Cerca

Cronaca

Legato, imbavagliato, posseduto: a Ivrea il processo per l'esorcismo finito in tragedia

Oggi si è tenuta la prima udienza in Corte d'Assise. Sono 70 i testi che verranno chiamati a testimoniare

Legato, imbavagliato, posseduto: a Ivrea il processo per l'esorcismo finito in tragedia

Quando l’ambulanza arrivò in via Cavour, a Salassa, erano le 21.45 del 10 febbraio 2023.
Ma Khalid Lakhrouti era già morto da quasi due ore. Il corpo era ancora legato. La casa, immersa nel silenzio, portava i segni di un rito che avrebbe dovuto liberarlo dal demonio. Un esorcismo, secondo i suoi familiari. Un omicidio, secondo la Procura.

Oggi, a distanza di quattordici mesi da quella sera, la Corte d’Assise di Ivrea ha aperto il processo che si preannuncia lungo e complesso, destinato a scavare tra i confini fragili della fede, della malattia mentale e della responsabilità penale. Alla sbarra, accusati a vario titolo di concorso in omicidio aggravato, ci sono lo zio Imam Abdelrhani Lakhrouti, ancora ai domiciliari, il fratello della vittima Nourddine Lakhrouti, tornato in libertà, e l’ex compagna Sara Kharmiz. Ma sul banco, invisibile e implacabile, siede anche una domanda che da mesi inquieta un intero territorio: com’è possibile morire, nel 2024, durante un esorcismo?

Durante l’udienza di oggi, presieduta dalla giudice Stefania Cugge, sono state discusse alcune questioni preliminari. Gli avvocati Ferdinando e Fiorenza Ferrero, difensori di Nourddine Lakhrouti, spiegano che la Corte d'Assise ha rigettato la richiesta di rito abbreviato presentata già in udienza preliminare. La Corte d’Assise ha dichiarato inammissibile la richiesta a causa delle aggravanti contestate: crudeltà e rapporto di parentela e relazione affettiva.
Paradossalmente il rigetto per inammissibilità apre uno spiraglio nella difesa e questo perché, qualora le aggravanti venissero escluse nel corso del processo, l’istanza potrebbe essere ripresa facendo ottenere all'imputato lo sconto di un terzo della pena.

A sostenere l’accusa in aula è la PM Giulia Nicodemi. Saranno circa 70 i testi chiamati a deporre tra consulenti e testimoni, di cui 47 sono della Procura. Oggi sono stati conferiti anche gli incarichi peritali, tra cui la perizia sulle trascrizioni delle intercettazioni e una perizia sulla capacità di stare a giudizio del minore presente nei concitati momenti in cui Khalid perse la vita.

Una morte tra fede e violenza, la sua. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Khalid era convinto di essere posseduto dal demonio. La sua sofferenza psichica, esacerbata dall’assunzione di cocaina, aveva portato i familiari a rivolgersi allo zio imam per aiutarlo con pratiche esorcistiche. Il rito consisteva nella recitazione della prima Sura del Corano, l’Ayat Al Kursi, con il religioso che imponeva le mani sulla fronte del presunto indemoniato.

Già nelle settimane precedenti alla tragedia, Khalid era stato sottoposto a più esorcismi: la prima nella seconda settimana di gennaio, poi il 22 e il 31 gennaio. Durante quest’ultima sessione, lo zio aveva registrato un video che mostrava Khalid dare calci nel vuoto e muoversi in modo incontrollato. In quell’occasione, secondo l'imam, il diavolo avrebbe lasciato il corpo del nipote, escludendo la necessità di ulteriori interventi.

Lo zio Imam Abdelrhani Lakhrouti

Il 10 febbraio, l’esorcismo si è ripetuto. Khalid, in preda a una crisi violenta, è stato immobilizzato dai familiari. Secondo le analisi forensi, è stato legato mani e piedi e soffocato con un corpo soffice. L’autopsia ha rivelato che la morte è stata causata da asfissia prolungata, aggravata dall’ostruzione delle vie respiratorie dovuta all’ingerimento accidentale di un bottone. L’esame tossicologico ha inoltre evidenziato la presenza di cocaina in quantità potenzialmente letale.

Non era la prima volta che i carabinieri intervenivano in casa Lakhrouti. Il 22 gennaio, una pattuglia era stata chiamata per una lite domestica e aveva trovato Khalid in stato di semi-incoscienza, disteso a terra e avvolto in una coperta. Il fratello Nourddine era sopra di lui per impedirgli di farsi del male. Lo zio imam aveva spiegato ai militari che il nipote era posseduto e che stava cercando di esorcizzarlo.

Il giorno successivo, il 23 gennaio, Khalid si era recato al pronto soccorso di Ciriè con una spalla dolorante, raccontando ai medici di essere stato trattenuto con forza durante un esorcismo.

Il 10 febbraio, il 118 è stato allertato solo alle 21:45, quando Khalid era già morto da almeno un’ora e mezza. Gli indagati avevano inizialmente dichiarato che l’uomo aveva difficoltà respiratorie, ma l’autopsia ha stimato il decesso tra le 18 e le 19. Gli investigatori sospettano che i familiari abbiano cercato di nascondere le reali cause della morte.

Le intercettazioni telefoniche hanno rivelato conversazioni tra gli imputati in cui discutevano dei segni di legature sul corpo di Khalid e suggerivano di giustificarli con l’aggressività della vittima. In una telefonata, lo zio imam avrebbe affermano: «Scommetti che troveranno i segni delle legature alle mani e ai piedi?».

Attualmente, tutti gli imputati sono tornati in libertà, ad eccezione dello zio imam, Abdelrhani Lakhrouti, ancora agli arresti domiciliari e difeso dagli avvocati Enrico Calabrese e Alessandro Dimauro. Il fratello della vittima, Nourddine Lakhrouti (classe 1978), è difeso dagli avvocati Ferdinando e Fiorenza Ferrero, mentre l’ex compagna della vittima, Sara Kharmiz (1989), è difesa dagli avvocati Valeria Ceddia e Alessandro Dimauro.

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori