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Un giorno di fuoco torna in scena: la parola di Fenoglio brucia ancora

Tra memoria, teatro e comunità, Beppe Rosso racconta perché questo testo parla ancora al presente

Un giorno di fuoco, diretto da Gabriele Vacis e interpretato da Beppe Rosso, è andato in scena da venerdì 20 a domenica 22 marzo sul palco di San Pietro in Vincoli, a Torino, all’interno del cartellone di Fertili Terreni Teatro.

Si tratta di un ritorno: la coppia Vacis–Rosso aveva già presentato una versione teatrale del celebre racconto di Beppe Fenoglio nel 1999. Oggi, a distanza di anni, quel testo torna a interrogare il pubblico con una forza sorprendentemente attuale.

Un uomo prende un fucile, spara, uccide metà della sua famiglia e si barrica in casa. È un fatto realmente accaduto nel 1933. Episodi simili, purtroppo, continuano a verificarsi anche oggi, ma la scrittura di Fenoglio trasforma questa tragedia in qualcosa di più profondo: una cronaca umanissima, capace di far vedere e comprendere la follia omicida.

Attraverso i colori dell’epica popolare e un impianto narrativo di grande originalità, il fatto di sangue diventa il dramma di un’intera comunità. Le voci del paese — talvolta crudeli, talvolta ironiche — accompagnano lo spettatore dall’alba al tramonto, costruendo un racconto corale che richiama, per struttura, il teatro antico.

Che differenze ci sono tra questa versione e quella del 1999?

Proponiamo sempre il testo integrale, ma oggi l’allestimento è cambiato: è più concentrato sulla parola di Fenoglio. Un giorno di fuoco è, secondo me, il suo racconto più teatrale. È un vero e proprio canto epico di un paese davanti a un fatto di sangue.

Fenoglio riesce a trasformare la cronaca in un racconto corale in cui ogni elemento contribuisce: il ciclista che porta le notizie, la Cinquecento di Placido che parte per Gorzegno… È tutto il paese che racconta. Dal punto di vista teatrale, questo è potentissimo: richiama la forma epica del teatro greco. Anche se i fatti avvengono altrove, il racconto li rende vivi, presenti”.

In scena sei da solo: come si costruisce questa coralità?

“Sì, interpreto tutti i personaggi. Il lavoro è centrato sul far risuonare la lingua di Fenoglio. Vorremmo che il pubblico percepisse anche il suo modo di scrivere: quei continui “rifacimenti”, quel tornare sulle frasi per scavarle a fondo.

Beppe Rosso durante la performance a San Pietro in Vincoli

Fenoglio lavorava così: cercava sempre la parola giusta, senza fermarsi alla prima soluzione. In scena proviamo a restituire questa tensione. E poi c’è il suo sguardo, quel distacco ironico sulle cose, che cerchiamo di mettere in evidenza.

Il nostro obiettivo? Far appassionare anche le nuove generazioni”.

Hai portato in scena altri testi di Fenoglio?

“Sì, nel 2013 abbiamo realizzato Solitudine, uno spettacolo costruito sui frammenti che lo scrittore ci ha lasciato. Li abbiamo assemblati prendendo il titolo da uno di questi testi, ambientato durante la lotta partigiana tra il 1944 e il 1945”.

Quando nasce il tuo legame con Fenoglio?

Il primo libro che ho letto è stato La malora, avevo circa 25 anni. Da allora l’ho sempre considerato uno dei grandi scrittori del Novecento.

Ha creato un linguaggio unico, come ha fatto Luigi Meneghello in Veneto. Poi ho letto tutta la sua opera. È uno degli autori che amo di più, quindi essere qui per il centenario è per me motivo di grande felicità”.

Anche il regista Vacis condivide questa passione?

“Con Gabriele abbiamo iniziato a lavorare insieme dagli anni Novanta, al Laboratorio teatro di Settimo Torinese, una delle migliori compagnie di allora. La scelta di portare Fenoglio sulle scene è condivisa senz’altro”.

Secondo te, come viene percepito Fenoglio nel resto d’Italia?

“Viaggiando, ho scoperto che esiste una vera e propria enclave di appassionati. Però resta ancora una nicchia.

Succede spesso ai grandi scrittori che non entrano davvero nei programmi scolastici o nel circuito mediatico più celebrativo. Ma forse è anche questo che li mantiene vivi”.

Un giorno di fuoco non è solo uno spettacolo: è un invito a interrogarsi su come una comunità racconta — e cerca di comprendere — la violenza. E tu, spettatore o lettore, quanto sei disposto a entrare in questa storia? Ti lasci attraversare dalle sue voci, o resti a distanza?

Scene e luci Lucio Diana

Sound designer Massimiliano Bressan

Tecnici di compagnia Adriano Antonucci e Marco Ferrero

Produzione AMA Factory In coproduzione con Produzioni Fuorivia

Con il sostegno e in collaborazione con Centro Studi Beppe Fenoglio

 

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