La presa del Farini: da “gioiello” a nodo critico
Alla base di tutto c’è un’opera che, da oltre un secolo e mezzo, tiene insieme un pezzo di Piemonte. La presa del Canale Farini, a Saluggia, non è solo un’infrastruttura: è un sistema complesso di ingegneria idraulica ottocentesca, costruito per risolvere un problema che esiste ancora oggi.
Nel cuore della Riserva Naturale Speciale dell’Isolotto del Ritano, tra sbarramenti, bacini e canali, si sviluppa quello che viene definito “un vero gioiello di ingegneria ed architettura idraulica ottocentesca”. Una lunga traversa in pietra e legno sulla Dora Baltea crea un bacino artificiale da cui si diramano due canali: uno destinato all’irrigazione, l’altro allo sfogo delle acque.
Il principale è il Farini. “Realizzato nel 1868 per incrementare la portata del Canale Cavour”, nasce già con una funzione precisa: compensare i limiti del sistema. Il Canale Cavour, scavato solo due anni prima, soffriva infatti le magre del Po. Da qui l’idea: portare dentro il sistema le acque della Dora Baltea.
Una soluzione che funziona ancora oggi. “Grazie al Canale Farini le fredde, ma abbondanti acque della Dora Baltea confluiscono nel Canale Cavour”, mescolandosi con quelle del Po e garantendo continuità anche nelle estati più difficili.
I numeri spiegano meglio di qualsiasi definizione: poco più di tre chilometri di lunghezza, ma una portata di 70 metri cubi al secondo. Una sezione quasi pari al fiume da cui deriva. Un’opera monumentale anche dal punto di vista architettonico: edificio in laterizio su due piani, copertura in lose, passaggio carrabile superiore, ambienti voltati in gneiss nella parte inferiore.
Accanto, il sistema si completa con il Canale Scaricatore, costruito nello stesso periodo per restituire alla Dora le acque in eccesso: “è dunque evidente la diversità di scopo dei due canali: il Canale Farini ha finalità irrigue, il Canale Scaricatore ha invece finalità di sfogo idraulico”.

Tutto questo oggi è ancora in funzione. Ed è proprio questo il punto.
Perché quel sistema progettato nell’Ottocento per regolare l’acqua, oggi si trova al centro di un equilibrio molto più fragile: da una parte la necessità di garantire portate all’agricoltura, dall’altra la tenuta ambientale di un fiume e di un’area protetta.
E quando si interviene su un nodo così delicato, il rischio è evidente: non si tocca solo un’opera. Si altera un intero sistema.
Il ponte-canale: un’opera monumentale sotto pressione
C’è un punto, a Saluggia, in cui due sistemi si incrociano senza toccarsi. Sopra scorre l’acqua del Po, sotto quella della Dora Baltea. È il ponte-canale del Cavour, uno dei manufatti più significativi dell’intero sistema irriguo piemontese.
Non è solo un ponte. È il cuore di una rete che, da oltre centocinquant’anni, sostiene un territorio vastissimo. Il Canale Cavour, che nasce dal Po a Chivasso, è “la spina dorsale di un’estesa rete di canali che ha consentito la trasformazione e lo sviluppo di un territorio di circa 300.000 ettari”. Un’infrastruttura gigantesca: 101 ponti, 210 sifoni, 62 ponti-canale.
Tra questi, quello di Saluggia è il primo e il più importante. Serve a una cosa precisa: far passare il canale sopra la Dora Baltea. Un’opera progettata nel 1854 dall’ingegnere Carlo Noè e realizzata tra il 1863 e il 1866, con una struttura in mattoni e grandi arcate che ancora oggi regge portate fondamentali per l’agricoltura.
Subito a valle, il sistema si completa: le acque del Cavour si mescolano con quelle della Dora, convogliate dal Canale Farini. Un equilibrio costruito nell’Ottocento, pensato per garantire continuità anche nei periodi più difficili.

Ed è proprio qui che oggi emerge la contraddizione.
Perché quel ponte-canale non è solo un simbolo storico. È una struttura che lavora ancora, ogni giorno, con volumi d’acqua enormi. E che oggi mostra segni di cedimento.
Da qui la necessità degli interventi. Lavori urgenti, indispensabili per evitare rischi ben più gravi. Ma anche interventi che, inevitabilmente, impattano sull’equilibrio del fiume sottostante.
Il punto non è scegliere se intervenire o meno. Il punto è come farlo. Perché quando si mette mano a un’opera così, non si interviene su un singolo manufatto. Si entra dentro un sistema delicato, dove ogni modifica si riflette a valle.
E oggi, a valle, il segnale è evidente: il fiume si svuota.