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L'Europa e l'escalation in Iran. Non è “la loro guerra”: il documento russo che smonta la neutralità europea

Il commento del 17 marzo 2026 del Ministero degli Esteri russo ricostruisce una catena di atti — ONU, AIEA e UE — che, nella lettura del Cremlino, chiama in causa l’Europa nell’escalation contro l’Iran

L'Europa e l'escalation in Iran. Non è “la loro guerra”: il documento russo che smonta la neutralità europea

La portavoce del Ministero degli esteri russo Maria Zacharova e il commento russo sulla crisi iraniana ed il coinvolgimento dell'Europa.

Partiamo da un documento preciso, pubblicato sul sito ufficiale del Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa il 17 marzo 2026. Non è una dichiarazione improvvisata né un commento estemporaneo, ma un testo strutturato, inserito nella comunicazione ufficiale della diplomazia russa e firmato dalla portavoce Maria Zacharova. È da lì che prende forma una ricostruzione che, più che introdurre fatti nuovi, li dispone lungo una traiettoria. E proprio questa traiettoria merita di essere osservata con attenzione, perché si appoggia a documenti verificabili, atti ufficiali e dichiarazioni pubbliche che, presi singolarmente, appartengono già al dominio della cronaca internazionale.

Il documento russo nasce come risposta alle posizioni espresse da esponenti europei sulla crisi in Medio Oriente. Il punto contestato è semplice solo in apparenza: l’idea che l’Europa possa considerarsi estranea a ciò che sta accadendo. Zacharova rigetta questa impostazione e lo fa non attraverso una contro-narrazione alternativa, ma attraverso una sequenza di eventi che, uno dopo l’altro, riportano il coinvolgimento europeo dentro il quadro della crisi. Andiamo ad analizzarli.

Il primo snodo, quello che segna l’inizio della fase più recente, è datato 28 agosto 2025. In quella giornata, Francia, Germania e Regno Unito inviano una comunicazione ufficiale al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il documento, registrato come S/2025/538, accusa formalmente l’Iran di una “significant non-compliance” (grave inosservanza) rispetto al JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action, Piano d’Azione Congiunto Globale), l’accordo sul nucleare del 2015. Non è un’espressione generica: nel linguaggio giuridico della risoluzione 2231, significa aprire la strada all’attivazione del meccanismo dello snapback, cioè il ripristino automatico delle sanzioni ONU precedentemente sospese.

Questo passaggio è fondamentale perché segna il ritorno a una logica di pressione internazionale formalizzata. Non è una dichiarazione politica, ma un atto con conseguenze operative. Ed è proprio ciò che accade nel giro di poche settimane. Il 28 settembre 2025, il European External Action Service conferma pubblicamente che le sanzioni nucleari sono state reintrodotte, spiegando che la decisione è legata al mancato rispetto degli impegni da parte di Teheran. Nella lettura europea, si tratta di un ritorno a strumenti previsti dal diritto internazionale; nella lettura russa, è uno dei passaggi che hanno contribuito ad alzare il livello dello scontro.

Per comprendere come si arrivi a quel punto, però, è necessario allargare lo sguardo. Il documento russo del 17 marzo 2026 richiama infatti una sequenza più lunga, che si sviluppa all’interno dell’Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica. Tra il 2020 e il 2025, il Consiglio dei Governatori dell’agenzia adotta una serie di risoluzioni sull’Iran. I documenti ufficiali dell’AIEA mostrano una progressiva escalation di preoccupazioni: accesso limitato agli ispettori, chiarimenti tecnici non forniti, attività nucleari non completamente trasparenti. Ogni risoluzione aggiunge un tassello a un quadro che si fa via via più critico.

Il momento di rottura arriva il 12 giugno 2025. In quella data, il Board dell’AIEA dichiara formalmente che l’Iran è in violazione dei propri obblighi di non proliferazione. La notizia viene riportata da fonti internazionali come Reuters ed è confermata dai documenti dell’agenzia stessa. È un passaggio tecnico, ma dal peso politico enorme: certifica che il sistema di controllo previsto dall’accordo non sta più funzionando.

