Cerca

Attualità

Disastro sulla Dora Baltea: fiume in secca per i lavori. L'allarme lanciato dal WWF: "Situazione gravissima"

A Saluggia, nel vercellese, deviata quasi tutta la portata nel canale Farini: gravi impatti ambientali nel Parco del Po e nei siti Natura 2000, a rischio specie protette in pieno periodo riproduttivo

Disastro sulla Dora Baltea: fiume in secca per i lavori. L'allarme lanciato dal WWF: "Situazione gravissima"

Disastro sulla Dora Baltea: fiume in secca per i lavori. L'allarme lanciato dal WWF: "Situazione gravissima"

La Dora Baltea, nel tratto tra Saluggia e la confluenza con il Po, è oggi quasi completamente in secca. Non per la siccità. Ma per i lavori.

A lanciare l’allarme è il WWF Italia, che parla senza mezzi termini di “un disastro ambientale che coinvolge ben due riserve naturali”. Il punto è preciso: “in questi giorni nel tratto a valle dell’opera di presa del canale Farini, nel comune di Saluggia (VC), sono in corso degli imponenti lavori da parte della Coutenza Canali Cavour; lavori che hanno praticamente messo in secca un lungo tratto di questo fiume”.

Il nodo è tecnico, ma le conseguenze sono ambientali. Nell’area sono in programma due interventi: “il primo riguarda l’opera di presa del canale Farini, il secondo il ponte di sovrappasso del canale Cavour sulla Dora”. Per consentirli, spiega l’associazione, “la quasi totalità della portata della Dora Baltea è stata deviata nel canale Farini, lasciando il fiume in asciutta pressoché totale”.

Non solo. L’acqua sottratta al fiume non torna indietro: “la forte alterazione idrologica coinvolge tutto il corso d’acqua fino alla confluenza con il Po: l’acqua sottratta alla Dora non ritorna infatti in alveo, confluendo invece nel canale Cavour”.

Il risultato è quello che il WWF definisce apertamente “un disastro ambientale perpetrato in un’area all’interno del Parco del Po Piemontese”, che coinvolge due siti della rete europea Natura 2000: “la Riserva Naturale Speciale dell'Isolotto del Ritano SIC e la Riserva Naturale Speciale della Confluenza della Dora Baltea (Riserva del Baraccone) SIC”.

Qui il tema si fa ancora più delicato. Perché non si tratta solo di acqua che manca, ma di ciò che vive in quell’acqua. Il WWF ricorda la presenza di una “ricca e importante comunità ittica, caratterizzata da specie rare e a rischio inserite nelle liste rosse dell’IUCN e tutelate dalla Direttiva ‘Habitat’”. L’elenco è lungo: trota marmorata, barbo canino e italico, vairone, cobite, scazzone, savetta, lasca, ghiozzo padano, fino alla lampreda di fiume.

E soprattutto il momento è quello peggiore possibile. “Alcune di queste specie, come il temolo, sono in pieno periodo riproduttivo. Per altre, come la trota marmorata, questo è il delicato momento in cui gli avannotti, usciti dalle uova, iniziano ad alimentarsi”. Non è un dettaglio: questo tratto di fiume è inserito nel progetto europeo LIFE “Gray Marble”, proprio per il recupero di queste popolazioni.

Il WWF non contesta la necessità dei lavori. Lo dice chiaramente: “non mette in dubbio la necessità di effettuare interventi strutturali o di manutenzione straordinaria”. Ma il punto è come vengono fatti: “questi vanno condotti con modalità diverse e con minori impatti, catturando e mettendo in sicurezza i pesci presenti se sono previsti interventi di asciutta prima dell’inizio lavori, come da normativa attuale”.

E qui arriva l’accusa più dura: “è incredibile come si continui a danneggiare i fiumi senza alcuno scrupolo o attenzione per l’ambiente, in sfregio alle direttive europee e alle norme nazionali e regionali”. Un attacco diretto, che chiama in causa non solo il singolo intervento ma un modello di gestione: “creando danni agli ambienti fluviali, già in crisi per le molte pressioni che su di essi insistono, a cominciare dei cambiamenti climatici”.

Da qui l’appello finale: “promuovere una grande azione di rinaturazione, per contribuire all’obiettivo dei 25.000 km di corsi d’acqua da riqualificare in Europa entro il 2030”, in linea con la strategia europea sulla biodiversità e con il futuro Piano nazionale di ripristino.

Nel frattempo, però, il dato resta. Il fiume è quasi asciutto. E la domanda, inevitabile, è una sola: se questo è il prezzo dei lavori, chi sta pagando davvero il conto?

