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Cronaca

Omicidio di Salassa: simboli satanici nella cella dell'Imam Abdelrhani Lakhrouti

Nel corso dell'udienza che si è tenuta oggi a Ivrea, si è discusso delle scritte e dei simboli trovati quando l'Imam era detenuto nel carcere di Brissogne - Aosta per l'omicidio del nipote in seguito ad un esorcismo islamico

l'Imam di Cuorgnè Abdelrhani Lakhrouti,

l'Imam di Cuorgnè Abdelrhani Lakhrouti,

Il processo per la morte di Khalid Lakhrouti continua a riservare colpi di scena, con nuove rivelazioni emerse oggi durante l'udienza. La morte di Khalid, era avvenuta la sera del 10 febbraio 2024 durante un presunto esorcismo islamico messo in atto dal suo zio Imam Abdelrhani Lakhrouti, dal fratello Nourddine e dall’ex moglie Sara Kharmiz. La Corte d'Assise che dovrà giudicare i tre imputati, sta cercando di ricostruire una verità che appare sempre più complessa, con testimonianze e prove che rivelano nuovi aspetti inquietanti della vicenda.

Una delle novità più significative emerse oggi in aula ad Ivrea, riguarda i disegni satanici trovati nella cella dell'Imam Abdelrhani Lakhrouti, detenuto presso il carcere di Brissogne in Valle d'Aosta dal 30 marzo 2024, dopo che le indagini sull'omicidio di Khalid avevano preso una svolta decisiva. I disegni trovati mostrano simboli come croci rovesciate, il numero 666 e altre immagini inquietanti come capre e rappresentazioni demoniache. Alcuni di questi simboli erano apparsi solo dopo l'ingresso dell'Imam in carcere, come ha rivelato oggi in aula una guardia carceraria, che ha anche sottolineato come non fossero stati notati prima.

Oltre ai disegni, sono state notate due scritte: "Il peggio male, male ti porti via dalla tua famiglia"e "Che Satana mi punisca...".

Le immagini, proiettate in aula, sono apparse sicuramente disturbanti, ma non in linea con l'iconografia islamica, che non fa uso di questi simboli.

Nella cultura islamica, infatti, simboli come croci rovesciate, capre, rappresentazioni demoniache e il numero 666 non sono considerati parte dell'iconografia tradizionale e non hanno alcun significato religioso in relazione al satanismo o al diavolo nel contesto dell'Islam.

L'Islam ha una visione distinta della figura del diavolo (Shaytan o Iblis) e dei concetti di bene e male, ma non utilizza simboli come quelli che vengono comunemente associati al satanismo nella cultura occidentale, come la croce rovesciata o il numero 666, che sono legati a tradizioni cristiane o esoteriche.

Nel contesto islamico, Shaytan rappresenta il male e la disobbedienza a Dio (Allah), ma non è mai simbolizzato attraverso immagini o numeri. La Ruqyah (esorcismo islamico), ad esempio, è una pratica che si basa sulla recitazione di versetti del Corano e su invocazioni di Dio per proteggere le persone dal male, ma non fa uso di simboli visuali

Il difensore dell'Imam, durante l'udienza, ha sostenuto, inoltre, che il suo assistito capiva perfettamente l'italiano, ma il suo italiano non era fluente, motivo per cui non poteva scrivere con il congiuntivo. Inoltre, la cella in cui si trovavano i disegni era una cella temporanea destinata ai nuovi giunti, dove passano molti detenuti. Insomma, quelle scritte e quei disegni avrebbe potuto farli chiunque. Anche se il personale carcerario, prima dell'arrivo dell'Imam non le aveva mai notate.

La guardia carceraria sentita a processo, ha inoltre sottolineato come Abdelrhani Lakhrouti godesse di un grandissimo rispetto tra gli altri detenuti di fede islamica, tanto da essere considerato una figura religiosa di riferimento

Durante l'udienza, l'Imam Abdelrhani Lakhrouti ha rilasciato dichiarazioni spontanee riguardo a un biglietto che avrebbe passato di nascosto alla moglie durante un colloquio in carcere. Il biglietto, tradotto erroneamente dall’interprete, conteneva un elenco di nomi di persone che il detenuto avrebbe voluto contattare per chiedere loro di testimoniare a suo favore, affermando di non aver mai praticato riti satanici. Il nome della ex moglie del nipote, Sara, sarebbe stato incluso nell'elenco. 

