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Lavoratori senza stipendio portano in tribunale Poste Italiane per " illecita manodopera"

Oggi partono gli accrediti della cassa integrazione per i lavoratori rimasti senza reddito. Firmata l’insinuazione al passivo e pronta una causa civile contro Poste Italiane per interposizione illecita di manodopera. Annunciata la mobilitazione a Roma

Protesta Postalcoop davanti a Poste Italiane:  lavoratori senza reddito e filiera nel caos

Protesta Postalcoop davanti a Poste Italiane: lavoratori senza reddito e filiera nel caos

Dopo mesi di silenzio, attese e promesse rimaste sulla carta, per i 36 lavoratori ex Postalcoop arriva finalmente una prima, parziale risposta. Non una soluzione, ma almeno un segnale concreto. Oggi è infatti prevista l’erogazione dei primi accrediti della cassa integrazione straordinaria, attesa da quasi quattro mesi. Un tempo lunghissimo, insostenibile, che ha lasciato decine di famiglie senza reddito e senza certezze.

Nei giorni scorsi i lavoratori con l'aiuto della CGIL di via Pedrotti a Torino hanno dato mandato per l’insinuazione al passivo della società fallita. Un atto tecnico, ma decisivo, che apre la strada – tutta in salita – al recupero di TFR, mensilità arretrate e altre spettanze mai versate. Soldi che spettano per legge, ma che oggi restano ostaggio delle lungaggini di una procedura fallimentare che, come spesso accade, rischia di lasciare indietro proprio chi ha meno strumenti per difendersi.

Ma la vertenza non si ferma qui. Anzi, entra in una fase nuova e più dura. Con il supporto dei legali del sindacato, è infatti in fase avanzata la preparazione di una causa civile contro Poste Italiane, accusata di interposizione illecita di manodopera. Un’accusa pesante, che affonda le radici nei rapporti concreti e quotidiani che legavano questi lavoratori alle strutture operative di Poste/Nexive: turni, direttive, organizzazione del lavoro, referenti interni. Elementi che, secondo i lavoratori e i loro legali, configurerebbero un rapporto ben diverso da quello di un semplice appalto.

«La nostra lotta continua. Vogliamo che sia fatta giustizia. Abbiamo servito per anni Poste/Nexive con serietà e massimo impegno, e ora pretendiamo rispetto per il nostro lavoro e per la nostra dignità», ci spiegano i lavoratori. Parole che non nascono oggi, ma che arrivano dopo mesi di frustrazione e tentativi andati a vuoto. «Abbiamo contattato tutte le testate giornalistiche nazionali, comprese le principali emittenti televisive, ma nessuno ha raccolto o dato voce alla nostra denuncia», aggiungono. Un silenzio che pesa quasi quanto l’assenza di uno stipendio.

Prima di Natale, questa redazione aveva già raccontato la loro storia partendo da una lettera arrivata senza titoli altisonanti e senza retorica. Era firmata dagli R.S.A. Andrea Pistillo e Roberto Di Cesare e conteneva una frase che allora colpiva più di tutte: «Non siamo stati la priorità di nessuno». Non era uno slogan. Era una constatazione. A oltre tre mesi dall’interruzione dell’attività, gli stipendi non erano mai arrivati. La cassa integrazione, pur approvata dal Ministero, restava bloccata senza spiegazioni. I solleciti inviati a Ministero, Regione Piemonte, amministrazione giudiziaria, consulenti del lavoro e curatore fallimentare cadevano nel vuoto.

Quella lettera trasformava una vertenza sindacale in una questione apertamente politica. Perché quando un ammortizzatore sociale approvato non viene erogato per mesi, qualcuno deve spiegare perché. E in Piemonte, allora come oggi, quella responsabilità chiamava in causa direttamente l’assessorato regionale al Lavoro guidato da Elena Chiorino. La Regione non è un soggetto neutro: ha competenze precise sugli ammortizzatori e sui tavoli di crisi. Eppure, per settimane, le risposte non sono arrivate.

Oggi, a distanza di un mese, qualcosa finalmente si muove.  È solo l’inizio di un percorso ancora lungo, fatto di cause legali, crediti da recuperare, responsabilità da accertare. E soprattutto di una domanda che resta sul tavolo: com’è possibile che un sistema di appalti e subappalti continui a funzionare per i grandi committenti, mentre chi lavora viene lasciato senza reddito per mesi?

L’inchiesta Epicentro, l’amministrazione giudiziaria, i sequestri, il sistema Postalcoop–Nexive–Poste sono stati ampiamente documentati. Ma il vero banco di prova arriva dopo. Quando le indagini vanno avanti e la vita delle persone resta sospesa. Quando la legalità rischia di fermarsi al sequestro di un’azienda e non arriva fino alla tutela concreta dei lavoratori.

I 36 ex Postalcoop lo dicono da tempo, senza giri di parole. Non chiedono compassione. Chiedono tempi certi, atti concreti, rispetto. E oggi, mentre finalmente arrivano i primi accrediti, la loro vertenza resta aperta. Perché la dignità del lavoro non si misura solo nei tribunali, ma nella capacità delle istituzioni e delle grandi aziende di assumersi fino in fondo le proprie responsabilità. Insomma, la partita è tutt’altro che chiusa.

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L'Operazione Epicentro

L’operazione “Epicentro” è scattata il 10 settembre 2025, con il sequestro preventivo di beni, conti e quote societarie per oltre 26,5 milioni di euro. Sotto indagine ci sono 38 persone, accusate a vario titolo di associazione per delinquere, dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture false, intermediazione illecita di manodopera, omesso versamento di imposte e frodi fiscali.

