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Economia

“I giovani non bevono più birra”: Giannone (birrificio Exit) racconta la crisi artigianale

A La Cassa il birrificio artigianale Exit racconta una storia di coraggio, ma anche le difficoltà di un comparto in trasformazione

C’è un momento, nella vita di un imprenditore, in cui tutto cambia. Non è sempre una scelta razionale, né una strategia studiata a tavolino. A volte è un equilibrio che si rompe, una passione che cresce mentre un’altra si spegne. È in questo spazio, sospeso tra ciò che si lascia e ciò che si costruisce, che nasce la storia di Roberto Giannone, fondatore del birrificio artigianale Exit, una realtà nata nel 2018 a La Cassa, alle porte di Torino.

La sua non è solo la storia di un’impresa, ma il racconto di una trasformazione personale e professionale. Per quarant’anni consulente informatico, Giannone ha deciso di cambiare strada quando si è accorto che il mondo da cui proveniva non era più lo stesso. “Ho iniziato a battere tasti nel 1983 – racconta – ma negli ultimi anni quell’interesse è calato. Al contrario, la passione per la birra artigianale è cresciuta fino a diventare dominante”.

Da qui la scelta, radicale e non priva di rischi: trasformare un hobby coltivato per oltre un decennio in un’attività imprenditoriale. Una decisione che oggi, a distanza di anni, si confronta con un contesto economico e culturale profondamente mutato.

Il birrificio Exit è una realtà familiare, costruita insieme alla moglie e ai due figli gemelli. Una struttura snella, dove la produzione si affianca alla somministrazione grazie a un pub aperto a pochi passi dal laboratorio. Un modello diffuso nel mondo della birra artigianale, ma che oggi deve fare i conti con un mercato in evoluzione, segnato da nuovi consumi e da difficoltà economiche crescenti.

La pandemia ha rappresentato uno spartiacque. “È stata l’ammazzata più grossa – ammette Giannone – eravamo aperti, ma i nostri clienti erano chiusi”. Da allora, il settore non ha più recuperato completamente. I costi energetici in aumento, la concorrenza della birra industriale e, soprattutto, il cambiamento nelle abitudini dei consumatori stanno ridisegnando il panorama.

Oggi il problema non è solo produrre, ma vendere. “I giovani bevono meno birra, o non bevono alcol – spiega – e chi la beve spesso preferisce cocktail o superalcolici”. Una trasformazione che non riguarda solo l’Italia, ma che si inserisce in un trend globale verso la riduzione del consumo di alcol.

Eppure, dietro le difficoltà, resta la forza di un progetto costruito su passione, competenze e legame con il territorio. A La Cassa, dove i birrifici artigianali sono pochi, Giannone ha trovato un contesto favorevole anche grazie al supporto iniziale del GAL, che ha contribuito all’avvio dell’attività.

Ma oggi la sfida è un’altra: resistere e reinventarsi.

Com’è nato il birrificio Exit e cosa l’ha spinta a cambiare vita?
“È stata una concomitanza di eventi. Io ho fatto il consulente informatico per circa quarant’anni, un lavoro che ho iniziato fin da ragazzo e che mi ha accompagnato per tutta la vita. Però negli ultimi anni ho visto cambiare molto quel mondo, e non sempre in meglio. Parallelamente, invece, cresceva sempre di più la mia passione per la birra artigianale, che coltivavo già da una decina, una dozzina d’anni a livello casalingo. A un certo punto è successo qualcosa di molto semplice: è calato l’interesse per l’informatica ed è aumentato quello per la birra. E allora ho deciso di fare il salto, di trasformare quella che era una passione in un’attività vera e propria. Non è stato un gesto improvviso, ma un cambiamento naturale, maturato nel tempo.”

Quanto è stata importante la dimensione familiare in questo progetto?
“È fondamentale, perché la nostra è una società familiare. Siamo in quattro: io, mia moglie e i miei due figli gemelli di trentun anni. Tutti facciamo parte della società, anche se operativamente lavoriamo soprattutto io e uno dei due, Andrea. Lui oggi è molto impegnato nella gestione del pub, che abbiamo aperto circa tre anni fa a circa cinquecento metri dal birrificio. È lui che si occupa quasi totalmente della parte di somministrazione, mentre io mi concentro sulla produzione e sulle attività itineranti, come le fiere. È un progetto condiviso, ma con ruoli ben distinti.”

C’è un momento che rappresenta davvero l’inizio di questa avventura?
“Sì, e me lo porterò sempre dentro. Quando siamo andati in Cina per acquistare l’impianto di produzione. Abbiamo scelto quella strada anche per una questione economica, ma il momento che non dimenticherò mai è stato l’atterraggio a Pechino. Quando sono sceso dall’aereo ho pensato: questa è la prima volta che faccio qualcosa per me, non per un’azienda che mi manda in giro. È stata un’emozione fortissima, perché lì ho capito davvero che stavo costruendo qualcosa di mio.”

In questi anni c’è stato un momento in cui ha pensato di mollare?
“La pandemia è stata una mazzata enorme. Noi eravamo ufficialmente aperti, ma tutti i nostri clienti – bar, ristoranti, locali – erano chiusi. Quindi potevamo produrre, ma non avevamo a chi vendere. E, paradossalmente, non rientravamo neanche nelle categorie più tutelate. Fortunatamente non avevo ancora abbandonato del tutto l’attività informatica e ho potuto lavorare in smart working, altrimenti sarebbe stata molto dura. Però, se devo essere sincero, il momento più difficile lo sto vivendo adesso.”

