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Costume e società
24 Marzo 2026 - 14:01
Non è una letterina “contro qualcuno”. È una letterina contro un atteggiamento. E forse per questo è una delle più politiche degli ultimi anni.
Nella puntata del 22 marzo di Che tempo che fa, Luciana Littizzetto, la comica di Bosconero, sceglie un bersaglio meno immediato ma più diffuso: gli ignavi, quelli che non votano, quelli che “tanto sono tutti uguali”. Non un attacco frontale alla politica, ma a chi dalla politica si chiama fuori.
Il riferimento è esplicito e colto insieme: Dante. Gli ignavi non stanno nemmeno all’inferno, ricorda Littizzetto, ma nell’anti-inferno, sospesi in una zona grigia dove non si prende mai posizione. È da lì che parte il monologo, che subito si sposta su un piano contemporaneo: gli ignavi di oggi sono quelli che leggono le chat e non rispondono, quelli che osservano senza esporsi, quelli che si tengono fuori da ogni scelta per evitare conseguenze.
La costruzione comica funziona perché è riconoscibile. Non c’è caricatura estrema: c’è quotidianità. E proprio per questo il bersaglio diventa più preciso.
Ma la letterina non resta nella dimensione individuale. Si allarga rapidamente a un discorso collettivo, dove l’astensionismo non è più una scelta personale ma un fatto che riguarda tutti. “Se non scegli, scegli”, dice Littizzetto. Una frase semplice, quasi slogan, che però contiene il cuore del ragionamento: non partecipare significa comunque prendere posizione, anche se passiva.
Il contesto è quello del referendum sulla giustizia. E qui il monologo cambia tono. Resta ironico, ma diventa anche dichiarativo. Littizzetto elenca — con il suo ritmo — le ragioni per cui vota: per storia, per diritto, per memoria. Non per obbligo, ma per privilegio.
C’è un passaggio che segna il salto culturale del discorso: il confronto tra il voto politico e quello quotidiano. “Voto tutto: Sanremo, X Factor, i ristoranti, persino i bagni degli autogrill”. È una battuta, ma anche una fotografia del presente. In una società dove si vota continuamente — con like, recensioni, preferenze — l’astensione politica appare quasi una contraddizione.
E qui emerge uno dei temi più interessanti della letterina: la trasformazione del cittadino in follower. Littizzetto non lo dice in termini teorici, ma lo suggerisce chiaramente. Non partecipare significa lasciare spazio ad altri, a chi decide, a chi ha più potere. In altre parole, significa accettare una democrazia meno attiva, più passiva.
Non manca la satira politica, ma è laterale. La citazione del ministro Nordio — subito bilanciata con il gioco su “Sudio, Estio e Ovestio” — serve più a mantenere il ritmo che a colpire direttamente. Il vero bersaglio resta l’indifferenza.
E anche quando la comica tocca riferimenti più espliciti — il passato autoritario italiano, evocato con l’immagine del “signore pelato e macelluto” — lo fa senza insistere. Basta un accenno per riportare il discorso su un piano storico, ricordando che il diritto di voto non è scontato.
Il finale è coerente con tutto il monologo: personale ma inclusivo. Littizzetto vota anche per chi non può farlo, per le donne che ancora oggi non hanno questo diritto. È una chiusura che sposta definitivamente il discorso dal piano individuale a quello globale.
Luciana Littizzetto non fa sconti, nemmeno questa volta. Ma più che attaccare la politica, attacca il disimpegno. E lo fa con una chiarezza rara: non partecipare non è neutralità, è una scelta.

Luciana Littizzetto
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