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USA-Iran, guerra e religione: perché il Pentagono parla di “profezia”?

Le parole del segretario alla Difesa Pete Hegseth segnano un cambio di linguaggio: fede, politica e strategia si intrecciano mentre cresce la tensione con Teheran

USA-Iran, guerra e religione: perché il Pentagono parla di “profezia”?

Pete Hegseth

Una sala briefing del Pentagono, luci bianche, taccuini aperti. Il 4 marzo 2026 il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha pronunciato una frase destinata a pesare oltre l’attualità: «Regimi come l’Iran, guidati da visioni religiose estreme, non possono avere l’arma nucleare». Non è soltanto una presa di posizione sulla sicurezza. È un linguaggio che attinge alla religione per definire un avversario politico. Ed è il segnale di un cambio di tono: l’Iran non è più solo un problema strategico, ma viene descritto come un nemico anche sul piano simbolico.

Non si tratta di un incidente. Negli ultimi mesi, parte dell’apparato politico e militare statunitense ha utilizzato categorie religiose per raccontare il confronto con Teheran. L’emittente Al Jazeera ha documentato come esponenti statunitensi e israeliani abbiano parlato dell’escalation anche in termini religiosi, con l’obiettivo di rafforzare il consenso e orientare l’opinione pubblica. È un lessico che non nasce nei luoghi di culto, ma entra nel circuito ufficiale della comunicazione militare.

Il profilo di Hegseth ha alimentato il dibattito. Il segretario è legato alla rete ecclesiale conservatrice Communion of Reformed Evangelical Churches (CREC), vicina al pastore Doug Wilson. Alcuni osservatori associano questo ambiente a correnti che puntano a estendere principi religiosi nella sfera pubblica. La questione non riguarda la fede personale, ma il modo in cui il linguaggio religioso entra nelle decisioni istituzionali.

Sul piano sociale, i dati aiutano a capire il contesto. Secondo il Public Religion Research Institute (PRRI), circa un terzo degli americani si riconosce, in misura diversa, nel nazionalismo cristiano. In questi ambienti cresce il sostegno a una leadership forte e a politiche estere più aggressive. Non basta a spiegare una guerra, ma indica un terreno culturale favorevole a una retorica che presenta i conflitti come scontri di valori assoluti.

All’interno delle forze armate, il tema è da anni oggetto di scontro. Organizzazioni come la Military Religious Freedom Foundation (MRFF) e la Freedom From Religion Foundation (FFRF) denunciano pressioni religiose nei ranghi e l’uso di simboli militari per messaggi confessionali. Think tank conservatori respingono queste accuse. Il punto, però, resta aperto: dove finisce la libertà di culto e dove inizia l’uso politico della religione.

Un altro elemento riguarda il mondo evangelico statunitense. Movimenti come quello riunito attorno a Christians United for Israel (CUFI), fondato dal pastore John Hagee, sostengono con forza Israele e leggono gli equilibri mediorientali anche alla luce di interpretazioni religiose. Nel 2025 esponenti di questa area hanno invitato a mantenere la pressione sull’Iran. Non esiste un legame diretto tra queste posizioni e le decisioni di governo, ma il loro peso nell’elettorato è significativo, soprattutto nel campo repubblicano.

Non è una novità. Nel 2019, l’allora segretario di Stato Mike Pompeo aveva evocato un parallelismo biblico parlando del presidente Donald Trump come di una figura provvidenziale per Israele. Un linguaggio che oggi ritorna, in forme diverse, nel racconto del confronto con Teheran.

Dentro questo quadro, alcuni gruppi religiosi considerano l’Iran un ostacolo alla stabilità di Israele e, in chiave simbolica, a eventi religiosi legati a Gerusalemme. Il Temple Institute, ad esempio, ha cercato negli anni sostegno anche negli Stati Uniti. Si tratta di una dimensione minoritaria, ma presente nel dibattito pubblico.

Gli analisti di relazioni internazionali invitano però a distinguere tra retorica e scelte concrete. Le tensioni con l’Iran si spiegano soprattutto con fattori tradizionali: il programma nucleare, le capacità missilistiche, il ruolo delle milizie alleate nella regione, la sicurezza delle rotte marittime. È su questi elementi che si muovono le decisioni operative.

asdf Pete Hegseth

Eppure le parole contano. Definire l’Iran come un attore guidato da visioni religiose radicali significa presentarlo come un nemico difficilmente negoziabile. Questo restringe lo spazio della diplomazia e rende più probabile il ricorso alla forza. Alcuni media statunitensi hanno rilevato come, nelle stesse settimane, commentatori e predicatori abbiano parlato apertamente di uno scontro finale, alimentando un clima di mobilitazione.

Non tutta l’America si riconosce in questa lettura. Sempre secondo il PRRI, una larga maggioranza della popolazione resta contraria a una fusione tra religione e politica. Molte comunità religiose difendono la separazione tra Stato e confessioni, anche in materia di difesa. È una linea che affonda nelle istituzioni e nella cultura costituzionale del Paese.

Resta poi l’Iran reale. Analisti indipendenti sottolineano che la leadership di Teheran combina ideologia e calcolo strategico. Ridurre il Paese a una caricatura religiosa rischia di oscurare le logiche militari e politiche che guidano le sue scelte, dalle alleanze regionali alla strategia di deterrenza.

Per chi racconta questi fatti, la sfida è distinguere tra linguaggio e realtà. La retorica religiosa può servire a costruire consenso, ma le guerre si decidono su equilibri concreti. Quando i due piani si sovrappongono, aumenta il rischio di errori di valutazione.

Nella fase aperta a fine febbraio 2026, con le operazioni coordinate di Stati Uniti e Israele, il rischio è proprio questo: trasformare un conflitto politico in uno scontro assoluto. La storia insegna che, quando accade, le guerre diventano più lunghe e più difficili da chiudere.

Il compito del giornalismo resta quello di tenere separati i livelli. Le parole non sono mai neutre. Quando un rappresentante istituzionale richiama la religione per definire un nemico, non sta solo parlando al proprio pubblico. Sta ridefinendo i confini del confronto. E quei confini, spesso, si traducono in decisioni che hanno conseguenze ben oltre le sale briefing.

Fonti: Al Jazeera, Public Religion Research Institute (PRRI), Military Religious Freedom Foundation (MRFF), Freedom From Religion Foundation (FFRF), Christians United for Israel (CUFI), dichiarazioni pubbliche di Pete Hegseth, Mike Pompeo, materiali del Temple Institute.

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