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18 Febbraio 2026 - 10:20
Bagnaia avvisato: il vero segreto di Marquez non è la Ducati ma la testa
Il Mondiale di MotoGP deve ancora accendere ufficialmente i motori, ma dopo i test di Sepang il copione sembra già scritto. La Ducati si presenta al via come la moto da battere nell’ultimo anno dell’era 1000cc, con aggiornamenti mirati che hanno ulteriormente affinato una base tecnica già dominante. Nel paddock la Desmosedici resta l’oggetto del desiderio, il punto di riferimento per tutti. Eppure nel 2025, più che la moto, a fare la differenza è stato un uomo solo: Marc Marquez.
Il nove volte campione del mondo ha riscritto record su record, demolendo statistiche e avversari, compreso Pecco Bagnaia, travolto anche sul piano psicologico da una stagione quasi perfetta. Ma il dominio del numero 1 della griglia non si spiega soltanto con il talento puro o con la qualità del mezzo. Dietro c’è altro. E a raccontarlo è uno che di Ducati e di titoli mondiali se ne intende: Casey Stoner.
L’australiano, due volte iridato in top class, ha conosciuto la Desmosedici quando era una belva velocissima sul dritto ma fragile nei tratti misti. Oggi la storia è diversa. L’ingresso del gruppo Audi-Volkswagen e la guida tecnica di Gigi Dall’Igna hanno trasformato Borgo Panigale in una macchina da guerra. Dal 2020 in poi Ducati ha monopolizzato la classifica costruttori, lasciando a distanza Yamaha, Honda, Aprilia e KTM. Ma secondo Stoner la vera chiave del dominio recente non è solo tecnica.
In un’intervista concessa ai colleghi di Crash per il lancio di Ride 6, Stoner ha messo sotto la lente proprio Marc Marquez. Parole che spostano il focus dalla spettacolarità alla gestione.
«Nessuno sembra capire cosa stia facendo per preservare le gomme. Vedono un Marc a una sola velocità, ma lui gioca una carta diversa ogni settimana. Quando il grip cala e l’elettronica entra maggiormente in gioco, lui ha ancora una percentuale di gomma migliore rispetto agli altri. Ed è lì che trova qualcosa che gli altri non riescono a trovare».
Non è l’aggressività, dunque, a spiegare tutto. È la capacità di leggere la gara. Marquez non parte sempre all’assalto. Studia, controlla, aspetta. Nella prima fase del Gran Premio mantiene un ritmo sostenuto ma non distruttivo, limita lo stress sugli pneumatici in ingresso curva, rialza la moto prima degli altri in uscita, riduce il pattinamento in accelerazione. Un lavoro invisibile che paga quando la corsa entra nella fase decisiva.
Con il calo del grip e l’aumento dell’intervento elettronico, molti piloti iniziano a perdere prestazione. Le gomme scivolano, la fiducia diminuisce, il margine si assottiglia. È lì che Marquez cambia marcia. Perché, come suggerisce Stoner, ha ancora qualcosa in più da spendere.

L’australiano ha spinto il paragone oltre il motociclismo, chiamando in causa la Formula 1 e uno dei suoi protagonisti assoluti, Max Verstappen.
«I piloti migliori al momento, come Max Verstappen, quando montano gomme nuove dopo il pit stop impiegano diversi giri prima di spingere davvero. Questo permette loro di avere molta più prestazione nel finale dello stint. Può far durare le gomme molto più a lungo, al punto che quando l’elettronica entra in gioco e il livello di grip cala, il suo grip è ancora più alto perché è stato così delicato con loro all’inizio. E gliel’ho visto fare gara dopo gara. Se si torna indietro, si può vedere la sua pazienza con le gomme, a meno che non si trattasse di una gara o di una pista in cui sentiva di avere il ritmo per andare e prendere il comando, e in quel caso in un certo senso cambiava idea e faceva credere a tutti che non sapevano cosa stesse facendo».
Il parallelo non è casuale. Come Verstappen in F1, Marquez in MotoGP ha portato la gestione della gara a un livello superiore. Non corre soltanto contro gli avversari, ma contro il degrado delle gomme, contro la temperatura dell’asfalto, contro il consumo progressivo di grip. È una sfida tecnica e mentale.
Nel 2025 questo approccio ha prodotto un risultato schiacciante. Marquez ha chiuso la stagione con 257 punti di vantaggio su Bagnaia, un distacco che racconta più di qualsiasi cronaca. E lo ha fatto nonostante un infortunio alla scapola destra che lo ha costretto a saltare l’ultima parte di campionato. Una superiorità che non si limita al cronometro ma investe la gestione complessiva del weekend.
La Ducati, dal canto suo, offre una piattaforma tecnica ormai completa. La Desmosedici non è più solo potenza e velocità di punta. È equilibrio, stabilità in frenata, trazione in uscita, elettronica raffinata. Ma, come sempre accade nello sport, la differenza la fa chi riesce a sfruttare meglio il pacchetto.
Stoner, che ha vissuto un’epoca in cui la Ducati era una moto estrema e difficile, riconosce in Marquez una qualità rara: la capacità di adattarsi alla moto senza snaturarsi. Il catalano non forza sempre la staccata al limite né entra in curva con il coltello tra i denti a ogni giro. Sceglie quando farlo. E quando lo fa, spesso è troppo tardi per gli altri.
Il 2026 si apre con la Ducati ancora davanti nei test, mentre le rivali inseguono. Ma il vero interrogativo non riguarda la moto. Riguarda gli uomini. Chi potrà spezzare l’equilibrio costruito da Marquez tra istinto e strategia? Chi saprà reggere il confronto sul piano mentale oltre che tecnico?
Sepang ha offerto i primi indizi, ma la stagione vera inizierà tra pochi giorni. E se le parole di Stoner colgono nel segno, il dominio del numero 1 non nasce solo dalla velocità pura. Nasce da un dettaglio che pochi vedono: la capacità di consumare meno gomma e più certezze degli avversari.
Nel paddock tutti sanno che la Ducati è la moto da battere. Ma forse la verità è un’altra. Oggi, in MotoGP, la vera differenza si chiama Marc Marquez. E non è soltanto questione di polso. È una questione di testa.
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