Il conflitto in Medio Oriente sta provocando una nuova emergenza: quella alimentare. A lanciare l’allarme è Save the Children, che segnala un aumento vertiginoso dei prezzi dei generi di prima necessità in tutta la regione, con conseguenze dirette sulle famiglie già provate da anni di guerra, crisi economiche e sfollamenti.
Secondo l’organizzazione, l’impatto è immediato e diffuso. In un contesto in cui già prima dell’escalation una persona su sei viveva nell’incertezza del proprio prossimo pasto, l’aumento dei costi di cibo e carburante rischia ora di spingere milioni di persone verso condizioni ancora più critiche, proprio mentre si avvicina la fine del Ramadan e la festività dell’Eid al-Fitr.
Tra i casi più gravi c’è il Libano, dove dall’inizio dell’escalation — il 2 marzo — circa un milione di persone, pari al 20% della popolazione, è stato costretto a lasciare la propria casa. Nei rifugi collettivi, riferisce Save the Children, molte famiglie non avranno accesso al cibo tradizionale della festa, mentre chi vive fuori dai centri di accoglienza è costretto a ridurre tutto al minimo indispensabile.
A peggiorare la situazione sono anche le difficoltà nelle catene di approvvigionamento e l’instabilità dei mercati locali: i prezzi di carburante e beni alimentari essenziali sono aumentati del 5% in poco più di due settimane.
Le conseguenze del conflitto si estendono ben oltre i confini immediati. La sospensione delle esportazioni di prodotti agricoli da parte dell’Iran sta colpendo duramente l’Afghanistan, dove circa 9 milioni di bambini — uno su tre — soffrono la fame.
L’Iran rappresenta infatti il 30% delle importazioni afghane, e la riduzione dei flussi ha già prodotto un aumento significativo dei prezzi: alcune verdure e l’olio da cucina hanno registrato rincari fino al 13% in un solo mese. Le famiglie stanno modificando le proprie abitudini alimentari, rinunciando ai prodotti tradizionali dell’Eid e sostituendoli con alternative più economiche.
Anche in Iran, già segnato da inflazione e crisi economica, la popolazione fatica ad assorbire nuovi shock, con un progressivo peggioramento dell’insicurezza alimentare.
La situazione è ancora più drammatica nella Striscia di Gaza, dove la chiusura del valico di Rafah ha limitato l’ingresso di beni e aiuti umanitari. In pochi giorni, alcuni prodotti di base sono diventati introvabili, mentre altri hanno subito aumenti vertiginosi: il prezzo di alimenti come patate, cipolle e peperoni è più che triplicato in meno di due settimane.
Una dinamica che colpisce soprattutto i bambini, mettendo a rischio nutrizione e sviluppo in un contesto già segnato da due anni di guerra.
Secondo le Nazioni Unite, se il conflitto dovesse proseguire, altre 45 milioni di persone potrebbero cadere in condizioni di fame acuta, portando il totale a oltre 360 milioni a livello globale. Gli effetti potrebbero estendersi anche all’Africa subsahariana, in particolare a causa delle difficoltà nel trasporto di fertilizzanti attraverso lo Stretto di Hormuz, da cui passa circa il 40% della fornitura mondiale.
«È un altro crudo monito su come i conflitti sconvolgano la vita dei bambini», ha dichiarato Ahmad Alhendawi, direttore regionale di Save the Children per il Medio Oriente e l’Europa orientale, sottolineando come un’intera generazione stia pagando il prezzo umano ed economico della guerra.
L’organizzazione chiede con urgenza la cessazione immediata delle ostilità e il rispetto del diritto internazionale umanitario, a partire dal libero passaggio di aiuti, cibo e fertilizzanti.
Nel frattempo, Save the Children continua a operare sul campo, intensificando gli aiuti alimentari ed economici e preparando interventi per contrastare la malnutrizione, soprattutto tra bambini e donne in condizioni di maggiore vulnerabilità.
Una crisi che non riguarda solo il presente, ma che rischia di lasciare conseguenze profonde e durature su intere popolazioni già allo stremo.