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20 Febbraio 2026 - 19:46
Il sindaco Vittorio Rocchietti (a destra)chiama in causa il Prefetto Donato Cafagna (a sinistra)
La rissa esplosa il 15 febbraio dentro Casa Chantal non è rimasta confinata ai corridoi dell’ex RSA. È arrivata sui tavoli istituzionali, nelle lettere protocollate, nei post al vetriolo sui social. E soprattutto ha riaperto una ferita che a Mathi non si è mai davvero rimarginata: la trasformazione della storica casa di riposo in centro di accoglienza per famiglie richiedenti asilo.
Dopo lo scontro tra due nuclei familiari – uno di origine curda e l’altro tunisina – culminato in bastonate, spray urticante e sette persone finite in ospedale, il sindaco Vittorio Rocchietti ha scritto al Prefetto di Torino, Donato Cafagna, mettendo nero su bianco preoccupazioni, richieste e un giudizio politico preciso: «L’increscioso episodio ha rotto il sottile equilibrio che si era faticosamente costruito dopo l’apertura della struttura».
Nella lettera, protocollata il 18 febbraio 2026, il primo cittadino parla del «primo episodio a carattere violento da quando il CAS di Casa Chantal è stato attivato, ovvero dal dicembre 2025». Ricostruisce l’accaduto come un evento nato «per futili motivi di gioco tra bambini», degenerato in «un acceso confronto verbale, poi sfociato nella violenza fisica, tra i componenti di una famiglia curda e di una famiglia tunisina».
Il sindaco sottolinea che «fortunatamente non vi sono stati feriti gravi», ma non minimizza le conseguenze: «Lo scontro ha coinvolto numerosi soggetti e ben sette persone sono state ricoverate negli ospedali di zona». L’intervento di forze dell’ordine e mezzi di soccorso avrebbe creato «un clima di paura e di forte allarmismo nella popolazione».
Ma il passaggio politicamente più rilevante è un altro. Rocchietti ricorda di aver già evidenziato, fin dall’inizio del 2025, «l’inopportunità di stabilire un CAS al centro di un piccolo paese», parlando di «alto rischio di poter avere problemi di sicurezza pubblica» e di un «accesso malcontento cittadino, dovuto al venir meno di una struttura da sempre destinata come RSA per gli anziani mathiesi».
Un riferimento diretto alla battaglia che per mesi ha spaccato il paese.
Nel documento indirizzato al Prefetto, il sindaco avanza tre richieste precise. La prima: «Per quanto possibile presidiare con alta attenzione la tipologia di nazionalità da inserire nel centro di accoglienza», motivando la richiesta con la necessità di «prevenire situazioni di contrasto culturale, religioso e politico vista la convivenza in un edificio con spazi comuni ridotti».
La seconda: un «puntuale controllo in itinere dei compiti della società gestore del centro», in termini di personale coinvolto e rispetto degli standard previsti dall’appalto, per prevenire «situazioni spiacevoli e pericolose per l’incolumità in primis della popolazione locale, oltre che dell’incolumità degli ospiti della struttura».
La terza: fornire al Comune «tempestiva adeguata informazione sugli arrivi e sulle partenze, non solo in termini numerici, bensì anche per nazionalità del nucleo, per sesso, per età», dati ritenuti necessari anche per organizzare, con il distretto scolastico, l’accoglienza dei nuovi alunni.
Rocchietti conclude con un appello al «rispetto ferreo delle regole» e alla collaborazione tra istituzioni, affinché il paese «non viva il caso come un trauma, ma come un’esperienza difficile, ma arricchente».
Parole che però non hanno placato le polemiche. Anzi. A intervenire con toni durissimi è Roberto Pontelli, il cittadino che aveva guidato il Comitato per salvare Casa Chantal e promosso la raccolta firme per mantenere la destinazione a RSA.
«Ma come? Adesso il sindaco grida all’emergenza?», attacca. Ricorda il Consiglio comunale aperto dell’8 febbraio dell’anno scorso, quando – a suo dire – la maggioranza aveva «esaltato la modernità dell’accoglienza» e invitato testimonial, tra cui il sindaco di Forno, «per raccontarci quant’è bello accogliere migranti».
Per Pontelli, dopo quanto accaduto «il paese è scosso, la paura di cosa potrà accadere è diffusa e il comunicato del sindaco lo sancisce». Ma quella che appare come una presa di posizione forte sarebbe, secondo il Comitato, «solo fumo negli occhi come sempre, un artifizio per spostare l’attenzione da sé verso altri, un teatrino inefficace per la situazione Chantal e utile solo per propaganda».
Il punto politico sollevato dal Comitato è uno: l’atto inibitorio. Pontelli ricorda che in una lettera del 28 maggio scorso il Prefetto avrebbe indicato «esattamente cos’era necessario, ovvero l’atto inibitorio per Casa Chantal». Sostiene che «l’avvocato del Comune l’ha scritto a marzo scorso e l’ha ripetuto la sera del 28 luglio durante l’incontro in Comune».
E incalza: «Perché il sindaco e la sua giunta non emettono l’atto inibitorio? Perché non dice apertamente il motivo per cui non vogliono emetterlo?».
Le ipotesi, secondo Pontelli, sono due: «Se è per insicurezza o timore, allora forse non sono idonei al ruolo per cui si sono candidati. Se è per un altro motivo plausibile, allora sarebbe meglio che lo dichiarassero pubblicamente». Il silenzio, conclude, «alimenta solo la tensione, l’amarezza e l’immaginazione verso retroscena opachi».

Il quadro si complica ulteriormente con l’intervento politico di Forza Nuova, che ha parlato di «silenzio istituzionale inaccettabile» dopo gli scontri e ha chiesto «garanzie reali e immediate» sul piano della sicurezza.
Intanto le indagini dei carabinieri proseguono per identificare tutti i partecipanti alla rissa. È stata esclusa la presenza di armi da taglio, ma confermato l’uso di bastoni e spray urticante. Sette persone sono state trasportate negli ospedali di Ciriè e Cuorgné, fortunatamente non in condizioni gravi.
Il nodo, però, non è solo giudiziario. È politico e sociale. Casa Chantal, per decenni simbolo dell’assistenza agli anziani, è diventata nel giro di pochi mesi il centro di una battaglia identitaria che divide la comunità. Da una parte chi difende la scelta dell’accoglienza come dovere istituzionale e opportunità; dall’altra chi denuncia una decisione calata dall’alto, incompatibile con le dimensioni del paese e con la struttura dell’edificio.
La lettera del sindaco al Prefetto segna un passaggio importante: l’amministrazione riconosce che qualcosa si è incrinato e chiede più controlli, più coordinamento, più attenzione alla composizione degli ospiti.
Ma per una parte dei cittadini non basta. Per loro, l’unica risposta concreta sarebbe fermare tutto.
Mathi oggi si ritrova così, sospesa tra richieste di sicurezza, accuse di immobilismo e la necessità di evitare che un episodio, per quanto grave, diventi la miccia di una frattura permanente. La partita si gioca ora su due piani: quello istituzionale, tra Comune e Prefettura, e quello politico, dentro una comunità che chiede risposte nette e non più rinviabili.
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