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Cronaca

Dall’inferno di un padre padrone alla Serie A: il sogno di Amir tra violenze e maltrattamenti

Sui campi da calcio da quando aveva 6 anni, la sua storia è emersa durante la testimonianza resa nel corso del processo per maltrattamenti in famiglia nei confronti del padre

Dall’inferno di un padre padrone alla Serie A: il sogno di Amir tra violenze e maltrattamenti

Lo chiameremo Amir, un nome di fantasia per proteggere la sua identità, ma il dolore e la forza che ha mostrato oggi in aula sono reali e tangibili. Amir ha solo vent’anni e un sogno grande come il mondo: diventare calciatore. Ma la sua corsa verso la libertà è stata segnata dalla violenza, dalla paura e dal coraggio di chi non si arrende.

Nato e cresciuto in una famiglia segnata dalla paura, nei condomini popolari di via Togliatti a Chivasso, Amir ha visto il peggio della violenza domestica. Suo padre era un uomo che esercitava il controllo assoluto sulla madre e sui figli, con una brutalità che non conosceva confini. “Mio padre limitava mia mamma in tutto e per tutto”, ha raccontato in lacrime davanti al giudice. “Non poteva parlare con la vicina di casa, non poteva lavorare, non poteva nemmeno tornare a scuola per riprendere il diploma. Lui glielo ha sempre impedito”.

Le parole di Amir hanno dipinto una casa priva di gioia, dove ogni giornata era scandita da urla e minacce. Le botte arrivavano senza preavviso, per un compito non fatto, per un brutto voto, per un bicchiere fuori posto. La cintura del padre si abbatteva sulla pelle dei figli con una crudeltà che Amir non dimenticherà mai. “Mi picchiava sulla schiena, sotto i piedi. Succedeva anche a mio fratello. Lo sentivo piangere nel bagno, urlava che non ce la faceva più”.

Ma la violenza non si fermava solo alle percosse. La madre di Amir ha subito anni di umiliazioni, aggressioni fisiche e minacce di morte. “Ti taglio le budella e ti cuocio nella pentola”, le aveva detto un giorno, brandendo un coltello. Un’altra volta, in un impeto di follia, aveva sparso alcol per casa minacciando di darle fuoco. Amir lo ha visto con i suoi occhi, lo ha vissuto sulla sua pelle.

Nel 2021, il padre di Amir se ne va, ma non è la fine dell’incubo. “Provava a tornare, dormiva qualche notte a casa, cercava di reinventarsi”, racconta Amir. Ma ogni volta era la stessa storia: litigi, violenza, paura. La madre, ormai allo stremo, grazie all’associazione Punto e a Capo di Chivasso, trova finalmente il sostegno che cercava da anni.

La donna riesce a trovare un lavoro. Inizia come badante, poi aiuto cuoca, fino a diventare cuoca a tempo pieno. “Ora lavora, ora siamo indipendenti”, dice Amir con orgoglio. La casa in cui vivevano era piccola, con muri rovinati e mobili rotti, ma per la prima volta, senza la paura di un ritorno improvviso, quella casa è diventata un rifugio sicuro.

Nonostante le cicatrici dell’infanzia, Amir non ha mai smesso di sognare. Il calcio è sempre stato la sua ancora di salvezza. “Gioco da quando ho sei anni. Quando cresci giocando per strada e la passione è grande, giochi anche con il piede rotto”. Ora milita in una squadra del territorio, con l’obiettivo di trasformare il suo talento in una carriera. Per mantenersi agli studi universitari, sta cercando un lavoro, determinato a costruirsi un futuro che il passato ha cercato di negargli.

L'avvocata di parte civile, Giuseppina Sollazzo

Ha provato anche a riallacciare i rapporti con il padre, sperando in un cambiamento. Ma l’unico tentativo di riavvicinamento si è rivelato un’illusione. “Mi dava venti euro, cercava solo di convincermi a ritirare le accuse”. Amir non ha ceduto. Non vuole più essere prigioniero del passato.

Oggi, davanti al Tribunale di Ivrea, è iniziato il processo nei confronti del padre di Amir, accusato di maltrattamenti in famiglia. Il collegio giudicante è presieduto dalla giudice Stefania Cugge. L’uomo è difeso dagli avvocati Salvatore Farruggia e Marco Servente, mentre la madre e i figli si sono costituiti parte civile con l’avvocato Giuseppina Sollazzo.

Oggi Amir è un giovane uomo con un sogno e una ferita nel cuore. La sua testimonianza in aula è un atto di coraggio, un grido di giustizia per sua madre e i suoi fratelli. “Se mia mamma non avesse trovato la forza di reagire, saremmo ancora lì, prigionieri della paura”.

La strada è ancora lunga, ma Amir ha già vinto la sua partita più importante: quella per la libertà. Dopo essersi diplomato, sta frequentando l'Università nella facoltà di Economia, cercando di costruire un futuro migliore per sé, per sua mamma e i fratelli. Continuando a sognare la Serie A.

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