"Non la sopportavo più": l’audio prima del tentato omicidio della madre con una sparachiodi (VIDEO)
Il vocale sarebbe stato mandato da Paolo Ferri ad un amico prima dell'aggressione nel cascinale di Caselle. Il 40enne avrebbe anche ammesso abusi di alcol e droga e rancori verso la madre e la sorella
"Non la sopportavo più": l’audio prima del tentato omicidio della madre con una sparachiodi (VIDEO)
Le parole arrivano prima dei colpi. Restano registrate in un messaggio vocale, poche frasi pronunciate con una lucidità che oggi inquieta quanto la violenza stessa. «Non le sopportavo più, volevo ucciderle». È da questo frammento, consegnato a un telefono prima che la notte degenerasse, che prende forma il tentato omicidio avvenuto a Caselle Torinese, una vicenda familiare che si consuma lontano da testimoni ma non dal peso dei segnali.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti Paolo Ferri, 40 anni, avrebbe colpito la madre Luciana Cat Berro, 65 anni, utilizzando una pistola sparachiodi, un attrezzo di uso comune nel settore zootecnico, ambito lavorativo nel quale l’uomo opera da tempo. L’aggressione arriva al termine di una escalation che, a posteriori, appare meno improvvisa di quanto si sarebbe potuto credere nelle prime ore.
Prima del gesto, Ferri invia a un amico un messaggio vocale nel quale racconta il proprio stato di alterazione, ammette l’abuso di alcol e droghe e dà voce a un rancore che non cerca attenuanti. «Ho bevuto l’impossibile, mi sono fatto un cannone», avrebbe detto prima di rivolgere la sua rabbia verso la madre e la sorella, accusate di distruggerlo. Quelle parole, oggi al vaglio degli investigatori, non sono uno sfogo generico. Sono un annuncio. Nel linguaggio secco di chi ha perso ogni filtro, Ferri esplicita un’intenzione che poco dopo si traduce in violenza.
Dagli accertamenti emerge inoltre che non si sarebbe trattato di un episodio isolato. Nel messaggio audio, l’uomo ha infatti raccontato di essersi già sfogato alcuni giorni prima con una conoscente, arrivando a dire apertamente di voler ammazzare la madre e la sorella. Parole che allora possono essere state interpretate come uno sfogo, ma che oggi pesano come macigni alla luce di quanto accaduto.
La madre viene colpita alla testa e resta gravemente ferita. È lo stesso uomo ad ammettere la responsabilità dell’aggressione, venendo preso in custodia dalle autorità.
Ad indagare sono i carabinieri della compagnia di Venaria. Il quadro che emerge dalle prime ricostruzioni intreccia conflitti familiari profondi con la mamma e con la sorella, disagio psicologico e abuso di sostanze. La casa, che dovrebbe essere luogo di protezione, diventa il perimetro di una pressione percepita come insostenibile. Il movente, almeno nella fase iniziale dell’indagine, sembra radicato in rapporti deteriorati, in una convivenza vissuta come una gabbia, in una rabbia che trova nell’alterazione chimica un acceleratore pericoloso.
Secondo quanto emerso, il 40enne, dopo la perdita del padre, aveva già attraversato periodi difficili e da tempo viveva in una condizione di progressivo isolamento. Nonostante ciò, nella zona era considerato una persona tranquilla, ritenuta incapace di fare del male agli altri, e un valido allevatore. Un profilo che contrasta con la gravità dell’episodio e che rende più complessa la lettura della vicenda.
Il messaggio vocale assume così un ruolo centrale non solo sul piano emotivo, ma anche investigativo. Perché anticipa il gesto, ne illumina il contesto e pone interrogativi cruciali sul grado di consapevolezza dell’uomo al momento dell’aggressione. In ambito giudiziario, frasi come «volevo ucciderle» non sono semplici parole: diventano indizi sul confine tra impulso e volontà, tra sfogo e decisione.
Molti aspetti restano ancora da chiarire. Non sono note, al momento, le condizioni cliniche aggiornate della vittima, né se in passato vi fossero state segnalazioni di disagio o interventi dei servizi sociali. Sarà necessario comprendere se vi siano stati segnali sottovalutati, se qualcuno abbia colto — o ignorato — l’allarme che quelle parole contenevano. Anche il ruolo dell’amico destinatario del messaggio e della conoscente con cui Ferri si era confidato nei giorni precedenti sarà oggetto di approfondimento, così come il percorso giudiziario che lo attende, tra la definizione del capo d’imputazione e le valutazioni sulle misure cautelari.
Resta, al centro, una vicenda che interroga oltre il fatto di cronaca.
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