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20 Gennaio 2026 - 19:07
Il sopralluogo di novembre
Ne avevano parlato tutti. E tanto. A novembre sembrava davvero fatta. Ivrea, finalmente, avrebbe avuto la sua maxi aula per i grandi processi. Quelli veri, quelli che contano, quelli che segnano una comunità. Il sindaco Matteo Chiantore l'aveva raccontato a mezzo mondo, letteralmente in un brodo di giuggiole. Il governatore Alberto Cirio si era collegato addirittura dal Giappone, come nelle grandi occasioni. Bottiglie di spumante – quello buono – baci, abbracci, pacche sulle spalle. La sensazione era quella delle grandi svolte, delle decisioni storiche. Tradotto: “si fa”.
E invece no.
Come l’uomo del Monte, il Ministero della Giustizia ha detto semplicemente “no”. Secco. Fine della storia. Niente banane.
La maxi aula a Ivrea non si farà. Almeno non ora. E probabilmente non così.
La notizia, dentro il Tribunale di Ivrea, la conoscono anche i muri. Magistrati, cancellieri, avvocati: tutti sanno che il Ministero non metterà i soldi necessari per realizzare l’aula promessa e annunciata in pompa magna. I grandi processi attesi per il 2026 – a partire dalla strage di Brandizzo, passando per il filone Echidna, fino ai procedimenti su Asl To4 e carcere di Ivrea – finiranno, con molto probabilità, nell’aula bunker delle Vallette, a Torino. Con un dettaglio tutt’altro che secondario: il personale di Ivrea, dai pubblici ministeri ai cancellieri, dovrà fare avanti e indietro per ogni singola udienza. Un pendolarismo giudiziario che ha il sapore della resa.

Il presidente Alberto Cirio
Eppure, solo poche settimane fa, la narrazione era completamente diversa.
Durante la Conferenza permanente del Tribunale di Ivrea, riunita in seduta allargata, Cirio aveva annunciato che la Regione Piemonte era pronta a finanziare la costruzione della maxi aula. Un annuncio solenne, formalizzato davanti a tutti: la procuratrice capo Gabriella Viglione, la presidente del Tribunale Antonia Mussa, la presidente del Coa Patrizia Lepore, il Comune di Ivrea, la Città Metropolitana, persino il Ministero, rappresentato da due funzionari.
Due le ipotesi sul tavolo: una tensostruttura tecnologica nei parcheggi comunali vicino al palazzo di giustizia, sul modello Genova-Ponte Morandi, oppure il recupero di un grande spazio in un immobile contiguo al Tribunale, preferibilmente comunale.
Non un “tendone”, avevano chiarito tutti. Una struttura moderna, sicura, attrezzata, in grado di reggere processi con decine di imputati, parti civili, avvocati, stampa, traduzioni, sistemi audio-video e flussi di pubblico.
I numeri parlavano chiaro: 80 terabyte di atti solo per Brandizzo, mesi di lavoro tecnico, scadenze processuali già alle porte. L’udienza preliminare ipotizzata tra febbraio e marzo. Il tempo stringeva, ma la macchina sembrava partita.
Anche il sopralluogo successivo – con tecnici del Ministero, ufficio tecnico comunale, magistratura e avvocatura – aveva confermato che “tutti remavano nella stessa direzione”. Si parlava del Meeting Point di piazza Piero Mascagni, di archivi da riorganizzare, di un prefabbricato “fatto per durare”. Entro fine anno, diceva Chiantore, ci sarebbe stato almeno un progetto. Un obiettivo ambizioso, certo, per un ufficio tecnico oberato, ma il clima era quello della corsa contro il tempo condivisa.
Poi, il silenzio.
E oggi la realtà che emerge è molto meno scintillante delle conferenze stampa di novembre. Il Ministero ha chiuso la porta. I soldi non arriveranno. La competenza sugli edifici giudiziari resta statale e, senza l’ok di via Arenula, la disponibilità regionale si è schiantata contro un muro. Risultato: Ivrea resta senza maxi aula, e i processi più importanti emigreranno a Torino.
Quel che stupisce – e non poco – è il silenzio assoluto dell’Amministrazione comunale. Nessuna presa di posizione pubblica. Nessuna spiegazione. Nessuna parola su una promessa evaporata nel giro di pochi mesi. Eppure, a novembre, la maxi aula non veniva raccontata come una possibilità, ma come una scelta ormai imboccata.
“La decisione non è più se farla, ma dove e come farla”, si diceva. Oggi scopriamo che la decisione, in realtà, l’ha presa qualcun altro. E non è andata nella direzione annunciata.
Insomma, dalle bottiglie stappate al bicchiere mezzo vuoto il passo è stato breve. Ivrea, che è il secondo Tribunale del Piemonte per popolazione servita, resta ancora una volta a guardare mentre i grandi processi prendono la strada di Torino.
Con buona pace delle promesse, dei collegamenti dal Giappone e delle foto di rito.
E con una domanda che resta sospesa: quando Chiantore affiderà tutte le sue critiche ad un comunicato stampa per dire che hanno sfanculato Ivrea?
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