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Crisi SAPA, l’allarme in Consiglio regionale: “Esuberi annunciati, ma nessun tavolo aperto”

Airasca, San Martino Alfieri e Dronero al centro dell’interrogazione Pd. Pompeo chiede alla Regione chiarimenti su 96 lavoratori in uscita e sul possibile uso di personale esterno

Crisi SAPA

Crisi SAPA, l’allarme in Consiglio regionale: “Esuberi annunciati, ma nessun tavolo aperto”

Novantasei esuberi annunciati, tre stabilimenti piemontesi in bilico, contratti di solidarietà rinnovati più volte. Eppure, in Regione, nessun tavolo di crisi formalmente aperto. È questo lo scarto che fa esplodere la polemica sulla vicenda SAPA, gruppo specializzato nello stampaggio a iniezione di materie plastiche per l’automotive, presente in Piemonte con siti in provincia di Torino, Asti e Cuneo. A sollevare la questione, con toni duri, è la consigliera regionale del Partito Democratico Laura Pompeo, che il 2 marzo torna a incalzare la Giunta chiedendo “trasparenza e garanzie” per i lavoratori.

Il punto di partenza è la risposta ricevuta la scorsa settimana durante un sindacato ispettivo in Consiglio regionale. Pompeo riferisce di aver interrogato l’assessore al Lavoro sulla situazione dei siti SAPA e di non esserne uscita rassicurata: non risulta aperto alcun tavolo di crisi e, soprattutto, non sarebbe arrivata in Regione alcuna richiesta ufficiale per attivarlo. Una fotografia che contrasta con quanto si muove sul territorio, dove sindacati e lavoratori vivono settimane di forte tensione e preoccupazione, alimentate dall’annuncio di tagli a Airasca, San Martino Alfieri e Dronero.

La consigliera dem parla di “risposta generica” e annuncia una nuova interrogazione, con richieste più puntuali. L’obiettivo dichiarato è doppio: capire quali strumenti intenda mettere in campo la Regione e verificare la coerenza tra le dichiarazioni dell’azienda e quanto segnalato dai sindacati.

SAPA è un nome pesante nella catena automotive. Fornitore di marchi come Stellantis, Ferrari e BMW, il gruppo ha attraversato negli ultimi anni una fase complessa: una disputa commerciale con Stellantis, un calo delle commesse e, di conseguenza, una ricaduta diretta sui siti piemontesi. Pompeo ricostruisce uno scenario che, nelle fabbriche, si traduce in cassa integrazione, contratti di solidarietà e timori di un ridimensionamento strutturale.

A complicare il quadro è arrivata la recente acquisizione da parte del gruppo austriaco Megatech. Un passaggio societario che, sulla carta, ha portato crescita: i ricavi sarebbero passati da 300 a 700 milioni di euro. Ma, secondo Pompeo, proprio questa evoluzione alimenta il sospetto che il “baricentro strategico” dell’azienda si stia spostando verso l’estero, lasciando in Piemonte un futuro sempre più incerto. Non tanto una crisi improvvisa, quanto un progressivo cambio di rotta: produzione e investimenti dove conviene, e stabilimenti storici che rischiano di diventare periferici.

È in questo contesto che la consigliera Pd chiede alla Regione di non restare alla finestra. Nel testo dell’interrogazione presentata il 2 marzo, Pompeo domanda quali misure di politica attiva del lavoro verranno attivate per tutelare i 96 lavoratori dichiarati in esubero. Un nodo immediato: che prospettiva si dà a chi rischia il posto, quali percorsi di ricollocazione e sostegno vengono predisposti, quale ruolo possono giocare strumenti regionali e nazionali.

Ma il punto più sensibile – quello che rischia di accendere ulteriormente lo scontro – riguarda il possibile impiego di personale esterno negli stessi stabilimenti piemontesi. Pompeo chiede se SAPA stia ricorrendo a lavoratori tramite appalti o somministrazione, quanti siano, per quali mansioni, e soprattutto se questo eventuale utilizzo sia compatibile con la dichiarazione di esuberi. Tradotto: se davvero mancano commesse e serve tagliare organici, perché ci sarebbe bisogno di esterni? È questa la domanda che la politica porta sul tavolo, mettendo in evidenza una contraddizione che, se confermata, avrebbe un peso enorme nel confronto sindacale.

Per Pompeo la parola chiave è trasparenza. La Regione, sostiene, deve verificare la coerenza delle scelte aziendali e attivare gli strumenti previsti dalla legge regionale 32/2023 per tutelare l’occupazione e il patrimonio produttivo piemontese. Il riferimento è a un impianto normativo pensato per intervenire nelle crisi industriali e accompagnare imprese e lavoratori, evitando che le ristrutturazioni si traducano in licenziamenti senza rete.

La consigliera aggiunge un ulteriore elemento di tensione: dopo tre rinnovi dei contratti di solidarietà, lasciare i dipendenti senza prospettive viene definito “inaccettabile”, soprattutto se l’azienda – nel frattempo – consolida la propria presenza internazionale. Il messaggio politico è netto: non si può chiedere sacrifici ai lavoratori per anni e poi chiudere la partita con un taglio secco, senza un confronto trasparente e senza una valutazione complessiva.

Sul piano istituzionale, il caso SAPA diventa un test per la capacità della Regione di intercettare le crisi prima che esplodano. Il fatto che, a fronte di esuberi annunciati, non risulti aperto un tavolo di crisi alimenta l’idea di un intervento tardivo, o comunque troppo debole. Ed è proprio su questo che Pompeo insiste: il rischio è arrivare a giochi fatti, quando le decisioni aziendali sono già state prese e ai territori resta solo il conto da pagare.

Intanto, nelle tre aree coinvolte, l’attesa cresce. Airasca, San Martino Alfieri e Dronero sono realtà diverse, ma accomunate da un elemento: la dipendenza dalla filiera automotive e dalla tenuta di un settore che sta vivendo una trasformazione radicale tra elettrificazione, nuove piattaforme produttive e riorganizzazioni della catena di fornitura. In questo scenario, ogni calo di commesse può diventare un terremoto. E ogni scelta strategica di un gruppo internazionale può tradursi in esuberi locali.

La partita adesso si sposta di nuovo in Consiglio regionale, con la nuova interrogazione e la richiesta di risposte puntuali. Per i lavoratori, però, il tempo della politica non coincide con quello delle fabbriche: la differenza tra una procedura avviata e una crisi negata può significare mesi di incertezza. E, in un settore già sotto pressione, l’incertezza è spesso l’anticamera della perdita di lavoro.

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