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Cronaca

Acido contro l’ex nel salone dove lavorava: Procura e difesa impugnano la sentenza a Verbania

La Procura chiede di riconoscere il tentato sfregio, la difesa della vittima insiste sulla premeditazione

Acido contro l’ex nel salone dove lavorava: Procura e difesa impugnano la sentenza a Verbania

Acido contro l’ex nel salone dove lavorava: Procura e difesa impugnano la sentenza a Verbania

La bottiglia di acido nascosta, l’ingresso nel salone da parrucchiera, il gesto improvviso davanti a clienti e colleghi. È una scena che a Verbania nessuno ha dimenticato e che ora torna al centro dell’attenzione giudiziaria. La Procura e la difesa della vittima hanno infatti presentato appello contro la sentenza pronunciata nel novembre scorso nei confronti dell’uomo di 64 anni che, alla fine del 2024, aggredì la sua ex compagna tentando di colpirla con acido muriatico.

Una doppia impugnazione che riapre un caso delicatissimo, diventato simbolo del dibattito su come la giustizia inquadra le aggressioni con l’acido e, più in generale, la violenza contro le donne.

I fatti risalgono al 28 dicembre di due anni fa. L’uomo entra nel salone da parrucchiera dove la donna lavora, portando con sé due bottiglie di acido muriatico. Secondo la ricostruzione dell’accusa, tenta di versare il liquido corrosivo contro di lei, dopo settimane di tensioni e minacce legate alla fine della relazione. Alcune frasi pronunciate nei giorni precedenti — come «l’acido brucia bene» o «quegli occhi potrebbero non vedere più» — entreranno poi nel fascicolo dell’indagine come elementi di contesto.

L’aggressione viene interrotta grazie all’intervento immediato di clienti e presenti, che riescono a bloccare l’uomo e a dare l’allarme. La donna viene soccorsa e trasportata in ospedale: le ferite, fortunatamente, risultano guaribili in una decina di giorni, ma l’impatto psicologico dell’episodio è profondo. Non si tratta solo di un’aggressione fisica, ma di un atto intimidatorio che colpisce nel luogo di lavoro, sotto gli occhi di altri, con una modalità che evoca il tentativo di cancellare un volto e una vita.

Il procedimento arriva a sentenza nel novembre 2025, con rito abbreviato. Il giudice per l’udienza preliminare condanna l’imputato a tre anni di reclusione, accogliendo sul piano quantitativo la richiesta della Procura. Ma è la qualificazione giuridica dei reati a segnare una frattura netta.

L’originaria accusa di tentata deformazione permanente dell’aspetto viene riqualificata in tentate lesioni gravissime. Anche lo stalking contestato inizialmente viene ridimensionato a minacce. Alla base della decisione, la valutazione secondo cui l’acido utilizzato — acido cloridrico a bassa concentrazione — non sarebbe stato, “in concreto”, idoneo a provocare uno sfregio permanente, anche perché l’aggressione è avvenuta in un luogo dove era possibile intervenire rapidamente con acqua e risciacqui.

Una motivazione che ha fatto discutere. Per il giudice, l’assenza di danni irreversibili esclude il reato più grave; per l’accusa e la difesa della vittima, invece, il fulcro del gesto sta nell’intenzione e nel mezzo utilizzato, non nell’esito fortunatamente limitato.

È proprio su questo punto che si fonda l’appello della Procura di Verbania, che chiede di riportare i fatti alla qualificazione originaria. Parallelamente, l’avvocato della donna, Mario Di Primio, ha presentato appello chiedendo anche il riconoscimento della premeditazione, esclusa in primo grado. Secondo la difesa, l’ingresso nel salone con due bottiglie di acido e le minacce precedenti delineano un quadro incompatibile con l’idea di un gesto impulsivo.

Nel frattempo, la posizione dell’uomo è cambiata anche sul piano delle misure cautelari. Dopo aver trascorso circa sei mesi in carcere e sei mesi agli arresti domiciliari, oggi è in libertà, ma sottoposto a sorveglianza speciale. Indossa un braccialetto elettronico, che consente alle forze dell’ordine di monitorarne gli spostamenti e di far rispettare il divieto di avvicinamento alla vittima. Un controllo costante, ma che non cancella il senso di vulnerabilità vissuto dalla donna.

Il caso di Verbania ha avuto risonanza nazionale non solo per la violenza del gesto, ma per ciò che racconta sul piano giuridico e culturale. L’uso dell’acido come arma porta con sé un significato simbolico preciso: colpire l’identità, il corpo, il volto. Ridurre l’episodio a una questione di concentrazione chimica e di conseguenze materiali rischia, secondo molti osservatori, di non cogliere la portata intimidatoria e il messaggio di dominio che accompagna questo tipo di aggressioni.

Ora la parola passa alla Corte d’Appello. Sarà lì che si deciderà se quel gesto debba essere considerato un tentativo di sfregio vero e proprio, con tutte le aggravanti del caso, o se la sentenza di primo grado resterà in piedi. Una decisione attesa non solo dalle parti coinvolte, ma da chi guarda a questo processo come a un banco di prova sul modo in cui la giustizia italiana affronta la violenza di genere quando assume forme estreme.

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Tribunale di Verbania

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