara Badellino e che segna l’epilogo giudiziario di una vicenda iniziata lontano dai riflettori dello sport, in un appartamento trasformato in teatro di violenza.

Secondo l’impianto accusatorio accolto dal giudice, l’episodio chiave risale a una sera in cui la giovane si era recata a casa dell’ex compagno per recuperare alcuni effetti personali. I due non stavano più insieme. All’interno dell’abitazione, però, la situazione sarebbe rapidamente degenerata. La donna avrebbe sorpreso Arlotti durante un festino con cocaina e altre due ragazze. Da lì, la lite, le botte, la richiesta d’aiuto. È stata lei a chiamare la polizia. Quella sera lo sportivo venne arrestato.

Una volta tornato in libertà, Arlotti aveva chiesto e ottenuto dall’autorità giudiziaria il permesso di partecipare ai Mondiali di karate in Giappone nel 2024, mentre il procedimento penale proseguiva. In aula, la linea difensiva è sempre stata netta. «Non ho mai picchiato la mia ex — si era difeso l’imputato — Se ha ricevuto dei colpi, è capitato involontariamente, quando si è buttata contro di me sul letto, per svegliarmi. Non sono mai stato violento. Pochi giorni dopo essere stato scarcerato, lei mi ha chiesto di rivederci. Mi sembrava volesse manipolarmi».

Una versione che non ha convinto il giudice, nonostante le contraddizioni emerse nel corso del processo. La giovane si è costituita parte civile, assistita dall’avvocata Francesca Violante, chiedendo un risarcimento provvisionale di 35mila euro, che però non è stato riconosciuto in sentenza. Il Tribunale ha rinviato la questione risarcitoria alla sede civile.

Nel corso dell’istruttoria, la Procura ha lavorato per ricostruire il contesto complessivo della relazione e della serata contestata. Tra gli elementi emersi anche alcune immagini inviate alla vittima da un’amica, giudicate rilevanti dall’accusa. «Si vede lui che aspira una sostanza bianca disposta su un cellulare», era stato riferito in aula. Anche su questo punto Arlotti aveva negato: «Era solo borotalco», aveva sostenuto davanti al giudice Agostino Pasquariello.

A pesare nel processo è stata anche la testimonianza di un’altra ex fidanzata, che ha raccontato di aver subito violenze analoghe dallo sportivo, pur non avendo mai presentato denuncia. Un racconto che ha contribuito a delineare un quadro più ampio, seppur privo di ulteriori procedimenti penali.

Non sono mancate, tuttavia, le crepe nel fronte accusatorio. Una testimone dell’accusa, ex amica della parte offesa, ha ritrattato in aula alcune dichiarazioni precedenti. «Lei mi ha chiesto di testimoniare su fatti di cui non sono stata testimone — ha spiegato — dovevo dire di aver visto uno schiaffo in discoteca, ma io non l’ho visto. Così ho smesso di frequentarla». Un passaggio che la difesa ha valorizzato, senza però riuscire a scardinare l’impianto complessivo.

Sul piano umano e politico, la vicenda ha avuto ripercussioni anche fuori dal processo. Il padre dell’imputato, Paolo Arlotti, all’epoca consigliere comunale a Nichelino, si era dimesso dopo la diffusione della notizia dell’arresto del figlio, scegliendo di fare un passo indietro dopo un confronto nella maggioranza.

Alla lettura del dispositivo, Cristian Arlotti è rimasto in silenzio. «Per ora non voglio dire niente, speravo di essere assolto. Parlerò dopo aver letto le motivazioni della sentenza», si è limitato a commentare. Il suo difensore, l’avvocato Luca Calabrò, ha annunciato battaglia: «Restiamo convinti che le accuse siano infondate e valuteremo ricorso alla Corte d’appello».

Una sentenza che chiude il primo grado, ma non la storia giudiziaria. E che segna, comunque vada in appello, una frattura profonda tra l’immagine pubblica di un atleta e la ricostruzione di una relazione finita nel modo peggiore.

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