Perché oggi è più difficile rispetto al passato?
“Perché sta cambiando il mercato. Negli ultimi anni il consumo di birra è calato parecchio. I locali comprano meno e, soprattutto, i giovani bevono meno birra. O non bevono alcol, oppure si orientano verso cocktail e superalcolici. È un cambiamento culturale. Io sono stato a un workshop al CERB di Perugia, e lì ci hanno detto chiaramente che entro cinque anni una parte importante del mercato sarà fatta da bevande analcoliche. Questo significa che dobbiamo ripensare tutto.”

State pensando di adattarvi a questa trasformazione?
“Sì, stiamo valutando anche la produzione di birra analcolica. Non è semplice, perché è un prodotto molto più delicato: l’alcol, nella birra tradizionale, ha anche una funzione protettiva. Però durante quel workshop abbiamo assaggiato prodotti davvero interessanti, che si avvicinano molto alla birra vera. Quindi è una strada che stiamo considerando, anche se per me, da sessantenne, non è così naturale pensare alla birra come a una bevanda analcolica.”

Quanto conta il territorio in cui operate?
“Conta molto. Noi siamo nati qui anche grazie a un bando del GAL (ndr, strumento promosso dall’Unione Europea per sviluppare piani e programmi di interventi dedicati al miglioramento socio-economico delle comunità rurali) che ci ha dato una mano concreta all’inizio. Io vivo a La Cassa da tanti anni e tenevo a creare qualcosa qui. Inoltre, è una zona dove non ci sono molti birrifici artigianali, a differenza di altre aree della provincia. E poi c’è un aspetto fondamentale: l’acqua. Qui è di ottima qualità, e questo ci permette di fare una buona birra senza dover intervenire troppo sui trattamenti.”

Quali sono le principali difficoltà economiche per un birrificio artigianale?
“La partenza è già molto impegnativa: tra impianti, celle frigo e attrezzature si parla di investimenti importanti. Ma il vero problema oggi sono i costi di gestione, soprattutto l’energia. Le bollette stanno diventando insostenibili. A questo si aggiunge il fatto che facciamo fatica a valorizzare il nostro prodotto: i clienti fanno il confronto con la birra industriale, che costa molto meno. E allora diventa difficile spiegare perché una birra artigianale ha un prezzo diverso. I costi salgono, ma il mercato ti chiede di abbassare i prezzi: è una situazione complicata.”

Questo incide anche sulla percezione della birra artigianale?
“Sì, purtroppo sì. Fino a qualche anno fa era vista come qualcosa di speciale, oggi meno. Molti locali la considerano un di più, non una priorità. E questo rende ancora più difficile trovare spazi di mercato.”

Che consiglio darebbe a un giovane che vuole aprire un birrificio?
“In questo momento gli direi di aspettare. Lo dico con sincerità. Se non cambia qualcosa, tra costi, mercato e consumi, è un settore molto difficile. Più in generale, però, direi di seguire la propria passione, ma con attenzione. Fare un business plan è fondamentale. Solo con la passione oggi non si riesce a sostenere un’attività.”

E alle istituzioni cosa chiederebbe?

“Quello che manca davvero oggi è un supporto concreto alle piccole realtà come la nostra. L’accesso al credito è estremamente difficile: le banche non ti aiutano e, se sei giovane, senza garanzie familiari è quasi impossibile ottenere finanziamenti. Anche i bandi pubblici spesso non sono realmente accessibili, perché ti chiedono di anticipare i soldi e solo dopo – forse e con tempi lunghi – arrivano i rimborsi.

Servirebbero interventi più diretti, ad esempio sui costi energetici, che oggi stanno mettendo in ginocchio molte attività produttive. Ma soprattutto servirebbe un sistema che accompagni davvero chi vuole investire, soprattutto le nuove generazioni. Oggi un ragazzo che vuole aprire un’attività è lasciato praticamente da solo, e questo frena tantissimo l’iniziativa imprenditoriale. Con strumenti più semplici e concreti, invece, si potrebbe dare una spinta importante a tutto il settore artigianale.”

Come immagina il futuro del suo birrificio?
“Non sogno di diventare grande, ma di avere uno spazio un po’ più ampio, dove poter accogliere le persone e far conoscere direttamente le mie birre. Mi piacerebbe arrivare alla pensione e raccontare quello che ho fatto, condividere questa esperienza. Sarebbe già un grande risultato.”

La storia di Roberto Giannone è quella di un imprenditore che ha scelto di rimettersi in gioco, seguendo una passione trasformata in lavoro. Ma è anche lo specchio di un settore che oggi attraversa una fase complessa, stretto tra costi crescenti e cambiamenti nei consumi. Il birrificio Exit rappresenta una di quelle realtà che tengono insieme artigianalità, territorio e identità, ma che devono confrontarsi con un mercato sempre più competitivo e incerto.

In un’epoca in cui il consumo cambia e le abitudini evolvono, il futuro della birra artigianale – e più in generale delle piccole imprese – dipenderà dalla capacità di adattarsi senza perdere la propria essenza. Perché, come dimostra questa storia, dietro ogni prodotto c’è molto più di un processo produttivo: c’è una scelta di vita, fatta di rischi, sacrifici e, soprattutto, passione.

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