Il processo contro il presunto “corvo” della procura di Torino si ferma prima ancora di entrare nel vivo. Il tribunale di Milano, accogliendo un’eccezione della difesa, ha dichiarato la nullità del capo d’imputazione, imponendo ai pubblici ministeri lombardi di riscrivere da zero l’atto di accusa. Una decisione tecnica, ma dagli effetti immediati e pesanti: il dibattimento viene sospeso e l’intero procedimento torna indietro di una casella, con tempi che inevitabilmente si allungano.
Al centro della vicenda c’è Giovanni Carella, investigatore privato di 36 anni, imputato per una serie di messaggi email anonimi che tra il 2022 e il 2023 sarebbero stati inviati a diverse autorità giudiziarie. Email partite da caselle di posta elettronica fittizie e contenenti accuse gravi: secondo la ricostruzione dell’accusa, quei messaggi sostenevano che magistrati e carabinieri in servizio a Torino avessero condotto indagini in modo irregolare o addirittura illecito. Da qui l’ipotesi di reato, articolata su più fronti, che ha portato all’apertura del processo a Milano per ragioni di competenza territoriale.
La battuta d’arresto arriva su un punto cruciale: la qualità dell’imputazione. L’avvocato Mauro Anetrini, difensore di Carella, ha contestato fin dall’inizio l’eccessiva vaghezza dell’atto d’accusa, giudicato “indeterminato”. In particolare, secondo la difesa, mancavano elementi essenziali per consentire all’imputato di esercitare pienamente il diritto di difesa: tra questi, i dettagli sul contenuto delle email contestate, la loro precisa collocazione temporale e le modalità con cui sarebbero state ritenute offensive o calunniose. Il tribunale ha condiviso l’impostazione, arrivando alla dichiarazione di nullità del capo d’imputazione.
La decisione non equivale a un’assoluzione, né a una chiusura definitiva del caso. Al contrario, riapre una fase delicata: ora spetta ai pm di Milano predisporre un nuovo capo d’accusa, più dettagliato e conforme ai requisiti di legge. Solo dopo questo passaggio il processo potrà eventualmente ripartire. Un iter che, nei fatti, congela l’azione penale e rimette in discussione l’impianto accusatorio costruito finora.
Il procedimento ha assunto fin dall’inizio un rilievo particolare anche per il profilo delle persone offese indicate nell’imputazione. Tra queste figurano Francesco Saluzzo, ex procuratore generale del Piemonte, Gianfranco Colace, sostituto procuratore a Torino, il colonnello dei carabinieri Luigi Isacchini e il luogotenente Giuseppe Carboni, in servizio nella squadra di polizia giudiziaria della procura subalpina. Nomi che collocano la vicenda in un perimetro sensibile, perché toccano direttamente il funzionamento e la credibilità degli uffici giudiziari torinesi.
Secondo l’ipotesi accusatoria, Carella avrebbe agito in concorso con persone non identificate, mentre era a sua volta sottoposto a un’indagine a Torino. I reati contestati, almeno nella formulazione ora annullata, erano calunnia, diffamazione e rivelazione di segreto d’ufficio. Un quadro grave, che però dovrà ora essere ricostruito con maggiore precisione se l’accusa vorrà reggere al vaglio processuale.
La vicenda del presunto “corvo” si inserisce in una tradizione giudiziaria complessa, dove l’uso di canali anonimi per veicolare accuse contro magistrati e investigatori ha spesso prodotto procedimenti lunghi e tecnicamente intricati. Proprio per questo, la tenuta formale dell’imputazione diventa un passaggio decisivo: senza una descrizione puntuale dei fatti contestati, il processo rischia di arenarsi prima ancora di affrontare il merito.
Per ora, dunque, tutto si ferma. Il tribunale ha tracciato un confine netto: prima di andare avanti, l’accusa dovrà chiarire cosa, come e quando sarebbe stato scritto, e perché quei contenuti integrerebbero i reati ipotizzati. Solo allora il caso potrà tornare in aula. Fino a quel momento, il presunto “corvo” resta imputato senza processo, e l’intera vicenda rimane sospesa in una zona grigia, dove le accuse esistono, ma devono ancora trovare una forma giuridicamente solida.