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18 Febbraio 2026 - 12:24
“Torna allo zoo”: insulti razzisti a Lloyd Kelly, la denuncia social del difensore della Juventus
Un commento di poche parole, carico di odio. “Torna allo zoo”. È il messaggio apparso sotto un post di Lloyd Kelly, difensore della Juventus, che ha deciso di non restare in silenzio. Il calciatore inglese, classe 1998, ha condiviso nelle proprie storie Instagram lo screenshot dell’insulto razzista ricevuto, accompagnandolo con una risposta netta.
«Le critiche fanno parte della vita e anche dello sport, e le ho sempre accettate: ognuno ha diritto alla propria opinione. Ma questo non lo accetterò», ha scritto il giocatore bianconero. E ha aggiunto una frase che suona come un avvertimento: «Le parole e le azioni hanno un significato e anche delle conseguenze».
Il caso esplode sui social in poche ore. La frase pubblicata dall’utente, chiaramente offensiva e discriminatoria, richiama uno dei peggiori stereotipi razzisti che da anni affiorano nel mondo del calcio, sia negli stadi sia sulle piattaforme digitali. Kelly ha scelto di rendere pubblico l’episodio, trasformando un attacco personale in una denuncia aperta.
Nel calcio moderno, i social network sono diventati un terreno di scontro parallelo a quello del campo. Se da un lato rappresentano uno strumento diretto di comunicazione tra atleti e tifosi, dall’altro sono spesso teatro di offese, minacce e messaggi d’odio. La visibilità dei calciatori li espone a una pressione costante, che non si limita alla prestazione sportiva.
Kelly, arrivato alla Juventus con il compito di rafforzare la linea difensiva, si è trovato al centro di una vicenda che va oltre il risultato di una partita o un giudizio tecnico. La sua risposta, misurata ma ferma, distingue chiaramente tra critica sportiva e discriminazione.
Il messaggio è chiaro: le opinioni sono legittime, l’odio no. Nel mondo del calcio le critiche fanno parte del gioco. Prestazioni sottotono, errori difensivi, scelte tecniche possono essere oggetto di discussione. Ma quando il linguaggio si sposta sul terreno razziale, il confine viene superato.

Il fenomeno degli insulti razzisti online è una delle sfide più complesse per il calcio contemporaneo. Negli ultimi anni diversi calciatori, in Italia e all’estero, hanno denunciato episodi simili. Le società sportive e le federazioni hanno più volte ribadito una linea di tolleranza zero, ma la diffusione dei social rende difficile un controllo preventivo.
La frase “ci saranno delle conseguenze” lascia intendere che il giocatore non intenda archiviare l’episodio come un semplice sfogo isolato. In casi analoghi, le società e gli stessi atleti hanno presentato segnalazioni alle autorità competenti o richiesto l’intervento delle piattaforme per identificare gli autori dei messaggi.
La Juventus, nelle ultime stagioni, ha già espresso in più occasioni una posizione netta contro ogni forma di discriminazione. È probabile che il club segua l’evoluzione della vicenda, valutando eventuali iniziative a tutela del proprio tesserato.
Il caso Kelly riaccende un tema mai sopito nel calcio italiano ed europeo. Gli stadi hanno visto negli anni campagne contro il razzismo, coreografie di solidarietà, striscioni di condanna. Ma il trasferimento delle offese sul web dimostra come il problema non sia circoscritto a un luogo fisico.
C’è poi un elemento generazionale. Kelly appartiene a una nuova leva di calciatori cresciuti con i social, abituati a comunicare direttamente con il pubblico. La scelta di pubblicare l’insulto ricevuto è un atto di esposizione, ma anche di denuncia pubblica. Significa sottrarre l’offesa all’anonimato e mostrarne la gravità.
Nel suo messaggio non c’è rabbia plateale, ma una presa di posizione netta. «Le parole e le azioni hanno un significato e anche delle conseguenze». È una frase che sposta il discorso sul piano della responsabilità individuale. Dietro uno schermo non si è invisibili. Dietro un nickname non si è intoccabili.
L’episodio arriva in un momento delicato della stagione, con la Juventus impegnata su più fronti. Ma il campo, in questo caso, passa in secondo piano. La vicenda tocca un nervo scoperto del calcio e della società.
Il razzismo non è un’opinione. Non è una critica tecnica. È un reato quando assume determinate forme e resta comunque un atto di discriminazione anche quando non sfocia in un procedimento penale. Il messaggio rivolto a Kelly è un richiamo a stereotipi che il calcio e lo sport in generale cercano da anni di estirpare.
La reazione del difensore inglese dimostra che il silenzio non è più la risposta automatica. Esporre l’insulto significa anche chiedere una presa di coscienza collettiva.
Ora resta da capire quali saranno le “conseguenze” evocate dal giocatore. Se si tradurranno in una denuncia formale o in un intervento della piattaforma. Di certo, il caso riapre il dibattito sulla necessità di strumenti più efficaci per contrastare l’odio online.
Il calcio continua a lottare contro il razzismo. Ogni episodio è una ferita che ricorda quanto il percorso sia ancora lungo. Lloyd Kelly, con poche righe, ha scelto di non lasciar correre. E di ricordare che nel calcio, come nella vita, le parole pesano.
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