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Cronaca
02 Luglio 2025 - 19:28
Immagine di repertorio
La fine di Khalid Lakhrouti è tutta scritta in un rituale oscuro, in una stanza di via Cavour a Salassa, dove la spiritualità si è fusa con la violenza, la fede con la coercizione. E dove un uomo — fragile, spezzato, consumato — è morto tra le braccia dei suoi familiari. Ucciso, secondo l’accusa, proprio da chi voleva salvarlo.
La corte d’Assise di Ivrea - presieduta dalla giudice Stefania Cugge, giudice Antonella Pelliccia a latere e sei giudici popolari - prova, ora, a ricomporre quell’enigma. A decifrare i giorni, le ore, i minuti che hanno preceduto l’ultimo respiro di Khalid. I video proiettati oggi in aula mostrano una verità insostenibile: un corpo legato, trattenuto con forza, mentre l’Imam recita versetti del Corano.
Fragile. Disorientato. Ossessionato. Quello che emerge del 43enne di origini marocchine è il profilo di un uomo divorato dalla cocaina, dalle visioni, dal sospetto che il demonio si fosse impossessato della sua famiglia. A ottobre 2023, in un’alba già contaminata dal delirio, aggredisce la moglie e la figlia: dice di volerle “liberare”. Ai carabinieri mostra un punto nel vuoto: «Il diavolo è lì». Poi stringe un cuscino e lo porge loro: «L’ho catturato, stringetelo forte».
Le immagini registrate dalla bodycam indossata da uno dei carabinieri intervenuti, raccontano tutto questo in un filmato di circa mezz'ora trasmesso in aula.
Quando i militari arrivano la figlia e il fratellino vengono trovati in strada. La bambina ha segni di strangolamento. Due coltelli vengono trovati sul bordo della vasca da bagno. L’appartamento a soqquadro. I militari indossano una bodycam: il video, visto in aula, è disturbante. Khalid è «in stato catatonico, scollegato dalla realtà». Ha una disabilità fisica, conseguenza di un tuffo nel torrente Orco che gli ha causato la frattura di due vertebre cervicali. Per salvarlo i medici gli hanno messo una placca cervicale, ma da allora la sua cammina era diventata claudicante, non era più quello di una volta.
Sara Kharmiz, la moglie, se ne va di casa quando capisce che è troppo pericoloso restare. Si rifugia con i due figli e la madre in un alloggio in via Matteotti, sempre a Salassa, in quello che in paese viene chiamato "il condominio". Lì, la notte del 23 gennaio, Khalid si presenta davanti al portone. Chiama il 112: «Se mi succede qualcosa, io vi ho avvisato». Quando arrivano i carabinieri, lui è sparito. Sara dice di non averlo visto. Ma i vicini raccontano rumori di mobili spostati. I militari lo cercano, temono che si sia nascosto, che possa essere pericoloso. Ha un divieto di avvicinamento all'ex moglie e ai figli. Ma di lui, neppure l'ombra.

Abdelrhani Lakhrouti, lo zio Imam di Cuorgné
La sera prima - è il 22 gennaio - la vicina di casa di Khalid, Valentina Ruggero, chiama il 112: «Urla, aiuto, trambusto. Mi sembravano almeno tre persone. Una sola voce gridava “aiuto” più volte. Dopo cinque minuti è calato il silenzio». Non sa ancora che quella voce era di Khalid. Né che quel rituale sarebbe stato il preludio della morte. Una macabra prova generale.
Dentro l’abitazione, i militari si trovano di fronte a una scena tanto surreale quanto inquietante. Khalid Lakhrouti, 43 anni, è disteso a terra supino nella cucina, avvolto in una coperta. Si dimena, agita le braccia e le gambe, urla frasi sconnesse, cerca di liberarsi. E' legato. Sopra di lui c’è il fratello Nourddine, che lo tiene immobilizzato. Alla porta c’è lo zio, l’Imam Abdelrhani Lakhrouti, che li osserva. In casa anche il nipote minorenne, figlio di Nourddine.
I carabinieri della stazione di Cuorgnè conoscono tutti i presenti. Li identificano subito: «Uno è l’Imam di Cuorgnè, gli altri sono fratello e nipote di Khalid». Il fratello dice di aver chiamato lo zio perché Khalid «stava male». Lo zio, l’Imam, spiega ai militari che «era posseduto dal demonio» e che per questo aveva iniziato la recita dei versetti del Corano. In cucina, sui mobili, ci sono testi sacri.
