La Dora Baltea finisce in Consiglio regionale. O meglio, a portare i lavori in corso sul letto del fiume dentro l’aula è Alice Ravinale, capogruppo di AVS, con un’interrogazione a risposta immediata che sarà discussa domani.
La domanda è semplice: chi ha autorizzato queste modalità di intervento? E soprattutto: era davvero inevitabile mettere in secca un intero tratto di fiume tra Saluggia e Crescentino?
Il punto di partenza è quello denunciato da settimane. I lavori sulla presa del Canale Farini e sul ponte-canale del Cavour hanno comportato la deviazione quasi totale della portata della Dora dentro il sistema irriguo. Risultato: alveo praticamente asciutto per chilometri. Non per la siccità. Per scelta tecnica.
Ravinale chiede conto proprio di questo. “Se gli interventi di manutenzione siano stati autorizzati con tale modalità di esecuzione dalla Regione Piemonte e dall’Ente di gestione delle Aree protette del Po piemontese”.
Tradotto: chi ha valutato l’impatto? Chi ha deciso che si potesse procedere così, dentro un’area protetta?
Perché il nodo non è l’esistenza dei lavori. Nessuno li mette in discussione. Il problema è il modo.
Il WWF ha già usato parole nette: “Un disastro ambientale”. Non una forzatura comunicativa, ma una definizione legata a dati concreti. Il tratto interessato ricade dentro il Parco del Po piemontese e coinvolge due siti della rete Natura 2000: l’Isolotto del Ritano e la confluenza della Dora Baltea, la cosiddetta riserva del Baraccone. Aree dove non si tutela solo un paesaggio, ma un equilibrio biologico fragile.

Alice Ravinale capogruppo di Alleanza Verdi Sinistra
Dentro quell’acqua – oggi quasi assente – vive una comunità ittica complessa, con specie rare e protette. E il timing è il peggiore possibile: pieno periodo riproduttivo per alcune, fase iniziale di vita per altre. Non è un dettaglio tecnico. È il momento in cui si decide la sopravvivenza di intere popolazioni.
Il WWF non contesta l’intervento in sé. Lo dice chiaramente: “non mette in dubbio la necessità di effettuare interventi strutturali o di manutenzione straordinaria”. Ma indica una linea precisa: si poteva fare diversamente. Con minore impatto. Con operazioni preventive di recupero della fauna, come previsto dalla normativa.
Ed è qui che la vicenda cambia livello. Non è più solo una questione ambientale. Diventa un problema di metodo amministrativo.
Perché l’intervento si inserisce dentro un sistema storico complesso. La presa del Farini, costruita nell’Ottocento per alimentare il Canale Cavour, continua ancora oggi a garantire acqua all’agricoltura piemontese. Il ponte-canale, progettato da Carlo Noè, è un’infrastruttura strategica, non un manufatto marginale. Regge portate fondamentali per centinaia di migliaia di ettari.
Nessuno mette in dubbio che vada mantenuto. Il problema è che quel sistema è stato pensato in un altro contesto. Quando la pressione ambientale era diversa, le tutele meno stringenti, il fiume considerato soprattutto una risorsa da regolare.
Oggi lo scenario è cambiato. Ci sono direttive europee, vincoli di conservazione, crisi climatica. E soprattutto una consapevolezza diversa: un fiume non è solo acqua da distribuire.
Eppure la gestione sembra ancora muoversi dentro una logica vecchia. Si interviene sull’infrastruttura. Si garantisce la portata ai canali. E quello che resta nel letto del fiume diventa una variabile secondaria.
Le associazioni ambientaliste – WWF, Pro Natura, Legambiente – hanno già fatto un passo ulteriore: un esposto alla Procura di Vercelli. Non solo denuncia pubblica, ma richiesta di verifica formale.
Ora la palla passa alla politica regionale. L’interrogazione di Ravinale costringe la Regione a uscire dall’ambiguità. Non basta dire che i lavori erano necessari. Bisogna spiegare come sono stati autorizzati, con quali prescrizioni, con quali controlli.
Perché il punto, alla fine, è tutto qui: se per sistemare un’infrastruttura si mette in crisi un intero ecosistema, significa che qualcosa nella gestione non funziona.
E non è un caso isolato. È un modello. Un modello in cui l’equilibrio tra agricoltura e ambiente viene risolto sempre nello stesso modo: a valle. Letteralmente.
E a valle, oggi, il segnale è chiaro. La Dora si svuota.