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Medicina
29 Aprile 2026 - 12:22
Mesotelioma, la rivoluzione del DNA: ora il tumore “rivela” chi può salvarsi
C’è un momento, nella ricerca scientifica, in cui i numeri smettono di essere solo dati e diventano possibilità concrete. È quello che sta accadendo nel campo del mesotelioma pleurico, uno dei tumori più aggressivi e difficili da trattare, dove una nuova scoperta tutta italiana promette di cambiare il modo in cui si curano i pazienti.
Uno studio coordinato dalla Fondazione NIBIT, in collaborazione con centri di eccellenza tra Ferrara, Napoli, Milano e Alessandria, e sostenuto da AIRC, ha identificato quattro distinti profili molecolari del tumore. Non semplici classificazioni, ma veri e propri “oracoli biologici”, capaci di prevedere con precisione sia la risposta alle cure sia le prospettive di sopravvivenza.
La ricerca, pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature Genetics, segna un passo avanti decisivo verso una medicina sempre più personalizzata, in cui ogni paziente può essere trattato in base alle caratteristiche specifiche del proprio tumore.
Il mesotelioma è una malattia che porta con sé una storia pesante, spesso legata all’esposizione all’amianto. Per anni le opzioni terapeutiche sono state limitate, e anche oggi, nonostante l’introduzione dell’immunoterapia, i risultati restano incerti. Alcuni pazienti rispondono bene, altri no. Una variabilità che, fino ad oggi, non aveva una spiegazione chiara.
È proprio su questo punto che si inserisce la ricerca. Analizzando 91 pazienti attraverso un approccio avanzato che combina più livelli di indagine – dal sequenziamento genetico all’analisi dell’RNA fino allo studio della metilazione del DNA – i ricercatori hanno scoperto che il comportamento del tumore è strettamente legato a modifiche epigenetiche, cioè cambiamenti che regolano l’attività dei geni senza alterarne la struttura.
In altre parole, non è solo il DNA a contare, ma anche come viene “acceso” o “spento”. Ed è proprio questo meccanismo a fare la differenza tra chi risponde alle terapie e chi invece non ne trae beneficio.

Dallo studio emergono quattro sottotipi distinti. Due di questi, definiti DEM e LOW, presentano una bassa metilazione del DNA e sono associati a una maggiore attività del sistema immunitario. Gli altri due, INT e CIMP, mostrano invece livelli elevati di metilazione e una maggiore capacità del tumore di sfuggire alle difese dell’organismo.
Le differenze non sono solo teoriche, ma si riflettono direttamente sui risultati clinici. I pazienti appartenenti ai gruppi DEM e LOW hanno una sopravvivenza mediana di oltre 27 mesi e un tasso di risposta alle cure che supera il 60%. Nei gruppi INT e CIMP, invece, la sopravvivenza scende a poco più di 9 mesi, con una maggioranza di pazienti che non risponde ai trattamenti.
Un divario netto, che trova spiegazione anche nel cosiddetto microambiente tumorale, ovvero l’insieme di cellule e fattori che circondano il tumore. Nei casi più favorevoli, il tumore si trova in un ambiente “caldo”, ricco di cellule immunitarie pronte ad attaccarlo. Nei casi peggiori, invece, il contesto è “freddo”, povero di difese e quindi più permissivo. È come se alcuni tumori fossero già visibili al sistema immunitario, mentre altri riuscissero a nascondersi, diventando invisibili alle cure.
La vera innovazione dello studio, però, non si ferma alla scoperta. I ricercatori hanno sviluppato anche uno strumento pratico: un algoritmo di machine learning, capace di classificare i tumori con un’accuratezza dell’89%. Un passaggio fondamentale, perché consente di trasformare una scoperta scientifica in un’applicazione concreta. In futuro, sarà possibile analizzare il profilo epigenetico di un paziente e capire subito quale terapia ha maggiori probabilità di funzionare.
Non solo. L’obiettivo successivo è ancora più ambizioso: modificare il tumore stesso. Nei casi più resistenti, quelli ad alta metilazione, si sta studiando l’utilizzo di farmaci in grado di “ri-programmare” le cellule tumorali, rendendole più riconoscibili dal sistema immunitario. Una strategia già in fase di sperimentazione in altri tumori, come il melanoma, che potrebbe aprire nuove strade anche per il mesotelioma.
Il coordinatore dello studio, il professor Michele Maio, parla di una frontiera che unisce ricerca e clinica, laboratorio e corsia. L’idea è quella di superare definitivamente l’approccio standardizzato, per entrare in una nuova fase in cui ogni paziente riceve una terapia costruita su misura. Un cambio di paradigma che potrebbe avere un impatto enorme non solo sulla sopravvivenza, ma anche sulla qualità della vita dei pazienti.
Perché il vero obiettivo, oggi, non è solo vivere più a lungo, ma vivere meglio. Ridurre trattamenti inutili, evitare effetti collaterali non necessari, intervenire in modo mirato. In questo scenario, la scoperta dei quattro “oracoli” del DNA rappresenta molto più di un avanzamento scientifico. È un segnale di direzione.
La strada è ancora lunga: serviranno studi di validazione, applicazioni su larga scala, integrazione nei sistemi sanitari. Ma il percorso è tracciato. E per una malattia come il mesotelioma, dove ogni progresso è prezioso, anche un passo avanti può fare la differenza.
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