Il corpo di Khalid si contorce sul pavimento. È lucido, ma alterato, si lamenta, parla, grida frasi che non hanno senso. Non vuole restare steso, vuole solo liberarsi. Non c’è sangue. Non ci sono armi. Solo una lotta fatta di parole, di corpi che lo bloccano, di occhi che guardano senza comprendere. E di urla attutite dalle pareti sottili, che poco prima avevano spaventato la vicina al punto da farla prendere in mano il telefono, da sola in casa con due bambini.
I militari registrano tutto: la presenza dello zio, la posizione del corpo, lo stato di agitazione, ma non dispongono nessun intervento sanitario. L’Imam li rassicura: «È già successo altre volte, passerà tutto». Nessuno immagina che quella scena sarà la prova generale di una morte annunciata.
Solo dopo, il 10 febbraio, quando Khalid morirà in quello stesso appartamento, quelle immagini riemergeranno. E oggi — a distanza di mesi — in aula, quel momento è diventato un cruciale pezzo dell’accusa: Khalid non era semplicemente “posseduto”. Era un uomo fragile, alterato, forse in crisi psicotica. Ma in quella stanza, quel terribile 10 febbraio, nessuno ha chiesto aiuto. Nessuno ha fermato il rito. Nessuno ha capito che stava morendo.
L’ambulanza arriva alle 21.45, chiamata dallo zio-imam Abdelrhani Lakhrouti. "Fa fatica a respirare" si sente nella registrazione di quella chiamata d'emergenza. Ma per il medico del 118, Khalid era già morto da almeno due ore. Un punto sul quale le difese promettono battaglia.
Asfissia meccanica: è questo ciò che dicono i medici. Corpo avvolto, mani legate, un bottone in gola, cocaina nel sangue.
La vicina sente piangere prima che arrivino i soccorsi. Vede entrare una donna con il velo. Ma non sembra Sara. Lei il velo non lo ha mai indossata. E quella donna sembra più vecchia, sulla cinquantina. L’Imam, invece, è lì, con Nourddine e il figlio minorenne. La scena è raccapricciante. Il corpo coperto da un lenzuolo. Nessuna violenza apparente.
I video dell’orrore
Uno di quei filmati girati durante i precedenti esorcismi, è stato mostrato oggi in aula per la seconda volta. Non è quello del giorno della morte, ma quello di gennaio. Si vede Khalid disteso in cucina. Il fratello lo blocca, il nipote assiste, lo zio recita la Sura dell’Ayat Al Kursi, il versetto “più potente del Corano”. Le immagini sono crude: la bocca tappata, i polsi legati. «Non è la prima volta che succede», dice l’imam ai carabinieri che interverranno. «Presto passerà tutto». Ma non passerà niente. E Khalid, in quell’appartamento diviso da un cartongesso sottile, non riemergerà più.
In aula, oggi, Sara Kharmiz c’era. Bellissima, i capelli corvini raccolti, gli occhi verdi lucidi. Quando scorrono i video del marito, non riesce a trattenersi. Piange. Ricorda. Rivive. Le urla, le botte, la paura. In quella casa di via Cavour da cui era fuggita per proteggere i figli. E ora si ritrova imputata: concorso in omicidio aggravato. Insieme all’Imam e a Nourddine.
Lei nega. Quella sera non c'era. Non era lì.
Tra i testimoni chiave, c’è il nipote minorenne di Khalid, il figlio del fratello. Era presente ai rituali, anche l’ultimo. Verrà sentito solo se la psicologa incaricata lo riterrà in grado. Sarà lui, forse, a raccontare l’ultima verità. A dire se, quella sera, Khalid gridava ancora. Se ha chiesto pietà. Se qualcuno lo ha ascoltato. O se è morto nel silenzio, mentre l’Imam pregava. Ma soprattutto, chi era presente a quel macabro rituale.

Ruqyah: il confine sacro
La pratica dell’esorcismo islamico — Ruqyah Shar’iyyah — è ammessa dalla religione. Ma con limiti rigorosi: niente legature, nessuna violenza, solo Corano e suppliche. In alcuni paesi è regolamentata per legge. In Italia no. E ciò che è avvenuto a Salassa sembra andare ben oltre. Più che un rituale, una restrizione fisica estrema. Un gesto di fede degenerato in soffocamento. E forse, in morte.
Come si può morire nel 2024 per un esorcismo? Dove finisce la preghiera e comincia la colpa? L’aula di Ivrea non ha ancora le risposte. Ma intanto le immagini scorrono, i testimoni parlano, la verità si sgretola sotto il peso dei dettagli. E Khalid, da vittima imperfetta, torna protagonista. Un uomo fragile, malato, solo. Morto tra le mani di chi credeva di salvarlo.
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