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24 Marzo 2026 - 12:46
Semine al via, ma con rincari record: agricoltori in difficoltà tra gasolio e fertilizzanti alle stelle
Le semine primaverili partono, ma sotto il segno dell’incertezza e dei costi fuori controllo. Nella pianura torinese, dove in questi giorni si mettono a dimora le prime colture di mais, gli agricoltori si trovano a fare i conti con una stagione che si annuncia tra le più difficili degli ultimi anni. A pesare non è solo il lavoro nei campi, ma soprattutto il costo crescente delle materie prime, spinto da tensioni internazionali e da dinamiche di mercato che stanno mettendo in crisi l’intero settore. Il punto di rottura arriva dal Golfo Persico.
La chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il traffico petrolifero mondiale, ha innescato una catena di effetti che si ripercuote direttamente sull’agricoltura. Dal petrolio, infatti, non dipende solo il gasolio utilizzato nei macchinari agricoli, ma anche una parte significativa della produzione di fertilizzanti, in particolare i concimi azotati come l’urea, indispensabili per la crescita delle colture. Il risultato è un aumento dei costi che, in alcuni casi, supera ogni previsione.
Secondo le stime, i fertilizzanti hanno registrato rincari attorno al 30%, mentre il gasolio agricolo ha toccato picchi ancora più elevati, con aumenti fino al 60%, solo parzialmente attenuati dal taglio delle accise. Una crescita che si riflette a cascata su tutta la filiera, rendendo la semina un investimento sempre più oneroso.
Nel caso del mais, coltura cardine per l’economia agricola locale, i costi hanno raggiunto livelli definiti “vertiginosi”. Il mais non è una coltura qualsiasi. È alla base dell’alimentazione animale e rappresenta un pilastro per gli allevamenti bovini, suini e avicoli. In molte aziende zootecniche viene coltivato direttamente per garantire l’autosufficienza, riducendo la dipendenza dalle importazioni. Ma proprio questa centralità lo espone alle turbolenze del mercato globale.
«Questi rincari portano un salasso che per l’agricoltura torinese supera i 46 milioni di euro», spiega il presidente di Coldiretti Torino, Bruno Mecca Cici. «Il mais è una coltura strategica che accompagna da sempre l’allevamento. Ma è anche una commodity, soggetta ai venti di crisi provocati dal cambiamento climatico, dalle guerre e dalle speculazioni internazionali». Il riferimento alle speculazioni è uno dei punti più critici.
Secondo Coldiretti, gli aumenti registrati in queste settimane non sarebbero giustificati solo dalla situazione geopolitica. «Non è possibile che i rincari siano scattati già alle prime notizie sul blocco dello Stretto di Hormuz, su prodotti che erano stati acquistati in anticipo e stoccati nei magazzini», sottolinea Mecca Cici. «È evidente che qualcuno sta speculando sulla pelle degli agricoltori».

Un’accusa che apre un fronte più ampio. Il settore agricolo, già fragile per natura, si trova a fare i conti con dinamiche di mercato spesso fuori controllo, dove il prezzo finale dei prodotti non sempre riflette i costi reali sostenuti dagli operatori. Nel frattempo, le aziende devono decidere come affrontare la stagione.
Ridurre le semine, cambiare colture o assorbire i costi sperando in un recupero? Sono scelte complesse, che incidono non solo sui bilanci aziendali, ma sull’intera filiera alimentare. Perché il problema non riguarda solo chi produce. Un aumento dei costi alla base si traduce inevitabilmente in effetti lungo tutta la catena, fino ai prezzi al consumo. In gioco non c’è solo la sostenibilità economica delle aziende agricole, ma anche la sicurezza alimentare e la stabilità dei mercati. In questo scenario, Coldiretti rilancia una proposta che guarda al territorio.
Tra le soluzioni indicate c’è lo sviluppo del digestato, un fertilizzante naturale derivato dai processi di digestione degli effluenti zootecnici negli impianti di biogas. Una risorsa già disponibile, che potrebbe ridurre la dipendenza dall’estero e abbattere i costi. «Favorire la produzione di concimi naturali significa rendere le aziende più autonome e valorizzare un modello di economia circolare», spiegano dall’organizzazione. Un approccio che permetterebbe anche di superare alcune criticità ambientali, trasformando gli scarti in risorse. Il tema si intreccia con quello della sovranità alimentare, sempre più centrale nel dibattito pubblico.
Dipendere da mercati internazionali instabili significa esporsi a rischi continui. Ridurre questa dipendenza diventa quindi una priorità strategica, non solo per gli agricoltori, ma per l’intero sistema economico. Eppure, come sottolineano gli operatori, si tratta di un tema ancora poco percepito.
«Siamo troppo esposti alle incertezze globali – conclude Mecca Cici – ma questo è un problema che l’opinione pubblica e la politica conoscono poco». Intanto, nei campi della pianura torinese, le semine vanno avanti. Tra trattori, semi e fertilizzanti sempre più costosi, gli agricoltori affrontano una stagione che non è solo agricola, ma anche economica e geopolitica. E mentre il mais germoglia, resta una domanda aperta: quanto costerà davvero produrre il cibo di domani.
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