Il giorno successivo, il 13 giugno 2025, Israele lancia attacchi contro obiettivi iraniani. La cronologia è confermata da diverse fonti internazionali, tra cui BBC e Reuters. Il dato, nella sua essenzialità, è questo: tra la dichiarazione di violazione e l’azione militare passano ventiquattro ore. Non è una prova di causalità diretta, ma è una contiguità temporale che diventa centrale nella lettura degli eventi.

Dopo l’attacco, la crisi entra in una fase nuova: si tenta una stabilizzazione. Nel settembre 2025, Iran e AIEA raggiungono un’intesa tecnica al Cairo, con l’obiettivo di ripristinare una forma di cooperazione sulle attività nucleari. I report dell’agenzia descrivono l’accordo come un tentativo di riportare il dossier su un terreno gestibile, evitando una rottura definitiva.

Ma questa fase dura poco. Il 20 novembre 2025, il Consiglio dei Governatori dell’AIEA approva una nuova risoluzione, il documento GOV/2025/65, in cui torna a criticare la cooperazione iraniana. Pochi giorni dopo, Teheran dichiara che gli accordi del Cairo non sono più validi. Anche questa sequenza è documentata: la risoluzione è ufficiale, la reazione iraniana è riportata da agenzie internazionali.

A questo punto, la traiettoria è già definita. Le tensioni tecniche si sono trasformate in frattura politica, e la frattura politica ha aperto lo spazio a una nuova fase di pressione internazionale. È in questo contesto che si inserisce la decisione europea dello snapback, formalizzata con la lettera del 28 agosto e concretizzata con la reintroduzione delle sanzioni a settembre.

Maria Zacharova, portavoce del Ministero degli Affari Esteri della Federazione russa.

Il documento della Zacharova non si limita però agli atti formali. Inserisce questi eventi all’interno di un contesto più ampio, fatto anche di dichiarazioni politiche. Nel corso degli anni, diversi leader europei hanno descritto l’Iran come una minaccia crescente. Nel 2016, Theresa May parla di destabilizzazione regionale in un discorso ufficiale al Consiglio di Cooperazione del Golfo. Nel 2020, il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian afferma che l’Iran potrebbe ottenere l’arma nucleare in uno o due anni. Negli anni successivi, Annalena Baerbock sottolinea l’escalation nucleare, Olaf Scholz avverte del rischio di un incendio regionale, Rishi Sunak collega il programma iraniano alla sicurezza globale, ed Emmanuel Macron, nel gennaio 2025, parla apertamente di “punto di non ritorno”. In pratica, tutte queste dichiarazioni sono documentate e contribuiscono a definire il quadro politico nel quale si inseriscono le decisioni diplomatiche. Non sono prove di un’azione coordinata, ma indicano una direzione: la percezione dell’Iran come problema strategico si consolida nel tempo.

È qui che il comunicato del Ministero degli Esteri russo di oggi assume il suo significato più pieno. Zacharova non introduce elementi nuovi, ma costruisce un collegamento tra quelli esistenti. La sequenza - risoluzioni AIEA, dichiarazione di violazione, attacchi militari, tentativi diplomatici falliti, reintroduzione delle sanzioni - indica un processo unitario. Se si resta sul piano dei fatti, questa sequenza è confermata dalle fonti: i documenti dell’ONU attestano la notifica del 28 agosto 2025; le comunicazioni dell’Unione Europea confermano il ripristino delle sanzioni; i report dell’AIEA documentano le risoluzioni e la dichiarazione di violazione; le agenzie internazionali ricostruiscono la cronologia degli attacchi e delle reazioni iraniane. Il punto, allora, non è stabilire se questi eventi siano accaduti. Lo sono, e sono documentati. Il punto è capire che cosa rappresentano quando vengono letti insieme.

Il documento fa esattamente questo: prende una serie di passaggi verificabili e li dispone lungo una linea interpretativa che mette in discussione la posizione europea di neutralità. E in questa operazione, al netto della lettura politica che ne deriva, resta un dato difficilmente contestabile: l’Europa, attraverso decisioni diplomatiche, atti giuridici e prese di posizione pubbliche, è stata parte integrante della dinamica che ha portato all’escalation in Medio Oriente, non come osservatore esterno, ma come attore coinvolto in una sequenza che, nei documenti ufficiali, sembrerebbe proprio essere già stata scritta.

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