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19 Marzo 2026 - 13:47
“Non ho più voglia”: la lezione del padre che ha forgiato Pecco
Non è un sorpasso all’ultima curva, né una vittoria mondiale a definire davvero un campione. A volte, il punto di svolta arriva molto prima, quando non ci sono riflettori, ma solo una pista vuota, un bambino e una decisione da prendere. Francesco “Pecco” Bagnaia, oggi simbolo della MotoGP e orgoglio di Chivasso, torna con la memoria (durante il suo intervento nel podcast BSMT) a uno di quei momenti chiave che, nel tempo, hanno costruito la sua mentalità vincente.
Aveva appena nove anni. La moto era già entrata nella sua vita quasi per destino: in famiglia si respirava passione per i motori, tra un padre, Pietro Bagnaia, e uno zio motociclisti e le domeniche scandite dalle gare di Valentino Rossi in televisione. “Quella cosa lì mi ha folgorato”, racconta. Prima ancora delle piste vere, c’era stata una moto a tre ruote costruita dal nonno, poi le prime esperienze con le minimoto e le piste di provincia.
Ma è a Codogno, in una giornata come tante, che qualcosa cambia. Il padre lo accompagna per allenarsi. Due ore di viaggio, sacrifici, tempo sottratto alla routine. “Arriviamo, entro in pista, giro da solo. Dopo un turno mi fermo e dico: ‘Non ho più voglia, torniamo a casa’”.
Una frase che, detta da un bambino, potrebbe sembrare normale. Ma in quel momento si consuma uno snodo decisivo. Il padre non discute, non prova a convincerlo. Carica la moto, risale in macchina e parte. “Era arrabbiato nero— ricorda Pecco— e mi disse solo una cosa: ‘Se una cosa la fai, la fai al 100%, non a metà’”.
Nessun discorso lungo, nessuna scenata. Solo una regola chiara, destinata a diventare un principio di vita. In quel gesto e in quelle parole c’è tutto: il peso dei sacrifici, la consapevolezza che lo sport — soprattutto uno sport costoso come il motociclismo — non può essere affrontato con superficialità, ma anche il rispetto per una scelta che deve essere prima di tutto sua.
“Quello è stato un insegnamento che mi sono portato dietro per tutto il resto”, dice oggi il campione.
È una lezione che si inserisce in un contesto familiare particolare. Bagnaia cresce in una realtà normale, senza privilegi. I genitori, racconta, non gli hanno mai imposto aspettative, ma hanno sempre sostenuto il suo percorso, anche quando questo significava rinunce importanti. “Potevano stare tranquilli, andare in vacanza — spiega — invece mi portavano in giro a correre”.

Il motociclismo, a differenza di altri sport, richiede investimenti costanti: moto, trasferte, attrezzature. Un impegno che la famiglia ha affrontato fino a quando è stato possibile, prima dell’incontro decisivo con il team manager Emilio Alzamora, che nel 2011 decide di credere in lui e di sostenerlo economicamente. “Se non fosse successo, mi sarei dovuto fermare”, ammette Bagnaia.
Ma prima ancora di quell’opportunità, prima dei campionati, dei podi e dei titoli, c’è stata quella giornata a Codogno. Un episodio che segna il passaggio da bambino appassionato a atleta consapevole.
La crescita di Bagnaia passa poi da un altro momento chiave: il trasferimento a Pesaro a 16 anni, lontano da Chivasso e dalla sua vita di sempre. Una scelta che cambia tutto, dentro e fuori dalla pista. “La mia vita è cambiata lì”, racconta. Eppure, anche in quel passaggio, si ritrova lo stesso filo conduttore: la capacità di prendere sul serio ciò che si è scelto. Senza mezze misure. Senza scorciatoie.
Oggi, con alle spalle titoli mondiali e una carriera ai vertici della MotoGP, Bagnaia guarda a quel passato con lucidità. Sa che il talento è stato fondamentale, ma sa anche che non sarebbe bastato senza una mentalità costruita nel tempo, giorno dopo giorno.
E quella mentalità nasce proprio lì, su una pista quasi deserta, in un momento che avrebbe potuto passare inosservato.
Perché le grandi storie sportive non sono fatte solo di successi, ma di scelte silenziose, di insegnamenti ricevuti quando nessuno guarda. E in quel “non ho più voglia” seguito da una lezione netta, c’è forse il vero inizio della carriera di Pecco Bagnaia.
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