Quel che l'Imam ha voluto ribadire con forza è che lui non faceva esorcismi.

Lo zio Imam Abdelrhani Lakhrouti

Un altro elemento fondamentale dell’udienza di oggi è stata la testimonianza del Maresciallo Gian Marco Altieri, comandante dei Carabinieri di Cuorgnè, che ha ricostruito gli spostamenti di Sara Kharmiz, l'ex moglie di Khalid, la sera della sua morte. Grazie all'analisi dettagliata delle videocamere di sorveglianza presenti tra Salassa e Rivarolo, i carabinieri sono riusciti a collocare Sara nella casa dell’ex marito negli istanti precedenti la morte di Khalid. Nonostante le continue negazioni da parte di Sara, che ha sempre affermato di essere arrivata dopo l'omicidio, le registrazioni e i tabulati telefonici suggeriscono che Sara fosse effettivamente presente al momento della morte di Khalid. La sua conversazione telefonica con Abdelrhani Lakhrouti alle 19:41 ha avuto una durata di circa un minuto e potrebbe costituire una prova rilevante per il caso.

Infine, l’autopsia sul corpo di Khalid aveva rivelato un altro dettaglio macabro: un bottone trovato nella gola della vittima. Questo bottone, marca Guess, che avrebbe causato il soffocamento, è stato un elemento chiave nell'indagine. Il RISS di Parma, durante l'accertamento, ha identificato il bottone come appartenente a un capo di abbigliamento prodotto dalla Guess, un marchio non più in produzione dal 2015. Il bottone, trovato nella gola di Khalid, potrebbe fornire una prova decisiva sulla dinamica dell'omicidio, suggerendo che il soffocamento sia stato un atto volontario e non il risultato di un semplice rituale.

La vicenda dell’omicidio di Salassa ha messo in evidenza il confine sottile tra spiritualità e violenza. Il rituale esorcistico che, secondo l’accusa, ha condotto alla morte di Khalid, è stato violento e coercitivo. La pratica dell'esorcismo islamico (Ruqyah Shar’iyyah) è ammessa, ma con limitazioni rigide che escludono qualsiasi tipo di violenza fisica. La vicenda, che ha visto coinvolto un uomo in preda al delirio di possesso demoniaco, è diventata un caso emblematico di quanto possa degenerare un atto di fede.

Le indagini e le prove raccolte fino ad ora pongono interrogativi cruciali: dove finisce la preghiera e dove inizia la violenza? L'aula di Ivrea sta cercando di rispondere a questa domanda, mentre gli imputati continuano a negare il loro coinvolgimento diretto nell'omicidio.

UNA MORTE TRA RITUALI RELIGIOSI E OMISSIONI

Le complesse indagini sull’omicidio di Khalid Lakhrouti portano alla luce una tragica vicenda segnata dalla religiosità, dalla malattia mentale e dalla brutalità. Il processo in corso a Ivrea sta cercando di fare luce su quanto accaduto nella casa di via Cavour a Salassa.

Il 10 febbraio 2024, la morte di Khalid Lakhrouti, avvenuta in circostanze drammatiche durante un esorcismo praticato dallo zio Imam, dal fratello Nourddine Lakhrouti e dalla ex compagna Sara Kharmiz, ha scosso profondamente la comunità di Salassa e il territorio circostante. A distanza di quattordici mesi, il processo per omicidio volontario aggravato è entrato nel vivo, con una Corte d’Assise presieduta dalla giudice Stefania Cugge che cerca di ricostruire una verità complessa, dove si intrecciano fede, violenza e dinamiche familiari.

La domanda centrale che aleggia sul caso è una: come è possibile morire, nel 2024, durante un esorcismo? Un interrogativo che la giustizia sta cercando di risolvere, con l’accusa di omicidio volontario contro gli imputati, tra cui l’Imam Abdelrhani Lakhrouti, accusato di aver praticato il rituale di esorcismo che ha portato alla morte del nipote, Khalid Lakhrouti, un uomo fragile e segnato dalla dipendenza dalla cocaina e da crisi psichiche.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Khalid era convinto di essere posseduto dal demonio. Le sue sofferenze psicologiche e fisiche, accentuate dall’uso di cocaina, avevano portato i suoi familiari a rivolgersi all’Imam per aiutarlo con esorcismi. Il 10 febbraio 2024, lo zio Imam, insieme al fratello e all’ex moglie di Khalid, aveva deciso di ripetere il rituale per liberarlo dal presunto possesso. Khalid, in preda a una crisi violenta, venne legato mani e piedi e, durante l’esorcismo, soffocato con un corpo soffice. L’autopsia ha confermato che la morte è stata causata da asfissia prolungata, aggravata dall’ostruzione delle vie respiratorie a causa di un bottone inghiottito accidentalmente da Khalid.

La dinamica della morte è emersa con forza durante il processo, alimentando il dibattito su quanto il rituale di esorcismo fosse deviato e pericoloso. Non solo Khalid fu legato, ma, come confermato dalle perizie forensi, le sue vie respiratorie furono occluse, e la sua morte avvenne tra le 18:00 e le 19:00, mentre l’allarme ai soccorsi venne dato solo alle 21:45, quando ormai era troppo tardi.

Il Maresciallo Gian Marco Altieri, comandante dei Carabinieri di Cuorgnè, ha fornito oggi in aula una testimonianza cruciale, ricostruendo gli spostamenti di Sara Kharmiz la sera della morte di Khalid. Attraverso un meticoloso esame delle telecamere di sorveglianza, è stato possibile tracciare la sua presenza nella casa dell’ex marito, contrariamente a quanto dichiarato da lei stessa, che aveva sempre negato di essere stata presente al momento del decesso.

Le intercettazioni telefoniche hanno rivelato anche alcune conversazioni in cui gli imputati discutevano dei segni di legature sul corpo di Khalid e suggerivano di giustificarli come una conseguenza della sua aggressività. In una telefonata, l’Imam avrebbe detto: «Scommetti che troveranno i segni delle legature alle mani e ai piedi?». Queste parole sono ritenute una prova importante che i familiari cercassero di nascondere le reali cause della morte di Khalid.

Non era la prima volta che i Carabinieri intervenivano nella casa di Khalid. Il 22 gennaio, una pattuglia venne chiamata per una lite domestica, trovando Khalid in stato di semi-incoscienza, disteso a terra, avvolto in una coperta, mentre il fratello lo teneva sopra per impedirgli di farsi del male. Il 10 febbraio, quando il corpo di Khalid fu trovato senza vita, l'ambulanza arrivò troppo tardi, confermando la morte già avvenuta da diverse ore.

La morte di Khalid ha colpito anche l’opinione pubblica per le sue circostanze assurde: un uomo in evidente crisi psichica, soggetto a esorcismi da parte della sua famiglia, che lo ha portato a morire per soffocamento. Nonostante i segni di un’aggressione fisica evidente, la famiglia ha cercato di minimizzare le cause, definendo l'accaduto come un normale intervento religioso.

Sara è accusata di concorso in omicidio aggravato insieme al fratello della vittima, Nourddine Lakhrouti, e all'Imam Abdelrhani Lakhrouti, che è tuttora agli arresti domiciliari per motivi legati alla sua influenza all’interno della comunità islamica. Secondo gli investigatori, il suo ruolo di autorità religiosa tra i detenuti sarebbe stato uno degli elementi che hanno giustificato la decisione di tenerlo agli arresti domiciliari, in quanto potrebbe esercitare una forte influenza sulla sua comunità, impedendo l’eventuale testimonianza di altri.

La vicenda di Khalid Lakhrouti solleva interrogativi importanti: come si può definire un’esercitazione religiosa quando essa sfocia in violenza? Dove termina il rispetto per la fede e inizia la colpa penale? Il rito che avrebbe dovuto liberare Khalid dal demonio si è trasformato in una tragica violenza che ha portato alla morte di un uomo. Le prove, le testimonianze e le registrazioni video stanno gettando luce su un caso che sembra sfociare nel paradosso della fede che diventa coercizione, un’interpretazione distorta della spiritualità che diventa fatale.

A distanza di un anno, il processo per omicidio che coinvolge l'Imam Abdelrhani Lakhrouti, Nourddine Lakhrouti e Sara Kharmiz prosegue con nuove prove e testimonianze che continuano a delineare i contorni di una tragedia familiare che ha scosso profondamente la comunità di Salassa. E mentre le domande su come Khalid sia morto e chi abbia realmente responsabilità in quella morte continuano a crescere, il caso è diventato un simbolo del conflitto tra fede, malattia mentale e violenza nella società contemporanea.

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