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Cronaca
06 Giugno 2025 - 21:00
In foto, l'imam Abdelrhani Lakhrouti
“Allah Akbar”. E' questa la frase che continuava a risuonare mentre veniva proiettato in aula ad Ivrea il video dell'esorcismo islamico durante il quale perse la vita Khalid Lakhrouti. Il corpo steso a terra. Le mani che lo immobilizzano. L’Imam che recita versetti del Corano, mentre l’agitazione dell'uomo che credevano essere posseduto dal demonio, cresce, esplode, si contorce. Non è l’ultima scena, quella dell’agonia finale. Ma è un’istantanea spietata di ciò che, secondo l’accusa, era una pratica brutale travestita da rito sacro.
Oggi, a Ivrea, il processo per la morte del 43enne di origini marocchine è entrato nel vivo. E lo ha fatto con le immagini di uno degli esorcismi che — secondo i familiari — avrebbero dovuto “liberarlo dal demonio”.
Si tratta di video girati durante le pratiche religiose e finite nel fascicolo del Pubblico Ministero.
È il 10 febbraio 2023 quando, in una casa silenziosa di via Cavour a Salassa, Khalid muore. È legato. Gli occhi sbarrati. Nessuno parla. Solo alle 21.45 viene chiamata l’ambulanza. Ma per il medico del 118 non ci sono dubbi: il decesso risale ad almeno due ore prima. Le analisi forensi parleranno di asfissia meccanica, aggravata da un bottone ingerito e da un’alta concentrazione di cocaina nel sangue. Il corpo portava segni inequivocabili di legature. E lì, in quell’appartamento dove si era appena consumato un dramma tra fede e fanatismo, comincia l’inchiesta.
A processo, davanti alla Corte d’Assise di Ivrea presieduta dalla giudice Stefania Cugge, ci sono tre persone: lo zio imam Abdelrhani Lakhrouti, ancora agli arresti domiciliari, il fratello della vittima Nourddine Lakhrouti, e l’ex compagna Sara Kharmiz. Tutti accusati di concorso in omicidio aggravato. Le aggravanti contestate — crudeltà, legami di sangue e relazione affettiva — hanno fatto saltare l’ipotesi di un rito abbreviato per Nourddine. Ma la difesa, curata dagli avvocati Ferdinando e Fiorenza Ferrero, lascia aperta la porta a una futura richiesta, se le aggravanti dovessero cadere in corso di giudizio.
Il video in aula
Oggi, quel confine sottile tra spiritualità e violenza è stato squarciato da un filmato agghiacciante. È una delle registrazioni dello zio imam. Non quella del giorno della morte, ma quella di un esorcismo precedente, risalente a fine gennaio. Khalid, in evidente stato psicotico, si dibatte a terra mentre lo zio gli impone le mani e recita la Sura dell’Ayat Al Kursi. A tenerlo fermo, ci sono il fratello e un bambino, all’epoca minorenne, che oggi è considerato testimone chiave del processo.
La sequenza di eventi che porta alla tragedia è drammaticamente ricostruibile. Il 22 gennaio, intervengono i carabinieri: trovano Khalid in stato semi-incosciente, avvolto in una coperta, col fratello che lo blocca. Lo zio parla già allora di possessione. Il giorno dopo, Khalid si presenta al pronto soccorso: racconta di essere stato immobilizzato durante un rito religioso. Il 31 gennaio, un altro esorcismo viene filmato. Secondo lo zio, “il diavolo è uscito”. Ma meno di due settimane dopo, tutto si ripete. E finisce nel sangue.
A sostenere l’accusa è la PM Giulia Nicodemi. I testimoni citati a giudizio sono circa settanta, di cui 47 dalla Procura. Sono già stati conferiti incarichi peritali, comprese le trascrizioni delle intercettazioni e la valutazione della capacità del minore — oggi testimone — di reggere il contraddittorio in aula.
Ma il nodo cruciale, secondo l’accusa, è uno: l’ora della morte. Se, come sembra, il decesso è avvenuto tra le 18 e le 19, i soccorsi sarebbero stati chiamati con oltre due ore di ritardo. E questo, in un processo per omicidio, pesa come un macigno. A confermare i sospetti ci sono anche le intercettazioni ambientali: “Scommetti che troveranno i segni delle legature alle mani e ai piedi?”, dice lo zio in una conversazione captata dagli inquirenti. Un’ammissione involontaria, ma potentissima.
Gli avvocati Calabrese e Dimauro, che difendono l’imam, puntano sulla linea religiosa: per loro, Abdelrhani non ha fatto altro che seguire la tradizione islamica del ruqya, senza mai superare i limiti del consenso. Per il fratello Nourddine, invece, la strategia è più tecnica: giocarsi tutto sull’orario della morte, sull’effetto della cocaina, sull’eventuale nesso causale tra immobilizzazione e decesso.
Ma in fondo, è una domanda etica quella che resta sul tavolo, mentre scorrono i video e si moltiplicano i dettagli agghiaccianti: com’è possibile morire, nel 2024, durante un esorcismo? È accettabile che pratiche spirituali diventino gabbie di morte? E dove finisce la fede e comincia la violenza?
Il processo è solo all’inizio. Ma ha già scoperchiato un vaso di Pandora fatto di superstizione, disagio psichico, droga e omertà domestica. E l’aula di Ivrea promette di diventare — nei prossimi mesi — una lunga seduta collettiva d’esame per tutta una comunità.
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