La presa del Farini: da “gioiello” a nodo critico

Alla base di tutto c’è un’opera che, da oltre un secolo e mezzo, tiene insieme un pezzo di Piemonte. La presa del Canale Farini, a Saluggia, non è solo un’infrastruttura: è un sistema complesso di ingegneria idraulica ottocentesca, costruito per risolvere un problema che esiste ancora oggi.

Nel cuore della Riserva Naturale Speciale dell’Isolotto del Ritano, tra sbarramenti, bacini e canali, si sviluppa quello che viene definito “un vero gioiello di ingegneria ed architettura idraulica ottocentesca”. Una lunga traversa in pietra e legno sulla Dora Baltea crea un bacino artificiale da cui si diramano due canali: uno destinato all’irrigazione, l’altro allo sfogo delle acque.

Il principale è il Farini. “Realizzato nel 1868 per incrementare la portata del Canale Cavour”, nasce già con una funzione precisa: compensare i limiti del sistema. Il Canale Cavour, scavato solo due anni prima, soffriva infatti le magre del Po. Da qui l’idea: portare dentro il sistema le acque della Dora Baltea.

Una soluzione che funziona ancora oggi. “Grazie al Canale Farini le fredde, ma abbondanti acque della Dora Baltea confluiscono nel Canale Cavour”, mescolandosi con quelle del Po e garantendo continuità anche nelle estati più difficili.

I numeri spiegano meglio di qualsiasi definizione: poco più di tre chilometri di lunghezza, ma una portata di 70 metri cubi al secondo. Una sezione quasi pari al fiume da cui deriva. Un’opera monumentale anche dal punto di vista architettonico: edificio in laterizio su due piani, copertura in lose, passaggio carrabile superiore, ambienti voltati in gneiss nella parte inferiore.

Accanto, il sistema si completa con il Canale Scaricatore, costruito nello stesso periodo per restituire alla Dora le acque in eccesso: “è dunque evidente la diversità di scopo dei due canali: il Canale Farini ha finalità irrigue, il Canale Scaricatore ha invece finalità di sfogo idraulico”.

Tutto questo oggi è ancora in funzione. Ed è proprio questo il punto.

Perché quel sistema progettato nell’Ottocento per regolare l’acqua, oggi si trova al centro di un equilibrio molto più fragile: da una parte la necessità di garantire portate all’agricoltura, dall’altra la tenuta ambientale di un fiume e di un’area protetta.

E quando si interviene su un nodo così delicato, il rischio è evidente: non si tocca solo un’opera. Si altera un intero sistema.

Il ponte-canale: un’opera monumentale sotto pressione

C’è un punto, a Saluggia, in cui due sistemi si incrociano senza toccarsi. Sopra scorre l’acqua del Po, sotto quella della Dora Baltea. È il ponte-canale del Cavour, uno dei manufatti più significativi dell’intero sistema irriguo piemontese.

Non è solo un ponte. È il cuore di una rete che, da oltre centocinquant’anni, sostiene un territorio vastissimo. Il Canale Cavour, che nasce dal Po a Chivasso, è “la spina dorsale di un’estesa rete di canali che ha consentito la trasformazione e lo sviluppo di un territorio di circa 300.000 ettari”. Un’infrastruttura gigantesca: 101 ponti, 210 sifoni, 62 ponti-canale.

Tra questi, quello di Saluggia è il primo e il più importante. Serve a una cosa precisa: far passare il canale sopra la Dora Baltea. Un’opera progettata nel 1854 dall’ingegnere Carlo Noè e realizzata tra il 1863 e il 1866, con una struttura in mattoni e grandi arcate che ancora oggi regge portate fondamentali per l’agricoltura.

Subito a valle, il sistema si completa: le acque del Cavour si mescolano con quelle della Dora, convogliate dal Canale Farini. Un equilibrio costruito nell’Ottocento, pensato per garantire continuità anche nei periodi più difficili.

Ed è proprio qui che oggi emerge la contraddizione.

Perché quel ponte-canale non è solo un simbolo storico. È una struttura che lavora ancora, ogni giorno, con volumi d’acqua enormi. E che oggi mostra segni di cedimento.

Da qui la necessità degli interventi. Lavori urgenti, indispensabili per evitare rischi ben più gravi. Ma anche interventi che, inevitabilmente, impattano sull’equilibrio del fiume sottostante.

Il punto non è scegliere se intervenire o meno. Il punto è come farlo. Perché quando si mette mano a un’opera così, non si interviene su un singolo manufatto. Si entra dentro un sistema delicato, dove ogni modifica si riflette a valle.

E oggi, a valle, il segnale è evidente: il fiume si svuota.

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori