Una fortuna da sei milioni di euro, un testamento che riemerge mesi dopo la morte, un conto corrente aperto quando la titolare non c’era più e un bonifico partito in direzione dell’erede designato. Intorno all’eredità di Giuseppina “Pinuccia” Rista, 71 anni, si consuma una vicenda giudiziaria che intreccia solitudine, relazioni personali e sospetti di manovre illecite. Il 27 gennaio, davanti al tribunale di Torino, l’accusa ha chiesto tre anni e sei mesi di carcere per Enzo Pinelli, 56 anni, commerciante d’auto di None, indicato dalla stessa Rista come erede universale. Ma la partita non riguarda soltanto la validità di una firma: al centro c’è il confine, sottile e decisivo, tra il rispetto della volontà di una persona e la liceità di ciò che accade dopo la sua morte.
Secondo il sostituto procuratore Paolo Cappelli, Pinelli avrebbe approfittato di una relazione personale per ottenere un indebito vantaggio patrimoniale, con condotte che si sarebbero spinte oltre il decesso della donna. Da qui le imputazioni di circonvenzione di incapace, frode informatica e sostituzione di persona. L’accusa ha chiesto anche un anno di reclusione per tre presunti complici. I familiari di Rista, costituiti parte civile con l’avvocato Andrea Fenoglio, hanno domandato un risarcimento complessivo di 530.000 euro, comprensivo di 20.000 euro per danni morali.
Rista è morta nel marzo 2021, a 71 anni, nella casa di famiglia in via Oropa, a Torino. Senza figli e con parenti non stretti, viene descritta come ricchissima e solitaria. Il suo patrimonio, stimato in circa sei milioni di euro, comprendeva un condominio da dodici appartamenti, altri immobili e ingenti disponibilità liquide. Una ricchezza amministrata con attenzione e discrezione, a fronte di uno stile di vita semplice e riservato.
Il caso prende una piega decisiva quando, mesi dopo la morte, Pinelli rende noto un testamento che lo designa erede universale. Il documento, secondo quanto riferito, era scritto su un’agenda trovata nell’abitazione di Rista. Pinelli ha raccontato di essere entrato in casa dopo il funerale per cercare una foto da portare al cimitero e di aver trovato lì il testamento. In aula ha sostenuto di aver avuto con la donna una relazione sentimentale, nata anni prima in ospedale, e di essere rimasto l’unica persona vicina negli ultimi anni della sua vita. Un elemento, però, è emerso con chiarezza nel processo: non ci sono dubbi che il testo sia stato scritto da Rista di suo pugno, circostanza che sposta il baricentro del giudizio dall’autenticità grafica al contesto e alle condizioni in cui quella volontà sarebbe maturata.
La vera svolta investigativa arriva dalla banca. Il direttore dell’istituto si accorge che, dopo il decesso, era stato aperto un nuovo conto corrente intestato a Rista e che da quel conto era partito un bonifico a favore di Pinelli. È da questa anomalia che scatta la denuncia e prendono forma le indagini. Per la procura, l’operazione postuma rappresenta il punto più critico della vicenda: un conto aperto quando la titolare non era più in vita, possibile solo – secondo l’ipotesi accusatoria – con la complicità dei tre coimputati. È su questo terreno che l’inchiesta si allontana dal tema della successione e investe condotte autonome, potenzialmente penalmente rilevanti.
I familiari di Rista raccontano di aver appreso dell’esistenza del testamento solo a posteriori, rimanendo sorpresi dalla figura dell’erede designato, a loro sconosciuto. La decisione di rivolgersi alla giustizia nasce dalla distanza tra l’immagine pubblica della donna e l’emersione improvvisa di un beneficiario esterno alla cerchia familiare, accompagnata da movimenti bancari giudicati sospetti.
La difesa, affidata all’avvocato Giovanni Nigra, ha tracciato una linea netta. Rista, sostiene, era lucida e in forma, non una persona fragile o facilmente raggirabile. La scelta di nominare Pinelli erede universale sarebbe stata libera e consapevole, e come tale andrebbe rispettata. Da qui la richiesta di assoluzione perché il fatto non sussiste. Pinelli si è avvalso della facoltà di non rispondere e non era presente in aula all’ultima udienza.
Il nodo del processo sta tutto qui. Da una parte, un testamento riconosciuto come autografo della defunta; dall’altra, l’ombra di operazioni finanziarie compiute dopo la morte. Il tribunale è chiamato a valutare se e come questi due piani si intreccino, e se le condotte contestate possano essere considerate indipendenti dalla volontà testamentaria o, al contrario, strumentali a consolidarne gli effetti. Sullo sfondo restano una solitudine accentuata negli ultimi anni, una relazione nata in un contesto di fragilità e un patrimonio capace di attirare attenzioni tardive.
La sentenza della giudice Federica Gallone è attesa a marzo. Sarà quel verdetto a stabilire se la storia di Pinuccia Rista racconta una scelta controcorrente ma legittima, oppure se dietro la volontà scritta si celano condotte che travalicano i limiti della legalità. Una decisione che dirà molto non solo sull’esito di un’eredità, ma su come il diritto penale guarda al confine tra fiducia personale e abuso, quando i beni restano e le persone non possono più spiegare le proprie ragioni.