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Biometano, la svolta verde che può liberare l’Italia dal gas fossile

Oltre 560 progetti pronti con il Pnrr, ma la vera sfida è trasformare i fondi in impianti e filiere solide

Biometano, la svolta verde che può liberare l’Italia dal gas fossile

Biometano, la svolta verde che può liberare l’Italia dal gas fossile

Il biometano non è più una scommessa di nicchia. È diventato una leva strategica per l’Italia nella corsa all’eco-transizione e nella riduzione della dipendenza energetica dall’estero. I numeri legati al Pnrr parlano chiaro: oltre 600 domande presentate nell’ambito dei cinque bandi previsti dal decreto ministeriale del 2022, con la possibilità concreta di realizzare più di 560 progetti e sviluppare una capacità complessiva stimata tra i 240 e i 250mila standard metri cubi all’ora. Una soglia che copre quasi interamente la potenzialità messa a bando.

Il dato più significativo riguarda la natura degli impianti. Più del 50% dei progetti punta alla riconversione di impianti a biogas già esistenti, segno che il settore agricolo si sta preparando a un salto di qualità tecnologico e industriale. Non a caso, oltre il 90% della capacità ammessa ai finanziamenti proviene da impianti agricoli. Più marginale, ma comunque strategica, la quota legata alla Forsu, la frazione organica dei rifiuti solidi urbani, che pesa per circa il 10%. Una componente cruciale per la gestione dei rifiuti e per l’economia circolare, ma ancora minoritaria rispetto al comparto agricolo.

Il quadro è stato al centro del primo Forum nazionale sul biometano promosso da Legambiente insieme al Consorzio Italiano Biogas e al Consorzio Italiano Compostatori, con il coinvolgimento di aziende e operatori del settore energetico. L’obiettivo dichiarato è accelerare la realizzazione degli impianti e non disperdere l’occasione offerta dal Pnrr, anche alla luce della proroga di 24 mesi approvata dal Consiglio dei ministri a fine gennaio. Una finestra temporale che può fare la differenza, ma che non risolve automaticamente i nodi strutturali.

Il biometano, prodotto dalla digestione anaerobica di scarti agricoli, reflui zootecnici e rifiuti organici, può sostituire il gas fossile nei comparti più difficili da elettrificare, come il trasporto pesante su gomma e alcune filiere industriali energivore. In un sistema energetico sempre più orientato verso l’elettrificazione, resta infatti una quota di consumi per cui il gas rinnovabile rappresenta una soluzione di transizione concreta e immediatamente disponibile.

La partita si gioca su due piani. Il primo è quello industriale: trasformare le graduatorie e i progetti finanziati in impianti operativi entro i tempi stabiliti. Il secondo è politico e regolatorio: garantire regole certe, incentivi mirati e procedure snelle. Senza una semplificazione degli iter autorizzativi, il rischio è che i cantieri si incaglino tra vincoli burocratici, ricorsi e opposizioni locali.

Secondo Legambiente, la vera sfida non è più dimostrare la validità tecnologica del biometano, ma costruire una filiera trasparente e coerente con gli obiettivi del Piano nazionale integrato energia e clima. L’associazione ambientalista ha messo sul tavolo dieci proposte operative rivolte al Governo, alle Regioni e agli enti regolatori. Tra queste, l’orientamento chiaro di regole e incentivi verso filiere realmente circolari, la priorità agli investimenti anche oltre l’orizzonte del Pnrr, il premio per chi riduce concretamente le emissioni climalteranti.

Un altro punto cruciale riguarda la creazione di una domanda stabile di biometano. Senza un mercato di sbocco certo, il rischio è che l’offerta resti sulla carta. Servono politiche industriali capaci di incentivare l’utilizzo del gas rinnovabile nei trasporti pubblici, nella logistica e nei settori industriali hard to abate. Allo stesso tempo, occorre investire nelle reti di distribuzione e nelle connessioni agli impianti, per evitare colli di bottiglia infrastrutturali.

La trasparenza è un altro capitolo centrale. Gse, Arera e Governo sono chiamati a rafforzare i sistemi di controllo e informazione pubblica, garantendo tracciabilità delle matrici utilizzate e dei flussi energetici. Un tema delicato, soprattutto per evitare derive speculative o utilizzi impropri degli incentivi.

Non meno importante è la riduzione del cosiddetto metano fuggitivo, ossia le perdite lungo la filiera produttiva e distributiva. Anche il gas rinnovabile, se disperso in atmosfera, contribuisce all’effetto serra. Per questo la qualità tecnologica degli impianti e la manutenzione costante diventano elementi essenziali.

Sul fronte territoriale, la parola chiave è coinvolgimento. Gli impianti di biometano nascono spesso in contesti rurali, dove il consenso delle comunità locali è determinante. Rimettere al centro agricoltori e territori significa valorizzare il ruolo delle aziende agricole non solo come produttrici di cibo, ma anche come protagoniste della transizione energetica. Una prospettiva che può generare reddito aggiuntivo, occupazione e innovazione nelle aree interne.

Il contesto internazionale rafforza la rilevanza del tema. Dopo la crisi energetica legata alla guerra in Ucraina, l’Italia ha accelerato la diversificazione delle forniture di gas, ma resta esposta alle dinamiche dei mercati globali. Il biometano, prodotto sul territorio nazionale, rappresenta una forma di autonomia energetica complementare alle rinnovabili elettriche come eolico e fotovoltaico.

I numeri attuali non sono ancora sufficienti a coprire una quota rilevante del fabbisogno nazionale di gas, ma la traiettoria è tracciata. Se i 560 progetti previsti entreranno in funzione nei tempi stabiliti, il contributo potrà diventare significativo. La sfida è evitare ritardi e dispersioni, trasformando le risorse del Pnrr in infrastrutture concrete.

Il biometano si colloca così al crocevia tra transizione ecologica, politica industriale e sicurezza energetica. Non è la soluzione unica, ma una componente strategica di un mix energetico più sostenibile. Perché la transizione non si gioca solo sulle grandi pale eoliche o sui pannelli solari, ma anche sulla capacità di valorizzare scarti, rifiuti e sottoprodotti trasformandoli in energia pulita.

Il tempo, ora, è la variabile decisiva. I fondi sono stanziati, i progetti presentati, le graduatorie pubblicate. Tocca alla macchina amministrativa e industriale dimostrare che l’Italia è in grado di passare dalle carte ai cantieri. Solo allora il biometano potrà davvero diventare uno dei pilastri della nuova strategia energetica nazionale.

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