Il provvedimento porta la firma del gip Lucia Minutella, che nelle carte parla di un meccanismo illecito “reiterato e collaudato”, tanto radicato che il rischio di reiterazione è “non solo probabile, ma certo”. A coordinare l’indagine il procuratore Giovanni Bombardieri e il pm Giulia Marchetti, mentre a condurre le operazioni è il Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Torino.

Secondo gli investigatori, il sistema si basava su una catena di società con ruoli ben precisi. In basso, le società “serbatoio”, scatole vuote create per accumulare debiti fiscali e contributivi e sparire senza lasciare traccia. A metà, le società “filtro”, che rifatturavano i servizi ripulendo le operazioni. In cima, i committenti finali, che usufruivano di manodopera a basso costo senza doversi sporcare le mani. Un sistema che tra il 2018 e il 2023 avrebbe generato un volume di fatture false superiore ai cento milioni di euro, producendo profitti illeciti per 26 milioni e coinvolgendo in media oltre duemila lavoratori.

Al centro di questa trama c’è un nome: Postalcoop. Con sede legale a Ciriè, la società nata nel 1986 come cooperativa si vantava di una rete di servizi che spaziavano dal recapito di posta ordinaria e raccomandata alla distribuzione last mile, dalla manutenzione di impianti sportivi alla gestione di aree verdi, dalle pulizie tecniche alla logistica integrata, con anche un magazzino a Verolengo. Non mancavano persino riferimenti al settore della ristorazione, dove Postalcoop aveva iniziato a investire. Una realtà che, sulla carta, sembrava cresciuta passo dopo passo fino a diventare un interlocutore affidabile per privati, aziende e pubbliche amministrazioni.

Dietro quella facciata, la procura di Torino racconta però un’altra storia. Nelle carte compare Daniele Goglio, 58 anni, originario di Settimo Torinese, descritto dai dipendenti come “il capo di tutto”. Non era solo l’amministratore di fatto di Postalcoop, ma anche di una costellazione di società oggi finite nel mirino: Post Al Copp Global Service, Team Service, Consulting Prime System, Conficere Costruzioni, Global Service, Euroservice, Sir4. Dal 2016, anno in cui Postalcoop si è trasformata da cooperativa a srl, il reticolo sarebbe stato utilizzato per consolidare il meccanismo illecito: le società serbatoio emettevano fatture false a favore della società filtro Postalcoop, che a sua volta forniva manodopera sottocosto ai committenti. Così i contributi previdenziali restavano a carico delle scatole vuote che non li versavano, Postalcoop maturava crediti IVA e riduceva gli utili, e i committenti beneficiavano di tariffe ribassate.

Il mosaico diventa ancora più inquietante quando emergono i rapporti con grandi nomi della logistica. Nelle carte si leggono riferimenti a contratti con SDA, GLS e persino a società riconducibili ad Amazon. Secondo i magistrati, alcune fatture avrebbero consentito ad Amazon Italia Transport di evadere l’IVA tra il 2019 e il 2022. Amazon ha smentito ogni coinvolgimento, ma i documenti sequestrati sembrano indicare un legame che avrebbe contribuito alla crescita vertiginosa di Postalcoop negli ultimi anni.

La rete non si fermava alla logistica. L’inchiesta ha travolto anche partecipazioni societarie in locali storici e ristoranti torinesi. Sono finiti sotto la lente d'ingrandimento il Caffè Norman tra via Pietro Micca e piazza Solferino, due Suki Sushi in via Rodi e via Amendola, il Lagrange in via Lagrange, il Sushi del Manzo tra via Roma e via XX Settembre, oltre al Parkamion di Settimo Torinese e a un bar in via Po. In molti casi i sequestri non hanno colpito direttamente i locali, ma le quote societarie riconducibili a Postalcoop. Il tribunale ha disposto che le attività restino aperte, congelando i beni ma salvaguardando i posti di lavoro.

Il nome di Goglio non è nuovo alle cronache. Già nell’inchiesta “Carminius” della Dda di Torino era emerso in relazione ai rapporti con Antonino Defina, boss della ’ndrina di Sant’Onofrio trapiantata in Piemonte e condannato in via definitiva per mafia. All’epoca, le indagini bancarie avevano registrato movimenti sospetti a favore di Goglio per oltre 60 mila euro, sproporzionati rispetto ai suoi incarichi ufficiali. Più recentemente, Goglio era stato amministratore di fatto della cooperativa Marmodiv, legata a Tiziano Renzi e Laura Bovoli, i genitori dell’ex premier Matteo Renzi. In quel procedimento era accusato di aver contribuito al dissesto con l’iscrizione a bilancio di crediti inesistenti per oltre 370 mila euro. In un’intercettazione, affermava: “quel buco non me lo accollo”, riferendosi a un passivo di circa 300 mila euro. L'inchiesta, in primo grado, si è poi conclusa con una sentenza che ha assolto dalle accuse di bancarotta ma condannato per false fatture sia i genitori di Matteo Renzi sia altri imputati come Goglio, pur restando il procedimento in una fase che potrà essere ancora modificata dal secondo grado di giudizio

Di fronte a questo scenario, la voce dei sindacati si fa ancora più forte. La Filt Cgil ricorda che le denunce sulla logistica non sono una novità: da anni si parla di un settore permeato da illegalità diffusa, con appalti e subappalti gestiti al ribasso, con cooperative usa e getta create per abbattere i costi e scaricare le conseguenze sui lavoratori.

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