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Cronaca
24 Gennaio 2026 - 09:33
LCondannato per errore a Torino: la Corte d’appello annulla la sentenza e riapre il processo sul furto di Porta Palazzo
Due anni trascorsi con l’angoscia di finire in carcere per un reato mai commesso. Un nome sbagliato, una firma messa senza comprenderne il peso, documenti smarriti finiti nelle mani sbagliate. Poi, finalmente, la svolta. La Corte d’appello di Torino ha annullato la condanna inflitta in primo grado ad Alex Asamoah, 43 anni, di origini ghanesi, rimettendo in moto il procedimento e indicando un altro uomo come possibile autore del furto con strappo avvenuto a Porta Palazzo.
I fatti risalgono al 27 marzo 2022, quando a Torino un iPhone viene strappato di mano alla vittima. In primo grado Asamoah viene riconosciuto colpevole e condannato a un anno, nove mesi e dieci giorni di reclusione. Una sentenza che per lui significa vivere sospeso, con la paura costante di essere arrestato. Nei giorni scorsi, però, il ribaltamento: la Corte d’appello accoglie il ricorso presentato dal suo difensore, l’avvocato Giuseppe Damini, annulla la decisione e rinvia gli atti al tribunale per un nuovo giudizio.
Al centro dell’errore giudiziario c’è un rebus di identità. I documenti di Asamoah erano stati smarriti e, secondo quanto emerso dagli atti, sarebbero finiti nelle mani di Ukwuegbu Chikodinaka, soggetto con numerosi alias, indicato come nato in Nigeria il 1° gennaio 1993. Quando i carabinieri si presentano a Mappano, dove Asamoah vive, lui firma una notifica di convocazione in tribunale, pensando fosse una pratica legata al permesso di soggiorno.
La svolta arriva grazie a un lavoro difensivo accurato, portato avanti insieme all’avvocata Cristina Magno. Un accesso agli atti all’Ufficio immigrazione chiarisce che le persone coinvolte sono due e non coincidono. Non solo: la vittima del furto riconosce in Chikodinaka l’uomo che le ha strappato il telefono. A quel punto la Corte d’appello annulla la condanna di Asamoah e dispone la trasmissione degli atti per un nuovo processo nei confronti del soggetto indicato come vero autore. Secondo gli inquirenti, Chikodinaka potrebbe oggi muoversi nel Torinese senza una dimora fissa.
La voce di Asamoah è semplice, ma carica di sollievo: «Sono contento, adesso sono più tranquillo. Pensando alla condanna avevo paura di andare in carcere. Ma io sono una brava persona, voglio solo lavorare». Parole che raccontano meglio di qualsiasi atto giudiziario la sproporzione tra un’esistenza costruita con fatica e il peso di un’accusa ingiusta.
La sua storia personale è un percorso di migrazione e integrazione. Dopo vari tentativi lascia il Ghana e arriva in Sicilia su un barcone nel luglio 2014. Passa dai centri di accoglienza ai lavori più duri: bracciante nelle campagne dell’Astigiano, poi operaio in un’azienda di stampaggio a San Carlo Canavese, quindi in un’autofficina a Mappano. Da due anni lavora in un’azienda di pellet a Villanova Canavese. Ogni mattina si sposta in bicicletta, vivendo con la famiglia che nel frattempo è riuscito a riunire.
Il caso Asamoah mette in luce fragilità strutturali del sistema: lo smarrimento dei documenti come varco per scambi d’identità devastanti, notifiche e adempimenti che senza una reale comprensione linguistica diventano trappole, il rischio di errori giudiziari che colpiscono soprattutto chi ha meno strumenti per difendersi. In appello la giustizia ha corretto la rotta. Ora resta da accertare la responsabilità nel nuovo processo e rintracciare l’uomo indicato come autore del furto. Per Asamoah, intanto, si chiude la paura più grande: quella di pagare per un reato non suo.

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