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Cronaca

Omar Favaro rinviato a giudizio a Ivrea, ventiquattro anni dopo la strage di Novi Ligure

Nel 2001, con la fidanzata Erika De Nardo uccise la madre e il fratellino di lei con 97 coltellate. Ora deve rispondere di violenza sessuale e maltrattamenti nei confronti dell'ex moglie

Omar Favaro sarà processato a Ivrea per maltrattamenti

Omar Favaro sarà processato a Ivrea per maltrattamenti

Un nome che la cronaca giudiziaria italiana non ha mai davvero archiviato torna ancora una volta davanti a un tribunale. Omar Favaro, oggi 42 anni, l’uomo che nel febbraio 2001, quando era poco più che un ragazzo, uccise insieme alla fidanzata Erika De Nardo la madre e il fratellino di lei nella villetta di Novi Ligure, dovrà affrontare un nuovo processo. Questa volta non per un delitto di sangue, ma per maltrattamenti in famiglia nei confronti dell’ex moglie, conosciuta sui social nove anni fa e sposata poco dopo. Dalla loro unione era nata anche una bambina.

La decisione è arrivata questa mattina al Tribunale di Ivrea, dove il giudice ha disposto il rinvio a giudizio accogliendo l’impianto accusatorio costruito dalla Procura - Pm Ludovico Bosso - a partire dalla denuncia della donna, che si è costituita parte civile con l'avvocata Francesca Violante. Il processo, con rito ordinario, inizierà il 19 marzo.

Secondo l’accusa, gli episodi contestati sarebbero una ventina, collocati in un arco temporale che va dal 2019 al 2021. Un periodo lungo, durante il quale l’ex moglie di Favaro avrebbe subito minacce, pressioni psicologiche e percosse, in un contesto domestico che, stando alla ricostruzione degli inquirenti, sarebbe diventato progressivamente insostenibile. Favaro ha sempre respinto ogni addebito, negando di aver mai maltrattato la donna.

La vicenda giudiziaria si inserisce all’interno di una causa di separazione, un passaggio che la Procura ha più volte chiarito non avere alcun collegamento con i fatti di Novi Ligure. Eppure, è inevitabile che il passato torni a incombere su ogni nuova accusa che coinvolge l’uomo. Perché il nome di Omar Favaro resta indissolubilmente legato a uno dei crimini più sconvolgenti della storia recente.

Era il 21 febbraio 2001 quando Favaro, allora 17enne, e la fidanzata Erika De Nardo, appena sedicenne, uccisero con numerose coltellate97 in totaleSusy Cassini e il figlio Gianluca De Nardo, di appena undici anni. Un delitto pianificato, consumato con una violenza che lasciò il Paese sotto shock e che per giorni alimentò una narrazione distorta, prima che la verità emergesse in tutta la sua brutalità. Favaro fu condannato a 14 anni di carcere, Erika a 16.

Dopo aver scontato la pena, Favaro aveva cercato di costruirsi una nuova vita lontano dai riflettori. Una vita apparentemente normale, fatta di lavoro, relazioni e famiglia. Ma le indagini avviate a Ivrea raccontano un’altra storia, almeno secondo la versione della donna che lo ha denunciato. Una relazione che, sempre secondo l’accusa, sarebbe stata segnata da comportamenti vessatori, culminati nella decisione della vittima di rivolgersi alle autorità.

Già nei mesi scorsi, Favaro era comparso davanti ai giudici in Procura per rispondere delle accuse gravissime, tra cui violenza sessuale e maltrattamenti, e il procedimento aveva riacceso il dibattito pubblico sulla sua figura. In quel contesto, frasi come «Ti sfregio con l’acido» e «Ti riduco in sedia a rotelle» erano state riportate negli atti come esempi del clima di intimidazione denunciato dall’ex moglie. L’uomo - difeso dagli avvocati Lorenzo Repetti e Vittorio Gatti - aveva respinto ogni accusa.

Ora quelle accuse verranno discusse dinnanzi il Tribunale di Ivrea in composizione collegiale. La prima udienza si terrà il 19 marzo e il fulcro del dibattimento sarà proprio la ricostruzione della quotidianità familiare tra il 2019 e il 2021. Un periodo in cui, secondo l’accusa, la donna avrebbe vissuto in una condizione di soggezione e paura, mentre per la difesa si tratterebbe di una lettura distorta di una crisi coniugale degenerata in un contenzioso giudiziario.

La scelta del rito ordinario lascia presagire un processo destinato a entrare nel dettaglio, con l’ascolto delle parti, dei testimoni e l’analisi puntuale dei singoli episodi contestati. Un confronto che si annuncia complesso, anche perché si muove su un terreno delicato, quello della violenza domestica, dove il confine tra conflitto familiare e condotte penalmente rilevanti è spesso al centro dello scontro tra accusa e difesa.

Resta il peso simbolico di un nome che continua a riemergere nelle aule di giustizia. A più di vent’anni dal delitto di Novi Ligure, Omar Favaro torna a essere imputato, questa volta per fatti che riguardano la sua vita adulta e una relazione costruita dopo il carcere. Un nuovo capitolo giudiziario che non riapre il passato, ma che inevitabilmente lo richiama, riportando al centro una domanda che accompagna da sempre la sua vicenda: quanto il passato può davvero restare alle spalle, e quanto invece continua a proiettare la sua ombra sul presente.

Il 19 marzo, davanti al Tribunale di Ivrea, inizierà un processo che non giudicherà ciò che Favaro è stato da adolescente, ma ciò che – secondo l’accusa – sarebbe diventato da adulto. Sarà lì, ancora una volta, che la giustizia sarà chiamata a fare chiarezza.

Omar Favaro dopo un udienza a Torino

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