AGGIORNAMENTI
Cerca
Economia
19 Marzo 2026 - 11:10
C’è un gesto antico, quasi dimenticato, che resiste al tempo e alle trasformazioni del mercato: quello di infilare un ago e creare qualcosa dal nulla. È un gesto che parla di tradizione, di pazienza, ma anche di identità. Nelle Valli di Lanzo, questo gesto ha ancora un volto e una voce: quelli di Raffaella Labartino, artigiana e imprenditrice, titolare della sartoria “Cucito a pennello”. La sua non è solo una storia di lavoro, ma un percorso che intreccia memoria familiare, scelte coraggiose e una quotidiana sfida contro le difficoltà economiche e culturali che oggi colpiscono il settore artigianale. In un contesto in cui il valore del “fatto a mano” rischia di essere messo in secondo piano rispetto alla produzione industriale, la sua esperienza rappresenta uno spaccato autentico di cosa significhi fare impresa partendo da una passione e trasformandola in mestiere.
-1773914980565.jpeg)
Ti va di presentarti e raccontarci che cos’è la tua attività?
“Mi chiamo Raffaella Labartino e la mia ditta si chiama Cucito e Pennello. È una sartoria di arredi: mi occupo di realizzare oggetti per la casa, ricami personalizzati, ma anche loghi su magliette e capi per aziende che vogliono fare pubblicità attraverso l’abbigliamento. È un lavoro molto vario, dove ogni giorno cambia qualcosa”.
Se dovessi raccontare la storia della tua attività, da dove partiresti?
“Partirei da quando ero molto piccola. Le zie di mia mamma erano una sarta e un’appassionata di maglia e uncinetto. Una di loro, quando veniva a prendermi all’asilo, mi metteva un piccolo ditale sul dito, mi dava ago e stoffa e mi faceva cucire. È lì che è nata la mia passione. È un ricordo che porto sempre con me”.
Quindi è stata una passione che hai coltivato fin da bambina, ma non è diventata subito un lavoro?
“No, infatti. In realtà ho iniziato molto più tardi. Prima ero una commerciante: avevo un negozio di alimentari. Poi pian piano ho iniziato a cambiare, inserendo anche articoli per la casa, e nel frattempo ho deciso di frequentare una scuola di sartoria. È stato un passaggio graduale, ma fondamentale”.
C’è stato un momento preciso in cui hai capito che questa passione poteva diventare un’impresa vera e propria?
“Sì, quando ho iniziato a fare i primi lavori e le clienti tornavano entusiaste. Erano contente, soddisfatte, e soprattutto tornavano. Da lì si è sparsa la voce, anche perché vivevo in un paese ancora più piccolo di quello in cui sono adesso. È stato un passaparola spontaneo che mi ha dato fiducia. A quel punto ho deciso di cambiare completamente attività e diventare artigiana”.
E cosa è cambiato per te in quel momento?
“È stato il meglio. Ho iniziato a realizzare davvero tutto quello che avevo in testa. Non ero più legata a una semplice vendita, ma potevo creare. È una soddisfazione completamente diversa”.
Fare impresa oggi, soprattutto nell’artigianato, è più una sfida economica o culturale?
“Direi tutte e due. Dal punto di vista culturale c’è ancora l’idea che cucire sia una cosa semplice, che tutti sappiano farlo. Spesso mi sento dire: ‘Lo so fare anch’io’, oppure ‘Mia mamma era sarta’. In realtà non è così. Ogni lavoro è diverso, ogni capo è una novità. Non faccio produzione in serie: ogni oggetto richiede attenzione, impegno e creatività”.
E dal punto di vista economico?
“Quella è la parte più difficile. Il nostro lavoro è sottovalutato: tutto deve costare poco. Ma le spese sono tante, come per qualsiasi altro mestiere. Un artigiano ha costi, materiali, tempo da investire. Però spesso non riesce a farsi riconoscere il giusto valore economico”.
Secondo te, cosa distingue un imprenditore da chi semplicemente gestisce un’attività?
“L’imprenditore ci mette tutto sé stesso. Non pensa subito al guadagno, ma a cosa può creare, a cosa può realizzare. C’è una componente emotiva molto forte. Chi gestisce un’attività può essere bravissimo, ma è diverso. Per fare l’imprenditore servono passione e amore per quello che si fa”.
La tua attività si trova nelle Valli di Lanzo, un territorio con una forte tradizione artigianale. Oggi cosa si sta facendo per sostenere realtà come la tua?
“Ci sono fiere durante l’anno e associazioni come la CNA che cercano di aiutare gli artigiani a farsi conoscere. Però la situazione resta difficile, soprattutto nel settore tessile. È un ambito che sta soffrendo molto”.
Nonostante questo, tu continui ad andare avanti. Da dove nasce questa determinazione?
“Dal fatto che non voglio arrendermi. Questo è il mio lavoro, ma soprattutto è la mia passione. E poi c’è anche un altro aspetto importante: quello di fare rete”.
In che senso?
“Negli ultimi tempi molti artigiani stanno cercando di unirsi, di collaborare invece di farsi concorrenza. Io stessa collaboro con un’altra sarta e credo che insieme si possano ottenere risultati migliori. Da soli è più difficile, insieme si può crescere di più”.
Se guardi ai prossimi dieci anni, cosa ti preoccupa di più?
“Sicuramente la parte economica. È quella che crea più incertezza”.
-1773915008409.jpeg)
E invece cosa ti aspetti o cosa speri?
“Spero che le persone imparino ad apprezzare di più il lavoro artigianale. Ogni oggetto che realizzo porta con sé un pezzo di me. Non è solo un prodotto: è qualcosa di personale, unico. Mi piacerebbe che questo venisse riconosciuto sempre di più”.
Parliamo di giovani: cosa diresti a chi oggi vuole mettersi in proprio?
“Direi prima di tutto di avere umiltà. Non bisogna partire pensando di sapere già tutto. Poi è fondamentale formarsi: fare corsi, imparare continuamente, aggiornarsi. E infine serve tanta passione. Senza quella non si va da nessuna parte”.
E per il tuo futuro personale, cosa ti auguri?
“Il futuro è un’incognita per tutti. Però mi auguro di riuscire a trasmettere ai miei figli e ai giovani il valore di seguire ciò che hanno nel cuore e provare a realizzarlo. È la cosa più importante”.
C’è qualcosa che senti di voler aggiungere?
“Sì. Credo davvero che noi artigiani dovremmo imparare a coalizzarci di più. La concorrenza spesso non serve a niente. Se ci uniamo possiamo fare grandi cose. Io lo sto già sperimentando e sono convinta che sia la strada giusta”.
Nel racconto di Raffaella Labartino c’è molto più di una semplice attività artigianale. C’è una visione del lavoro che mette al centro la persona, la creatività e il valore del tempo. In un’epoca in cui tutto corre veloce e tende a uniformarsi, il suo laboratorio rappresenta uno spazio in cui ogni oggetto è diverso, pensato, costruito con cura. È anche il segno di un cambiamento necessario: quello che passa dalla capacità di fare rete, di innovare — come dimostra il progetto di un e-commerce in crescita — e di restare fedeli alla propria identità.
L’artigianato, oggi, è a un bivio: può scomparire sotto il peso della standardizzazione oppure reinventarsi come simbolo di qualità e autenticità. Storie come quella di Raffaella dimostrano che una strada esiste. Ed è fatta di passione, di resistenza e della volontà di continuare a credere che, anche in un piccolo laboratorio, si possa costruire qualcosa che ha valore.
Edicola digitale
LA VOCE DEL CANAVESE
Reg. Tribunale di Torino n. 57 del 22/05/2007. Direttore responsabile: Liborio La Mattina. Proprietà LA VOCE SOCIETA’ COOPERATIVA. P.IVA 09594480015. Redazione: via Torino, 47 – 10034 – Chivasso (To). Tel. 0115367550 Cell. 3474431187
La società percepisce i contributi di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70 e della Legge Regione Piemonte n. 18 del 25/06/2008. Indicazione resa ai sensi della lettera f) del comma 2 dell’articolo 5 del medesimo decreto legislativo
Testi e foto qui pubblicati sono proprietà de LA VOCE DEL CANAVESE tutti i diritti sono riservati. L’utilizzo dei testi e delle foto on line è, senza autorizzazione scritta, vietato (legge 633/1941).
LA VOCE DEL CANAVESE ha aderito tramite la File (Federazione Italiana Liberi Editori) allo IAP – Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.