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27 Febbraio 2026 - 11:05
Autismo, e se avessimo sbagliato tutto? Le bambine invisibili che la diagnosi non vede
Per decenni lo abbiamo ripetuto come un dato acquisito: l’autismo è soprattutto una condizione maschile. Le statistiche parlavano chiaro, quattro maschi per ogni femmina. I manuali diagnostici, le linee guida cliniche, perfino l’immaginario collettivo hanno costruito su questa convinzione un intero impianto culturale. Oggi però quella certezza si incrina. E con essa vacilla un paradigma che potrebbe aver lasciato indietro migliaia di bambine e ragazze.
Uno studio pubblicato sul British Medical Journal, condotto dai ricercatori del Karolinska Institutet in Svezia, suggerisce che il divario di genere nelle diagnosi di disturbo dello spettro autistico non sia così netto come si è creduto finora. Analizzando i dati di oltre 2,7 milioni di persone nate tra il 1985 e il 2020, seguite attraverso registri nazionali, gli scienziati hanno osservato che, se nell’infanzia i maschi ricevono una diagnosi molto più frequentemente delle femmine, nel corso dell’adolescenza il divario si riduce fino quasi a scomparire. A 20 anni il rapporto tra diagnosi maschili e femminili si avvicina a 1:1.
Il dato è di quelli che impongono una riflessione. Non tanto perché smentisca che i bambini siano diagnosticati più spesso, quanto perché suggerisce che le bambine potrebbero essere semplicemente riconosciute più tardi. Non meno autistiche, ma meno visibili agli strumenti con cui le osserviamo.
In Italia si stima che un bambino su 77 tra i 7 e i 9 anni abbia una diagnosi di disturbo dello spettro autistico. In quella fascia d’età, i maschi risultano circa quattro volte più numerosi delle femmine. È su questa fotografia che si è consolidata l’idea di un’autismo “al maschile”. Ma se le ragazze emergono statisticamente solo più avanti, allora la questione non è chi sia più colpito, bensì chi venga riconosciuto prima.
L’età media della diagnosi, nello studio svedese, è di 14,3 anni. Un’età già di per sé non precoce, considerando l’importanza di interventi tempestivi. Ma il dato che colpisce è la traiettoria differenziata: i maschi ricevono la diagnosi prevalentemente nell’infanzia, le femmine “recuperano” durante l’adolescenza. È come se una parte consistente dell’autismo femminile restasse sommersa nei primi anni di vita, emergendo solo quando le richieste sociali e scolastiche diventano più complesse.
Le ragioni di questo ritardo non sono ancora dimostrate in modo definitivo. Lo studio osserva i numeri, non le cause. Non analizza fattori genetici o ambientali, né include altre condizioni frequentemente associate all’autismo, come l’ADHD o la disabilità intellettiva. Ma le ipotesi sul tavolo sono numerose e chiamano in causa anche la cultura.
Una delle spiegazioni più discusse riguarda le capacità comunicative. È stato ipotizzato che le bambine con autismo possano sviluppare strategie linguistiche e relazionali più efficaci rispetto ai coetanei maschi, riuscendo a “mimetizzarsi” meglio nei contesti sociali. Non necessariamente perché i tratti autistici siano meno presenti, ma perché vengono compensati con maggiore abilità.

Si parla di masking, mascheramento. Un adattamento spesso inconsapevole, alimentato da aspettative sociali che nelle femmine premiano l’empatia, la capacità di relazione, l’adesione alle norme del gruppo. In questo scenario, una bambina con autismo può osservare, imitare, apprendere comportamenti considerati appropriati, nascondendo la fatica sottostante. Il risultato è una diagnosi che slitta nel tempo, talvolta fino all’età adulta.
C’è poi il tema dei criteri diagnostici. I manuali clinici sono stati costruiti storicamente su campioni prevalentemente maschili. Se il modello di riferimento è il profilo tipico del bambino con interessi ristretti, comportamenti ripetitivi evidenti e difficoltà sociali marcate, è possibile che le manifestazioni più sottili o diverse, più frequenti nelle femmine, vengano sottovalutate. Un editoriale pubblicato a commento dello studio solleva proprio questo interrogativo: stiamo usando strumenti calibrati su un modello maschile per valutare anche le bambine?
Gli interessi ristretti, per esempio, possono assumere forme differenti. Se un bambino sviluppa un’ossessione per treni o numeri, il tratto appare subito come atipico. Se una bambina concentra la propria attenzione su libri, animali o personaggi di fantasia, l’interesse intenso può essere considerato socialmente più accettabile. La linea tra passione e segnale clinico diventa sottile.
Il rischio di una diagnosi tardiva non è neutro. Senza un riconoscimento precoce, molte ragazze attraversano l’infanzia e l’adolescenza senza il supporto adeguato. Possono accumulare frustrazione, ansia, senso di inadeguatezza. Non è raro che ricevano inizialmente diagnosi differenti, come disturbi d’ansia, depressione o disturbi alimentari, senza che venga colta la radice autistica di alcune difficoltà.
Essere invisibili dal punto di vista diagnostico significa non essere viste nelle proprie reali necessità. Significa affrontare richieste sociali crescenti senza strumenti di comprensione e senza interventi mirati. L’adolescenza, con il suo carico di complessità relazionale, può diventare un punto di rottura.
L’aumento delle diagnosi negli ultimi trent’anni è un altro elemento da considerare. L’ampliamento dei criteri diagnostici e la maggiore sensibilità pubblica hanno contribuito a far emergere casi che un tempo sarebbero rimasti sommersi. Ma l’attenzione crescente potrebbe aver beneficiato prima i maschi, perché più aderenti al modello tradizionale. Ora il focus si sposta anche sulle femmine, e i numeri iniziano a raccontare una storia diversa.
Se davvero l’incidenza dell’autismo è simile tra maschi e femmine, allora la sfida non è solo clinica ma culturale. Significa formare pediatri, insegnanti e psicologi a riconoscere segnali meno evidenti. Significa rivedere strumenti di screening e criteri di valutazione per intercettare profili diversi. Significa anche ascoltare le testimonianze di donne adulte che raccontano diagnosi arrivate a 30 o 40 anni, dopo una vita trascorsa a sentirsi “sbagliate” senza sapere perché.
La questione non è stabilire chi sia più colpito, ma garantire equità nel riconoscimento e nell’accesso ai servizi. Una diagnosi tempestiva consente interventi mirati, sostegno educativo, supporto psicologico. Ritardarla può amplificare le difficoltà e aumentare il rischio di isolamento.
L’idea che l’autismo sia “roba da maschi” appare oggi sempre più come una semplificazione. I numeri suggeriscono che la differenza possa essere in parte un effetto dello sguardo con cui osserviamo. Se cambiamo prospettiva, cambiano anche le statistiche.
La scienza invita alla prudenza. Servono ulteriori studi per comprendere le cause del divario temporale nelle diagnosi. Ma il messaggio è già chiaro: l’autismo femminile esiste, è diffuso più di quanto si pensasse e merita attenzione specifica.
Nel frattempo, per molte ragazze, la diagnosi continua ad arrivare più tardi. E con essa la possibilità di dare un nome alle proprie difficoltà. In quel ritardo si gioca una partita delicata, fatta di anni di incomprensioni e tentativi di adattamento.
Se il divario di genere nelle diagnosi scompare a 20 anni, la domanda che resta è semplice e scomoda: quante bambine stiamo ancora non vedendo?
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